Un trio nella Terza Corrente

Una guida all’ascolto senz’altro particolare, quella di mercoledì scorso alla Casa del Jazz, ultima di questo ciclo che verrà ripreso a luglio. Lorenzo Paesani (piano), Luca Dal Pozzo (contrabbasso), Dario Mazzucco (batteria) hanno portato sul palco un assaggio di quello che può accadere al Jazz quanto incontra la musica contemporanea. È stata definita Terza Corrente, ed è un fenomeno che ha radici profonde nel Jazz europeo. Il trio ha eseguito brani tratti dal loro disco Wayne’s Playground, uscito per Abeat Records nel 2011, dedicato alla musica di Wayne Shorter.

Witch Hunt, brano contenuto nel famoso disco Speak No Evil, viene da loro riletto in chiave mistica, utilizzando l’ossessivo riff del tema come eco di un flusso di coscienza che riemerge tra le onde pulsanti della ritmica, a tratti sospeso, a tratti opaco, a tratti liquido. Il tema di Pinocchio, altro famoso brano di Shorter, viene interpretato da Paesani con voicing tensivi sul groove drum & bass proposto da Dal Pozzo e Mazzucco, con rimandi evidenti alle atmosfere di Emergency dei Lifetime di Tony Williams (1969), e più in generale al jazz-rock davisiano degli anni settanta.

Un trio di giovani jazzisti emergenti, un assaggio di quanto il panorama italiano ha da offrire al pubblico degli appassionati.

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CD Wayne’s Playground

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Roberto Gatto feat. Don Friedman

Giovedi sera mi sono ritrovato all’Alexanderplatz ad ascoltare un pianista che ha suonato con alcuni dei più grandi della storia del Jazz. Sto parlando di Don Friedman, ospite di Roberto Gatto insieme al contrabbassista Giuseppe Bassi. La lista è lunghissima, provo a fare solo alcuni nomi: John Coltrane, Scott La Faro, Ornette Coleman, Billy Higgins, Don Cherry, Eric Dolphy, Max Roach, Ron Carter, Roy Haynes, J.J. Johnson, Elvin Jones, Jimmy Giuffre, Lee Konitz, Clark Terry, Joe Henderson, e… tantissimi altri. Oggi, a settantotto anni, Don Friedman non ha perso smalto e ci ha regalato, in una sala non piena quanto avrebbe meritato, una serata di puro Jazz condito con bebop, swing e blues.

Si comincia con Invitation, che con la sua struttura densa di II – V offre lo spunto per alterazioni e sostituzioni sia armoniche che melodiche, sulle quali Friedman si muove agilmente ben accompagnato da Roberto Gatto, il quale dimostra la sua perizia e capacità lasciando il suo ospite in primo piano, senza sovrastarlo. Anche Bassi offre un solido appiglio senza debordare, salvo mostrare tutta la sua grinta durante gli assoli a lui riservati.

Il secondo brano, Circle Waltz, è una composizione di Friedman, il cui tema è costruito su una serie di break e che rimanda ad una estetica evansiana. Con Bouncing With Bud veniamo sbalzati agli albori del bebop, anche grazie al fraseggio fluido ed emozionale di Friedman, il quale fa uso frequente dei raddoppi e degli stilemi del blues, quasi a ricordarci da dove veniamo. Potrebbe apparire come qualcosa di vecchio o già sentito tutto questo, ma se si considera che tale musica esce dalle vive mani di chi quell’epoca l’ha vissuta, il tutto acquista una luce diversa e soprattutto un interesse che potremmo definire filologico.

C’è spazio anche per una intro di solo piano, lunga quanto tutto il chorus, prima dell’attacco in trio di My Foolish Heart. Un altro rimando a Bill Evans, che è di sicuro uno dei riferimenti del pianista.

La serata è fluida e lucida, e alla fine non possiamo che andarcene soddisfatti non prima di aver acquistato l’ultimo disco di Friedman, Friday AM, inciso nel 2012 con Tim Armacost (sax), Phil Palombi (basso) e Shinnosule Takahashi (batteria). Settantotto anni molto ben suonati, direi.

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Discografia di Don Friedman

Ibrido Hot Six

Ibrido Hot Six è una formazione interessante, un ipotetico trait d’union tra la musica da camera ed il Jazz. Un ensemble che alla batteria ha sostituito le percussioni, e che in luogo di un contrabbasso utilizza due contrabbassi. A questi si aggiungano flauto, violino, clarinetto basso, tromba e sassofono. Un insieme senza dubbio variegato ed inusuale, tanto da meritarsi l’appellativo di “jazz da camera”. La definizione è di sicuro strana, conviene Antonio Apuzzo, ma è pur vero che l’essere umano ha sempre bisogno di dare una categoria a ciò che va conoscendo.

Mercoledi pomeriggio, nell’ambito delle Guide all’ascolto curate da Gerlando Gatto alla Casa del Jazz, la platea ha avuto modo di conoscere questo progetto, che ha all’attivo già due dischi e diversi anni di lavoro, e che ha incantato per l’approccio aperto, nel quale il Jazz è vivo e presente ma senza essere costretto entro i canoni del consueto, e dove il confine tra Musica Contemporanea, Jazz e contaminazioni varie è naturalmente mescolato senza soluzione di continuità.

Tradizione vuole che in queste guide all’ascolto il gruppo ospite proponga dei brani famosi o degli standard, che Gerlando Gatto provvede ad illustrare con notazioni storiche e musicali. Il primo brano proposto, in questo caso, è stato Chelsea Bridge; dopo l’ascolto della versione di Ben Webster e dei 29 Street Saxophone Quartet, gli Ibrido Hot Six hanno proposto la loro versione dal vivo, poetica ed intrigante, di sicuro un importante contributo al bellissimo brano scritto da Billy Strayhorn nel 1941.

Successivamente gli Ibrido hanno eseguito il loro brano Sette incontri, scritto da Pino Capomolla, che ha aperto la strada verso la musica contemporanea a partire da una introduzione con violino e marimba ad eseguire degli ostinati ritmici per poi sfociare verso territori aperti al free e alla musica atonale salvo poi tornare nei ranghi con un assolo di violino prima e di clarone poi. La presenza di questi ostinati ritmici sovrapposti è stata poi l’occasione per spiegare al pubblico la poliritmia, con esempi dal vivo estratti dal brano appena suonato.

La serata ha visto poi l’ascolto e l’esecuzione dal vivo di Come Together (Lennon/McCartney), nelle versioni (audio) di Marcus Miller e (live) di Ibrido Hot Six, di Self Portrait in Three Colours (Mingus) nella versione di Mingus, in quella di Anthony Braxton (al piano) ed in quella (live) degli Ibrido. Infine Blue Sadness, brano originale di Antonio Apuzzo, e La schiuma delle bagnanti (Sandro Lalla), una riscrittura tratta dalla produzione bachiana.

Antonio Apuzzo (sax alto, sax tenore, clarinetto, clarinetto basso), Francesco Fratini (tromba), Pino Capomolla (flauto), Andrea Amendola (viola, violino), Sandro Lalla (contrabbasso), Gianluca Taddei (contrabbasso), Luca Bloise (marimba, percussioni) ci  hanno dunque fornito una nuova chiave, un codice di cifratura, uno strumento utile per fruire il Jazz su un piano diverso da quello solito. Un codice prezioso, che non può che arricchire gli appassionati di nuovi spunti, di stimoli e di rinnovata bellezza.

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Ibrido Hot Six

Retrato de Giovanni Mazzarino

Parliamo di Retrato, il disco uscito in allegato a Musica Jazz di maggio e registrato a fine dicembre 2012 dal Giovanni Mazzarino Latin Sextet. Parliamo di musica, ma il titolo suggerisce che la musica sia un punto di partenza verso altri luoghi, dell’arte come dello spazio. Un viaggio nell’America del Sud, nelle sue fascinose melodie, ed un ritratto. Il ritratto di cosa, o di chi? Giovanni Mazzarino è uno di quei pianisti che fondano la loro espressione musicale sui colori, ancor prima che sulle linee. I colori dell’armonia e del ritmo, le linee della melodia e della cantabilità. E ascoltando i brani del disco (otto a firma dello stesso Mazzarino, uno a firma di Dino Rubino e tre presi dalla storia della musica sudamericana), troviamo colori e linee sapientemente miscelati.

A partire da Cansado, un tema in piano solo che lascia presagire un clima drammatico per poi virare invece su un ritmo cha-cha-cha sul quale vanno ad innestarsi gli scambi tra il piano di Mazzarino ed il sax contralto di Francesco Cafiso, che interpretano i loro rispettivi assoli in un alternarsi delizioso tra i due strumenti. È poi la volta di Cafiso, sul tema finale, di riprendere quel tema drammatico per poi chiudere il brano. Descanso, la traccia numero due, dichiara da subito i suoi intenti sambeggianti, con il sax di Cafiso ed il flicorno di Dino Rubino a disegnare avvincenti volute melodiche, ben accompagnati da Mazzarino e dalla ritmica. Nel terzo brano, La vida y la muerte bailan con la cerveza en la mano, una struggente rumba dal sapore antico, abbiamo la sorpresa di ascoltare Francesco Cafiso al flauto, strumento che sembra rendere il musicista più libero di esplorare sentieri nuovi e densi di particolare emozione. Bello ed essenziale l’apporto di Dino Rubino, il trombettista/pianista (qui nella veste di trombettista e flicornista) che firma, tra l’altro, la traccia Pablo.

Il lavoro discografico comprende anche i brani Beatriz (Edu Lobo), Oblivion (Astor Piazzolla) e Besame mucho (Consuelo Velasquez), quest’ultimo eseguito con particolare ispirazione da Mazzarino, in chiusura di disco.

Ritratto di cosa, o di chi, dunque? Di una idea, probabilmente, della idea che questi musicisti si sono fatti di un mondo così lontano geograficamente eppure così vicino al nostro modo di essere. Un mondo dalle mille contraddizioni, che viene visitato con rispetto filologico ma anche con la voglia di mettersi in gioco, di dire la propria e di contribuire alla diffusione di una musica e di una cultura che tanto hanno dato (e danno ancora oggi) alla Musica tout court. Un ritratto bello e intrigante, che non può mancare nella vostra collezione di quadri. Volevo dire dischi.

Artista: Giovanni Mazzarinno Latin Sextet

Titolo: Retrato

Etichetta: Musica Jazz – Anno: 2013

Tracce:

1. Cansado (Mazzarino)

2. Descanso (Mazzarino)

3. La vida y la muerte bailan con la cerveza en la mano (Mazzarino)

4. Fiesta, vida y suerte (Mazzarino)

5. Beatriz (Lobo)/Oblivion (Piazzolla)

6. Pablo (Rubino)

7. Me hace el favor… Pues (Mazzarino)

8. Laguna de la Cocha (Mazzarino)

9. Retrato (Mazzarino)

10. Una noche a Medellin (Mazzarino)

11. Besame mucho (Velasquez)

Musicisti: Dino Rubino (tromba, flicorno), Francesco Cafiso (sax contralto, flauto), Giovanni Mazzarino (pianoforte), Riccardo Fioravanti (contrabbasso), Stefano Bagnoli (batteria), Mimmo Cafiero (percussioni)

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Island Blue Quartet @ Cotton Club, Roma

Tempi moderni

Sono andato a dormire felice, ieri sera. Felice di aver ascoltato un bel trio, capitanato da un giovane leader, Francesco De Palma (contrabbasso e basso elettrico); con Pierpaolo Principato (pianoforte) e Dario Panza (batteria). All’Alexanderplatz, in un giorno infrasettimanale eppur con un discreto pubblico, ho avuto modo di assaporare i brani originali scritti da De Palma, brani che prediligono tempi dispari, poliritmie, ritmi funky e rock, scelte che di sicuro originano dal background musicale del contrabbassista e che si sono ottimamente coniugate con il linguaggio jazzistico, dando vita ad un concerto gustoso ed interessante.

Già nel brano di apertura, Fifteen Under, si percepisce il mood della serata. Il Rock è il substrato musicale che si intuisce, il Jazz la forma di questo dialogo tra esecutori ed ascoltatori. Si passa per brani “dispari” come il 7/4 di Seven Seven, per ballad dal sotteso sapore Latin (Minore di tre), o per un brano come Too Toom nel quale, dopo una breve introduzione durante la quale Di Palma usa l’archetto, si parte con un tema strutturato in volute ipnotiche di note fino ad aprire la sezione dei soli su un ritmo funky. Alcune atmosfere rimandano ad operazioni tipiche di Brad Mehldau, come l’arrangiamento, ad opera del bravo Pierpaolo Principato, di On Green Dolphin Street su un tempo di 7/4. Tutto dosato con gusto e misura, senza eccedere e senza mancare di dare la giusta vibrazione d’animo a chi, come me, con giusta disposizione d’animo si predispone.

Il secondo set inizia con And The Looser Is…, che dopo un inizio “ballad” avvia una serrato scambio di poliritmie incastrate tra cluster di pianoforte, note in controtempo del basso elettrico, contrappunti della batteria. Si susseguono altri brani originali, eccezion fatta per una versione di Nardis, sempre riarmonizzata da Principato, e per London Blues, di Brad Mehldau.

Curioso il finale di concerto: dopo aver eseguito l’annunciato l’ultimo brano, il 5/4 di Sweet China Gone Bad, che gioca su pochi accordi ad effetto suggestivo, a sorpresa viene eseguito un ulteriore brano, Spider. Come una ghost track che spunta improvvisa alla fine di un CD, questo brano vira marcatamente ad un Rock più spinto, dando un’ultima sferzata di energia.

Bravi, tutti, i musicisti: Principato dimostra per l’ennesima volta di essere un pianista sensibile e raffinato; musicista di esperienza, didatta e session man di prestigio non disdegna, all’occorrenza, di spingere sull’acceleratore del blues, del funk, del rock. De Palma è perfetto, inappuntabile dietro il suo contrabbasso, che fa suonare e risuonare al servizio dei brani da lui stesso firmati, brani che, come ho detto, risultano gradevoli e interessanti.  Interessante infine anche l’approccio al drumming di Dario Panza, un musicista che seguirò con piacere, da ora in avanti.

Francesco De Palma ha annunciato che di questi brani verrà presto fatto un disco. Lo sto già aspettando.

Di Palma

Ventottology

Venerdi sera abbiamo avuto il piacere di suonare al 28DiVino Jazz. Lamberto Armenia (sax alto), Gian Domenico Murdolo (sax baritono e soprano), Marco Piersanti (contrabbasso), Rino De Lucia (batteria), ed io (piano). Da parte mia devo dire che mi sono divertito tantissimo: un discreto numero di ascoltatori, un bel clima musicale. Tanto che a fine concerto, una giovane ragazza che non ci conosceva e che ci aveva ascoltato per la prima volta, si è avvicinata per comprare il nostro disco; sono queste le soddisfazioni.

Abbiamo anche avuto il piacere di eseguire il mio ultimo brano, un omaggio al Jazz Club più amato d’Italia (secondo il sondaggio della rivista Jazzit), brano che ho intitolato appunto Ventottology; e pure queste sono soddisfazioni.

Ma le soddisfazioni non sono finite qui, anzi, proprio adesso arriva il meglio. Ed arriva per email, visto che pochi minuti fa ho ricevuto, da Luna Galante, una recensione della nostra serata, recensione tanto inaspettata quanto bella e frizzante. Ve la propongo qui di seguito, non senza prima ringraziare Luna per aver scritto quello che ha scritto.

Divieto di Bop @ 28DiVino Jazz, 3 maggio 2013

Quando un ingegnere edile, scrittore, blogger, amante del jazz è anche pianista e suona davanti a un pubblico, potrebbe trovarsi per celia recensito dai suoi stessi followers! Un uomo che con i suoi interessi trasversali e il modo di relazionarsi con curiosità e attenzione, con le persone ha un approccio pedagogico e riesce a provocare stimoli in loro. Lo ha fatto anche con la musica.

La formazione proposta da Maurizio Calvino meno C (questa è una provocazione in chiaro stile 5Stelle!), è un fantastico incontro tra diverse generazioni, che a forza di prove suonate insieme hanno imparato a conoscersi, creando così sul palco non solo un affiatamento, ma un capolavoro corale. Corale sia nel senso che viene dal cuore, sia nel senso che ogni parte di ogni musicista è armonicamente fusa con le altre e tutte tra loro senza che nessuno assuma il rilievo del protagonista principale, ma dove ognuno ha un carattere ben marcato e incisivo in tutta questa vicenda. Fantastico! E il risultato è gradevolissimo. Delizioso. Godibile.

Padronanza, non solo dello strumento, ma dei contenuti, di tutto quello che c’è dietro all’uso e alla scelta di certe note, armonie, della storia precedente e del percorso che si sta seguendo: consapevolezza. Che sfocia in naturalezza nell’espressione.

Dei signori padroni della loro materia su quel palco!

Il progetto presentato porta il titolo di Divieto di Bop, ma la linea tra ciò che è permesso e ciò che non lo è, è una sottile ironia con cui la maestria si diletta.

Tra il pubblico ho raccolto le impressioni delle persone entusiaste che risalivano dalla cava jazz ancora swingando, con la nostalgia vintage nel cuore e la voglia ancora di sfogare. Uno dei noti e assidui frequentatori del locale, un producer americano di cui non si sa molto e che si fa chiamare Mister Doh, dice di aver tanto apprezzato lo swing del pianista “He has good swing”, commenta, ma la sua innata spinta rock and roll pulsa e freme incontenibile, così egli avrebbe voluto che durante il live Alvino si fosse lasciato andare di più, sbizzarrito, infuocato, che se la fosse “tirarata” – dallo slang americano a quello romano – perché mentre nel disco ha senso una certa impostazione, la cosa divertente del live è la deviazione! Mister Doh ha apprezzato tutti i componenti, dal noto batterista Rino De Lucia, impeccabile, al neolaureando in fisica con una tesi sulla memoria, Marco Piersanti – contrabbassista. I fiati sono stati lodevoli. A Lamberto Armenia ha anche proposto una produzione: “I like your job”, he told him. Del baritonista Murdolo tutto il pubblico ha colto e percepito una particolare presenza di spirito. Quando si dice quei momenti in cui sei sull’onda! Tuttavia Giando era un ospite, che ben si è inserito nel collaudato quartetto, dando svago al suo blow, “ha sganciato l’equilibrio tra quello che era scritto e come è stato interpretato”, ha commentato entusiasta Mister Doh. Insomma, caro Maurizio, mentre tu e gli altri musicisti eravate lì a farci sospirare, a farci chiedere “ma è bop o non è bop”, qualcuno si è divertito a farti la recensione! Ahahahahhaha! Grande!

In gran finale, come la ciliegina sulla torta, la cantante Raffaella Antonietta Arriola Nacci è stata invitata sul palco: voce e occhi suadenti, con lo sguardo catturava tutti i musicisti per seguirli, per farsi seguire e per creare quel lavoro di squadra che, quando è ben fatto, innesca uno tsunami di energia positiva.

recensione di Luna Galante

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