Jouer le Jazz

“Se i francesi dicono jouer e gli inglesi dicono to play, vuol dire che suonare è anche un gioco”, questo mi ha detto Mauro Verrone alla fine del concerto che ha tenuto ieri sera al 28DiVino Jazz in occasione del suo compleanno.  E ad ascoltare il quartetto di Mauro, in effetti, si percepisce lo spirito giocoso e allegro del suo approccio.

Psychotone Birthday il titolo dell’evento. I nomi: Mauro Verrone (sax alto), Luigi Bonafede (piano), Daniele Basirico (basso elettrico), Massimiliano De Lucia (batteria). L’occasione: il cinquantunesimo compleanno di Mauro Verrone. La platea è piena di musicisti, venuti a salutarlo e a godersi due ore di bebop allo stato puro.

Fin dall’inizio, le note del sax inondano la sala: copiose e scoppiettanti, plasmate non solo dal soffio ma da tutta la fisicità di Mauro Verrone. Scale bebop, pentatoniche, sequenze, cromatismi, scherzi (come la sostituzione di una nota alta con quella all’ottava più bassa), tutto questo mi mette allegria e mi riconcilia con la vita. In ogni assolo troviamo citazioni e frammenti tratti dalla tradizione e non solo: da Sault Peanuts a Confirmation, senza tralasciare la musica classica. In ogni tema c’è sempre un tocco di personalità, e mi viene in mente il bridge di Oleo eseguito solo dalla batteria. Non è da meno il bravo Luigi Bonafede, già pianista di Massimo Urbani, venuto da Alessandria per l’occasione. Anche lui è bebop, e la sua smania allegra è incontenibile perfino in una ballad come Soul Eyes, di Mal Waldron, nella quale l’assolo inizia e prosegue con frasi pregne di stilemi tipici del blues. Il tutto condito da Daniele Basirico al basso elettrico 6 corde, che apporta un ingrediente meno usato (ma non meno degno di interesse) in questo specifico ambito, e dal vervoso Massimiliano De Lucia alla batteria, da tempo al fianco di Verrone e quindi collaudatissimo.

La festa prosegue, con gli ospiti Paolo Tombolesi al piano, Mimma Pisto alla voce, Angelo Olivieri alla tromba. Ancora una volta, via Mirandola diventa una macchina del tempo che ci riporta all’epoca d’oro. E non manca la nostalgia per un grande sassofonista italiano, Massimo Urbani, che di molti dei musicisti presenti è stato amico e sodale, nostalgia palpabile nella scelta di brani da lui amati e suonati, come Speak Low, brano che chiude la serata.

Che bello il Jazz, che bello il gioco. E che bello quando le due cose coesistono.

Mauro Verrone @ 28DiVino Jazz
Mauro Verrone @ 28DiVino Jazz
Luigi Bonafede @ 28DiVino Jazz
Luigi Bonafede @ 28DiVino Jazz
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Sogni

Il primo sogno lo faccio entrando al 28DiVino: locale pieno, persone sedute ovunque, molti ragazzi. Un colpo all’occhio (e al cuore) per chi, come me, ritiene che i giovani si avvicinerebbero molto di più al Jazz e alla Musica se non fossero distratti e indottrinati dall’industria discografica (o quello che ne rimane) e dalla televisione. Ma stasera tutto può cambiare. Sì, sembra di essere tornati al tempo in cui un disco era una cosa importante, perché alla presentazione di Träume, del trio Corvini-Ferrazza-Vantaggio, ci sono tutti: ci sono molti musicisti, che scorgo qua e là tra il pubblico; c’è Daniele Vantaggio, musicista elettronico fratello del batterista, che ha registrato e prodotto il disco; c’è Aki Bergen, che lo ha mixato e coprodotto; c’è lo staff di Zone di Musica; c’è un mare di persone le più diverse. Una folla da grandi eventi.

Il trio è di quelli pianoless ed è composto dal senior Claudio Corvini alla tromba e al flicorno e dai giovani Jacopo Ferrazza al contrabbasso e basso elettrico e Valerio Vantaggio alla batteria. Corvini, trombettista di fama, che “impara dai ragazzi”, come ha avuto modo di raccontarmi durante la pausa tra il primo ed il secondo set. Ferrazza, che suona il contrabbasso ma è anche pianista, leader del trio e compositore di tutti i brani del disco.  Vantaggio, batterista raffinato con influenze drum ‘n’ bass.

La scaletta del concerto segue pedissequamente la tracklist del disco. Una scelta teutonica, come la lingua usata per il titolo del disco, Träume (Sogni). Scelta probabilmente dettata da una esigenza di chiarezza formale, che si esplica non solo nel linguaggio musicale ma anche nella forma.

Il sogno è la chiave di questo progetto: sogno come veicolo emozionale e fonte di ispirazione compositiva, usato in chiave artistica e non freudiana, come avverte Ferrazza. Un sogno che frammenta la musica in mille rivoli e influenze, da Herbie Hancock a John Cage passando per Giacinto Scelsi e la musica microtonale, dallo swing al drum ‘n’ bass. L’approccio è di tipo orchestrale, con parti scritte e spazi improvvisativi ben definiti e strutturati, ma anche con ballad suggestive e melodiche, e qui penso in particolare a Sliding Like A Meteor.

Atmosfere diverse, dunque: Träume, la traccia che dà il titolo al disco, che viene attaccata da Corvini, appoggiato solo a tratti da Ferrazza mentre la batteria ha un tacet; La mantide, che inizia con un bello swing poi raddoppiato nei soli, per sfociare nel finale in un rock leggero sottolineato dal contrabbasso suonato con l’archetto, mentre la tromba disegna con la sordina sonorità che si fondono col resto, facendo apparire l’ensemble quasi come fosse un unico strumento; Teal Dreamer, che utilizza la voce campionata di Ferrazza per costruire effetti elettronici senza però mai  stravolgere lo spirito acustico del brano.

Un bel concerto, denso ed elettrizzante, sorretto da brani interessanti ma anche dalla indiscussa bravura dei tre i quali, alla fine di Deep Side Of Insanity, nel secondo set,  si sentono gridare dal pubblico “Mostri!”, a sottolineare la percepita manifesta capacità di tradurre la musica scritta in qualcosa di vivo e coinvolgente.

Un progetto coraggioso, una musica complessa che necessita di un ascolto attento, ma che all’ascoltatore volenteroso offrirà continue sorprese e cambi repentini, non mancando di rassicurare il suo orecchio riportandolo, di tanto in tanto, in territori conosciuti. Perché il sogno non sostituisca la realtà e la realtà non impedisca il sogno.

Träume, Corvini-Ferrazza-Vantaggio
Träume, Corvini-Ferrazza-Vantaggio

Un americano a Roma, un romano a Boston

Arrivo a concerto iniziato, ieri sera al 28DiVino. Stasera c’è Henry Cook, sassofonista e flautista italo-americano accompagnato da Marco Mascaro alla chitarra, Riccardo Gola al contrabbasso, Luigi Latini alla batteria. E c’è un pezzo d’America, stasera, davanti a me. Un musicista nato in Italia da genitori americani, che ha vissuto e suonato il Jazz tra Roma e Boston, e che alla fine ha scelto Roma.

Vengo subito accolto da una bella versione di Peacocks, la ballad di Jimmy Rowles, eseguita da Cook al flauto soprano. Il suo stile è asciutto e diretto, americano, e la cosa mi piace: niente sentimentalismi, stasera. L’accompagnamento è denso con zone grumose, un flusso continuo di correnti e gorghi localizzati, come si conviene ad un Jazz per palati fini. Gola accompagna in uno, mentre Mascaro libera gli accordi facendo salire il volume con un transiente di attacco lungo. Latini è schietto, duro, ma di una durezza che accarezza l’orecchio. Mentre il brano prosegue mi scordo di essere a Via Mirandola, a Roma, e immagino di trovarmi da qualche parte sulla West 52nd Street di New York.

Henry prosegue poi con Dig, il contrafact di Miles Davis basato sullo standard Sweet Georgia Brown. Stavolta suona il flauto contralto, dando prova di grande agilità e fraseggiando con gusto classico e piacevole. Anche Mascaro fa la sua parte, con un bell’assolo a mestiere. Latini dà il meglio negli scambi di 4, quando si lancia in varie scomposizioni del tempo anticipando, ritardando, creando tensioni ritmiche e sciogliendole un attimo dopo.La serata si chiude con Naima, eseguita al sax contralto.

E così ho potuto vedere Henry in azione con ognuno dei suoi tre strumenti, stasera. Una bella sera che ricorderò con piacere.

Henry Cook 4et
Henry Cook 4et

Presentazione del disco Lanes al 28DiVino

Filippo Cosentino con Mauro Gavini e Mattia Di Cretico
Filippo Cosentino con Mauro Gavini e Mattia Di Cretico

Dopo averlo intervistato, ecco l’occasione per vederlo dal vivo. Filippo Cosentino, chitarrista e compositore, presenta il suo disco Lanes al 28DiVino. Due set, il primo in solo, il secondo in trio con Mauro Gavini (contrabbasso) e Mattia Di Cretico (batteria). E vengono fuori due diversi aspetti di Filippo: quello introspettivo nel primo set, quello estroverso nel secondo.  Una sola persona e due modalità, la “buona” e la “cattiva”.

Si inizia con la “buona”, con una ballad che definirei rock-melodica, basata su lunghi arpeggi e atmosfere diradate. Si passa poi per una nuova versione di Hassan’s Dream, diversa da quella del disco, eseguita con la chitarra baritonale e ancora più intimista, proseguendo così fino a Lanes, la title track.

Eccoci al secondo set, la parte “cattiva”. Mauro dà l’attacco eseguendo al contrabbasso il tema di Blue Monk, accompagnato da  un leggero ritmo funky di Mattia. E dopo l’esposizione del tema si passa agli assoli, dove Filippo ha modo di scatenarsi fraseggiando allegramente e raddoppiando di tanto in tanto. Le sue influenze sono nettamente blues, con utilizzo prevalente di pentatoniche e scale alterate. In Solar vengono fuori anche altre influenze, direi spagnole ed arabe. Il concerto prosegue poi tra brani presenti sul disco, brani nuovi, standard rivisitati (molto intrigante la versione di All Of Me eseguita con ritmo bossanova), e un brano di Chick Corea.

Due set diversi, due anime, due modi di suonare, due diverse persone che coesistono nello stesso musicista. In fondo è la metafora di ognuno di noi e la metafora della vita, no?

Lanes, Filippo Cosentino
Lanes, Filippo Cosentino

Relaxing with FBI

L’organo Hammond è uno strumento bellissimo, inventato nel 1935 da Laurens Hammond, un ingegnere meccanico statunitense. Lo scopo era quello di riprodurre il suono del classico organo a canne delle chiese con uno strumento più compatto. Un mobile di “appena” 100 Kg, in cui il suono generato dalle ruote foniche (tonewheels) può essere controllato attraverso dei tiranti (drawbars) i quali costituiscono una sorta di mixer delle varie armoniche.

Scendo per primo i quindici gradini del 28DiVino Jazz, e vengo subito colpito dalla macchia rossa del Nord C1, uno strumento che riproduce il suono dell’Hammond in appena (stavolta senza virgolette) 15 Kg. Lo strumento è moderno, con dei LED colorati al posto delle drawbar, e tanti mini pulsantini al posto di tastoni e leve. Chi l’ha detto che solo le cose vecchie sono buone? Questo strumento può darti grandi emozioni, se nelle mani giuste.

Le mani giuste sono quelle di Riccardo Fassi, pianista, tastierista, arrangiatore, compositore e didatta, già leader della Tankio Band, una vita nel Jazz. Ieri sera affiancato da uno stupendo Enrico Bracco alla chitarra e dal trascinante Pietro Iodice alla batteria. Fassi Bracco Iodice, FBI. Ma c’è da stare rilassati. Niente interrogatori; solo swing trascinante, melodia intrigante e mai banale, musica a colori.

Sammy in 7, di Fassi, apre il concerto. Il tempo è in 7/4, e questo la dice lunga sull’approccio del trio. Tempi dispari, sia su brani originali sia su standard rivisitati, groove trascinanti, forte aderenza alla tonalità pur con le grandi aperture tipiche del playing moderno: scale alterate, pentatoniche, sequenze. Bracco esegue il tema, ben appoggiato dal comping di Fassi all’organo. La sensazione, nonostante il tempo dispari, è di grande fluidità, facilità di fruizione, tanto che un ascoltatore superficiale potrebbe pensare che sia un brano di semplice esecuzione. Perché i tre sono a loro agio, e fraseggiano comodamente su sequenze di accordi complicatissime, come in Walkin’ Up di Bill Evans, basata su accordi di maggiore settima con cambi continui di tonalità.

Uno dei pedali della chitarra di Bracco si spegne, sembra non ci sia verso di riaccenderlo. Non importa, si prosegue senza, nulla può fermare questo inarrestabile flusso di note. E si continua, prima con la ballad Compassion, sempre di Fassi, caratterizzata da un tema molto lirico che viene prima esposto dalla chitarra e poi esteso dall’Hammond, poi  con Slow Cat, basato su una serie infinita di accordi di dominante, quindi senza mai una vera risoluzione, una specie di blues molto accattivante che, nel tema classico (nel finale eseguito all’unisono da organo e chitarra), evoca le movenze di un gatto.

Tante e belle le influenze e le rivisitazioni, a partire da Sman, brano originale di Bracco di metheniana enfasi, passando per I Hear A Rapsody eseguita su un tempo di 5/4, fino a brani con caratteristiche filmiche, penso ad Allegro rabarbaro, di Fassi, un tango che rievoca le colonne sonore di alcuni film di Elio Petri, e ad Il Principe, dedicato a Totò, apoteosi della matematica in quanto costituita dalla teoria di misure 6/4 – 5/4 – 4/4. Ancora tempi dispari, alchimie complesse, eppure tutto scorre liscio, il tempo di sorseggiare un cocktail nel mezzo della musica, nell’atmosfera raccolta del 28DiVino, lasciandoci ingolosire da questo Hot Potato trio.

Il concerto si chiude con un bel bis, lo standard I’ll Remember April. Ma anche quando la musica cessa, le drawbar del Nord C1 rimangono lì, accese ed allegre, come ad incarnare il colore del Jazz. Nel frattempo ho l’occasione di parlare a lungo con Riccardo, Enrico e Pietro; e ogni tanto, guardandole, ripenso a Laurens Hammond.

Trio FBI
Trio FBI
Enrico Bracco
Enrico Bracco
Pietro Iodice
Pietro Iodice

Intervista a Filippo Cosentino

In questi giorni ho avuto l’occasione di intervistare Filippo Cosentino, giovane chitarrista e compositore. Da poco è uscito il suo primo disco solista, Lanes, con la partecipazione di Fabrizio Bosso. Un disco variegato, che affianca standard e brani originali, nel quale le influenze sono molteplici. Filippo sta promuovendo il suo disco attraverso un tour che toccherà varie città tra le quali Roma e pertanto, in attesa di poterlo ascoltare dal vivo, gli ho fatto alcune domande.
[jazz@roma] La prima domanda riguarda una cosa che mi incuriosisce sempre, in un jazzista: in che modo ti sei avvicinato al Jazz?
[Filippo Cosentino] Domanda curiosa! Grazie di avermela fatta! Ho iniziato ad ascoltare le prime cassette quando avevo 14 anni, arrivavo da studi di chitarra classica e poco per volta ho acquistato musiche di Parker e di Armstrong, ovvero quello che all’epoca riuscivo a trovare nella mia città natale. Il lirismo e la potenza del suono di Armstrong mi colpirono tantissimo e da lì iniziai ad ascoltarlo assiduamente. E’ iniziato tutto così…
[J@R] E qual è, secondo te, il bello del Jazz?
[FC] E’ uno stile di vita, un modo di pensare e di vedere le cose. Devi trovare all’interno di te stesso le energie e l’idea del suono che cerchi per esprimere quello che hai in mente: il jazz ti permette non di suonare ciò che un altro ha scritto in precedenza ma di crearne una tua personalissima versione.
[J@R] Hai collaborato con tanti e diversi musicisti, frequentando generi diversi. In che modo tutto questo ha arricchito il tuo modo di suonare?
[FC] Ognuno dei musicisti con cui suono e ho suonato mi hanno arricchito condividendo la loro musica e il loro modo di vedere le cose e la vita. In generale credo che la cosa che più mi ha incuriosito è la ricerca della semplicità che nella mia musica si riflette nella ricerca melodica.
[J@R] Nel tuo disco Lanes hai inserito, a fianco delle tue composizioni, brani di grandi jazzisti del passato, da Thelonius Monk a Miles Davis a Gil Evans. Quanto è importante una certa continuità con il passato? Intendo, nel Jazz il passato è davvero passato?
[FC] Dal mio punto di vista serve capire da dove arriviamo, in ogni cosa: se solo applicassimo meglio la conoscenza  del passato avremmo sicuramente più coscienza  del presente. Nel disco, è vero, ho inserito quattro standard di importantissimi compositori del passato. Perché non farlo? Avevo la possibilità di dimenticarmi le versioni precedenti e crearne una nuova, una mia: le definisco “la mia versione dei fatti”. I temi hanno all’interno un potenziale enorme e spesso ci dicono come vogliono essere suonati: sin da quando ho iniziato a suonare Solar, ad esempio, ho immaginato un mix con la musica spagnola (ovvio, qui ci sono molte influenze dei miei studi classici). Così anche il tema stupendo di Hassan’s Dream: mi sono ricordato di quando da piccolo ti addormenti cullando un sogno; ogni volta che la sento ho ancora quell’emozione! Suonare le cosiddette riletture è provare a condividere con il pubblico le tue emozioni e i sentimenti che un tema altrui è ancora capace di darti. Per rispondere alla seconda domanda, veramente interessante, ci vorrebbe tantissimo tempo e provo a riassumere il mio pensiero: penso che noi giovani dobbiamo avere più coraggio nel proporre la nostra musica senza, magari per poter suonare di più o chissà cosa, continuare a dire “ancorati alla tradizione, etc”! Ho sempre pensato, già sui banchi di scuola, che il miglior modo di rispettare il passato risieda in poche regole: farne tesoro, crearne una tua immagine, innovare.
[J@R] Noto una grande vena intimista, a partire da Lanes, la titletrack, passando per le tue versioni di Las Vegas Tango e Hassan’s Dream, fino a quella che potrebbe essere una vera e propria suite, ovvero la sequenza di brani River Avon/Nuova dimensione/Spring Mood. Questa vena intimista, dicevo, rispecchia un aspetto del tuo carattere o è una scelta formale/stilistica?
[FC] Rispecchia totalmente il mio carattere. Credo che per ogni musicista la musica sia un mezzo per fare introspezione. Dopo che ho scritto un brano è come se mi sentissi più arricchito spiritualmente e intellettualmente, come se sapessi qualcosa in più di me che ancora non conoscevo. Mi piace dire la mia stando in punta di piedi.
[J@R] C’è da dire che poi, quando decidi di spingere sull’acceleratore, dai l’impressione di essere tutt’altro che intimista, come nel solo di Smokin’Jazz dove incarni la fusion più spinta…
[FC] E questo è il lato del mio carattere più intraprendente. Quando ho scritto Smokin’ Jazz mi ero chiesto se mai potessero andare d’accordo con la mia idea di jazz un loop di batteria, un basso funky, chitarre rock e pentatonica: ovvero volevo osare e vedere fino a che punto ci riuscivo. Era quello che mi mancava negli altri brani.
[J@R] Sul tuo disco suona Fabrizio Bosso. A mio avviso un’ottima scelta, Fabrizio è un musicista fantastico, la sua fama è internazionale, ed il suo suono si sposa benissimo con il tuo. Ma mi interessa sapere se c’è una motivazione particolare per aver chiamato proprio lui…
[FC] Non lo devo scoprire io e penso di non dire una cosa nuova ma ha un suono fantastico; nei due soli che ha inciso sul disco sembra che a volte stia suonando il flicorno. Ha una gestione del suono stupenda. Per come sono stati scritti Lanes e Smokin’ Jazz ho sempre immaginato e avuto in mente il suono della tromba che può avere grandi sfumature.
[J@R] E la collaborazione con Davide Beatino?
[FC] Ha inciso dei bassi meravigliosi! E’ un ottimo musicista e grande amico e dopo aver ascoltato i brani si è deciso a suonare sui due singoli del disco: due brani completamente differenti tra di loro ma che danno l’idea della padronanza del suono che ha Davide. Da queste collaborazioni mi sento arricchito più che altro dal punto di vista umano perché ho avuto la possibilità di lavorare con musicisti che prima di tutto sono persone stupende, semplici e immediate!
[J@R] Parliamo un po’ della tua attività didattica. In queste settimane stai portando in tour, oltre al tuo disco, anche delle masterclass sull’uso delle pentatoniche nel Jazz. Personalmente trovo che le pentatoniche siano una risorsa importante a disposizione dell’improvvisatore, che aiuta a creare un sound moderno e che consentono di stare più o meno “dentro” o “fuori” a seconda di come si usano. Che tipo di persone vengono a questi seminari? Giovani alle prime armi, musicisti più esperti, jazzisti, musicisti rock, blues? E perché un musicista dovrebbe venire ad un masterclass del genere?
[FC] Trovo che parlare di pentatonica e jazz sia un modo, spero, intelligente per avvicinare quanti più musicisti al jazz; inoltre è un argomento che bene si adatta ai differenti livelli di preparazione degli iscritti. E’ bellissimo vedere negli occhi dei ragazzi la soddisfazione di riuscire ad improvvisare su un brano ritenuto fino ad allora magari troppo complesso! Che tipo di persone vengono? Penso di essere fortunato perché arrivano musicisti di tutti i tipi: come dici tu “giovani alle prime armi” e musicisti che invece già conoscono i discorsi più avanzati e che magari arrivano da generi diversi e che si iscrivono per la curiosità: poi ne escono tutti entusiasti!
[J@R] In questo blog vengono recensiti gli eventi jazzistici romani, e pertanto la domanda è d’obbligo: quando e dove verrai a Roma? Presenterai solo il disco o terrai anche il masterclass? Chi ti accompagnerà in trio?
[FC] Sarò a Roma il 19 novembre e suonerò al 28 Divino in due differenti set: il primo in acustico da solo, il secondo i trio con Mauro Gavini e Mattia Di Cretico. Al 28 terrò anche il masterclass pomeridiano (posso approfittarne per ricordare che chi è interessato può scrivere a info@filippocosentino.com o direttamente al club? http://www.28divino.com ). In serata presenterò il disco; non vedo l’ora!
Anche io non vedo l’ora di ascoltarlo al 28DiVino, a questo punto sono proprio curioso.
Oltre a suonare al 28Divino il 19 dicembre prossimo Filippo, come ho detto all’inizio, sta facendo un tour che tocca diverse città italiane. Per una lista completa vi rimando al sito Jazzitalia:http://www.jazzitalia.net/viscomunicatoemb.asp?ID=19954#.UJ6UhI77zWw
Filippo Cosentino, il prossimo 19 novembre al 28DiVino Jazz
Filippo Cosentino, il prossimo 19 novembre al 28DiVino Jazz

Marco Guidolotti 4et @ 28DiVino Jazz

Dopo aver parcheggiato mi sto avviando a piedi su per via Mirandola, in direzione del 28DiVino, e nel tragitto incrocio il bar all’angolo, con sedie e tavolini piene di ragazzi che ammazzano la notte in attesa di andare a dormire. Poco più avanti, vedo una calca gentile che preme sull’ingresso del 28, e allora mi faccio la seguente, forse ingenua, domanda: ma a questi ragazzi che si annoiano sui tavolini di questo bar non viene la curiosità o la voglia di andare a sentire il concerto jazz che si tiene a 50 metri da loro? Mentre ancora la domanda mi frulla nella mente sono già nel club, pronto a immergermi ancora una volta nel Jazz.

La formazione è di quelle senza piano né chitarra: Marco Guidolotti, sassofono baritono, Mario Corvini, trombone, Jacopo Ferrazza, contrabbasso, Valerio Vantaggio, batteria. L’atmosfera è decisamente cool, piena, con arpeggi su accordi diminuiti e swing a tutta manetta. Il richiamo è a Gerry Mulligan, a Bob Brookmeyer e al loro quartetto pianoless. Mario Corvini è il perfetto comprimario di Guidolotti: la nota bravura del trombonista è qui messa al servizio dei brani, senza fronzoli e senza manierismi. Le note del trombone sono là, nell’aria, e all’ascoltatore rimane facile raccoglierle e farne tesoro.  La struttura ritmica è metronomica: preciso e rilassato il walking di Jacopo Ferrazza, attento e mai invadente il drumming di Valerio Vantaggio.

Marco Guidolotti non aspetta e ci coinvolge da subito. Fin dalle prime note, lo swing si impossessa di noi e ci avviluppa nelle sue mobili maglie. Il sassofono baritono si muove agile fraseggiando con grazia e maestria, mentre il trombone risponde con eleganza per niente snob.

Guidolotti non suona, ascolta. Ascolta sé stesso un attimo prima di emettere ogni singola nota, ispirato forse dai tanti ascolti che immaginiamo avrà fatto (al di là del mero studio e dell’analisi dei brani, del fraseggio, della pronuncia e dell’articolazione) dei grandi sassofonisti del passato, il tutto filtrato e rielaborato con personalità e un tocco di verve. Fraseggio cool, scambi di quattro tra i solisti, stop time, sono le cifre di questa serata. Una serata bella, piena di colore e di allegria. Tredici brani, in parte di Mulligan, in parte di Guidolotti, e altri presi dalla grande tradizione, compresa una rivisitazione (abbastanza irriconoscibile ma sicuramente intrigante) di Tea For Two. E un bis finale, Four Brothers di Jimmy Giuffre, bis chiesto unanimemente dal numeroso pubblico presente.

Volano via le due ore di concerto divise in due set, e all’una siamo tutti fuori dal club a chiacchierare. Poco più in là, davanti al bar all’angolo, i ragazzi ci sono ancora, stanchi come se avessero fatto chissà ché, probabilmente svuotati di vita, senza sapere che noi, invece, ne siamo ebbri.

Info su Marco Guidolotti

Marco Guidolotti 4et @ 28DiVino Jazz
Marco Guidolotti 4et @ 28DiVino Jazz

Bernie’s tune