Metti una sera all’Auditorium

Metti una sera all’Auditorium con Giovanni Tommaso (classe 1941, contrabbasso) insieme ai giovani Mattia Cigalini (sax alto), Enrico Zanisi (pianoforte) e Nicola Angelucci (batteria). Metti che il quartetto si chiama Consonanti, per via della palpabile “consonanza” tra i quattro membri dello stesso. Mettici la registrazione dal vivo nel Teatro Studio dell’Auditorium, con i musicisti in una specie di acquario fatto di plexiglass e schermi fono-isolanti, opportunamente posizionati in modo da evitare i rientri tra le diverse tracce. Metti un repertorio di brani originali, tutti scritti rigorosamente in campagna, nella bella campagna romana dove Tommaso dichiara fieramente di vivere felice. Il risultato? Una serata di musica piena, solare, a tratti introspettiva, di gran classe e di altissima qualità.

La scrittura di Tommaso è limpida, un distillato sonoro che sgorga con perfetta naturalezza. L’esecuzione è lirica, ispirata, in un riuscito mix tra Jazz e musica leggera d’autore. Tutti frutti evidenti, evidentissimi, della storia musicale di Giovanni Tommaso, fatta fondamentalmente di Jazz (Quintetto di Lucca e Perigeo in primis) ma anche di prestigiose collaborazioni con mostri sacri della musica leggera come Mina, Riccardo Cocciante, Lucio Dalla. La scelta di circondarsi di giovani, infine, è la ciliegina sulla torta, nulla di meglio per valorizzare la propria storia che confrontarsi con le nuove generazioni e con gli stimoli che da queste emanano.

In questo particolare humus non poteva che nascere un Jazz come quello descritto, dove non solo la melodia e la forma canzone sono importanti ma anche, e soprattutto, le emozioni. Mi viene in mente, ascoltando il quartetto, quella meravigliosa frase di Massimo Urbani (tratta dalla video intervista di Paolo Colangeli La fabbrica abbandonata) in cui il compianto sassofonista dichiara che “L’avanguardia risiede nei sentimenti e non nelle forme”. Ecco, quello che i Consonanti incarnano è probabilmente l’impalpabile e semplice desiderio di ogni fruitore di musica, quello di trovare nelle note ascoltate la spiegazione dei propri sentimenti.

Tante, ad ogni buon conto, le forme ascoltate ieri sera: a partire da Scioglilingua, dipanata da uno schioccare di lingua nel sassofono da parte di Mattia Cigalini e proseguita con una struttura di tipo call and response; passando per la struggente Ipnotico, ballad che potrebbe tranquillamente essere considerata la consolazione perfetta per ogni affanno; per Euphoria, nella quale un ostinato del contrabbasso, doppiato dalla mano sinistra di Enrico Zanisi, dischiude un mondo onirico e schioppettante; fino ad un brano filmico come Conversation With My Soul, che sottende il contraltare introspettivo, completamento di un repertorio che non manca di sfoderare anche, nel bis, Musical, brano gioiosamente ispirato alla forma delle forme, quella che più ha dato al Jazz grazie alla pratica dei cosiddetti standard, riadattamenti delle canzoni di Broadway e di Hollywood.

Diverse le dediche: Orizzonti, scritto per la “sua” campagna, Teatro Studio, scritta per l’occasione, Camarillo Hospital, il famoso ospedale psichiatrico in cui venne ricoverato Charlie Parker e che Giovanni Tommaso ebbe a incrociare per caso mentre, in macchina con sua moglie, vagava per strade deserte della California.

Non direi che esista un solista vero e proprio nel quartetto Consonanti. Piuttosto si tratta di un ensemble nel quale vengono fuori, volta per volta, le  singole individualità: quella di Mattia Cigalini, il cui sassofono è sempre perfetto, mai strabordante o sopra le righe ma sempre al servizio della musica, sia durante l’esposizione dei temi sia durante gli assolo; quella di Enrico Zanisi, che spesso si produce in assolo con l’utilizzo iniziale della sola mano destra, soltanto successivamente aggiungendo la sinistra per contrappuntare con delle vere e proprie linee di basso la melodia o per inserire dei voicing; quella di Nicola Angelucci, che è sempre in sintonia con il resto della sezione ritmica della quale è un perfetto complemento piuttosto che un semplice traino; e quella di Giovanni Tommaso, le cui linee fuoriescono improvvisamente, perfette nel qui e nell’ora, riempiendo di risposte tutta la platea.

La serata, dicevamo, è stata ripresa dagli ingegneri del suono dell’Auditorium e ne verrà fatto un disco, che uscirà per l’etichetta Parco della Musica. Un’ottima notizia vista la qualità e la bellezza di questa esibizione.

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Jazzit Fest 2014 a Collescipoli

Lo scorso anno, per iniziativa di Luciano Vanni, direttore ed editore della rivista JAZZIT e di mille altre iniziative relative al Jazz (tra le quali l’interessante progetto JAZZIT CLUB, che si sta diffondendo a macchia d’olio sul territorio nazionale), nasceva il Jazzit Fest, una festa  del Jazz ma anche un meeting di settore.

Quest’anno si replica il 27, 28 e 29 giugno, sempre nel delizioso borgo medioevale di Collescipoli (TR), sempre con la formula a “impatto zero” che lo ha contraddistinto da subito. “Occorre un piccolo sforzo di immaginazione per spiegare il Jazzit Fest”, spiega Vanni nel suo sito http://www.jazzitfest.it , “e quindi”, prosegue, “è necessario chiudere gli occhi e pensare:

  • a un piccolo borgo medievale umbro abitato da circa trecento persone, Collescipoli (TR), un paese poggiato su di un dorso collinare e cinto da antiche mura;
  • a quattrocento musicisti jazz che di loro iniziativa si danno appuntamento per tre giorni di showcase: mossi dal desiderio di mettere in scena nuove idee e nuove produzioni discografiche;
  • a centocinquanta operatori del settore in ambito jazz che si riuniscono per discutere assieme su tematiche di interesse comune, per conoscersi e per ascoltare ciò che di nuovo ha da dire la scena jazzistica contemporanea;
  • a oltre cento volontari provenienti da tutta Italia;
  • alla comunità tutta di questo paese medievale che, attraverso la Pro Loco, partecipa all’evento offrendo un servizio accoglienza, ordine pubblico e ristoro con prodotti tipici del territorio;
  • a un borgo medievale che, nell’arco di un weekend, diventa un vero e proprio “paese festival”, risuonando di musica dalla mattina fino a tarda sera;
  • a un festival – expo di settore con un cartellone fitto di concerti (oltre cento), workshop, conferenze, seminari, proiezioni video e guide all’ascolto di anteprime discografiche; con un programma musicale che ospita anche un campus didattico e un concorso di musica jazz destinato ai più giovani.

Ma non solo: ciò che ci caratterizza è anche il fatto che il Jazzit Fest – Italian Jazz Expo è un evento prodotto senza contributi pubblici e a ingresso gratuito con donazione spontanea, un modello gestionale che ha dato vita al protocollo ZIF Zero Impact Festival; insomma, l’isola che non c’era”.

Dunque, Il Jazzit Fest si finanzia esclusivamente con donazioni spontanee, sponsor privati, servizi di ristorazione e crowdfunding? La risposta è un inusuale “sì”. Non solo: il Jazzit Fest vuole essere un esempio di sharing economy in ambito culturale, con il 50% del contributo raccolto tramite crowdfunding pagato ai musicisti ed il 50% pagato all’organizzazione.

Una iniziativa nuova, che esce dalla logica del finanziamento pubblico come “conditio sine qua non” per produrre un evento culturale, che si pone come nuovo modello di riferimento in risposta ai tanti, troppi festival nei quali si ascoltano i soliti nomi. Un festival che dà spazio ai giovani musicisti, alla novità, e che ha tutte le carte in regola per costituire il nuovo riferimento di settore, sia per l’impostazione, sia per collocazione geografica (a Collescipoli (TR), il centro d’Italia), sia per l’entusiasmo che Vanni ed il suo staff stanno mettendo nell’organizzazione.

Noi ci saremo.

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Per info e per finanziare l’iniziativa: www.jazzitfest.it

Fa male il Jazz

Una nuova pandemia minaccia Roma. Dopo anni in cui il Jazz stentava a riprendersi, stanco sopravvissuto ai fasti degli anni Settanta e Ottanta, ieri sera, all’Auditorium Antonianum, oltre 600 persone si sono radunate, vittime del nuovo virus capitolino di provenienza afro-americana: la Jazzit(e). Luciano Vanni, editore e direttore della rivista Jazzit, insieme con Gegè Telesforo, hanno dato vita ad un evento che il mondo del Jazz ricorderà a lungo, un evento durante il quale circa cinquanta jazzisti si sono esibiti intervenendo a titolo gratuito per fini benefici.

La quarantena è durata circa quattro ore: dalle ventuno all’una si sono succeduti sul palco musicisti giovani, musicisti nel pieno della maturità e del successo anche internazionale, musicisti che hanno fatto la storia del Jazz italiano.

Bello ed emozionante il momento della esibizione di Gianni Sanjust, Dino Piana, Riccardo Biseo, Giorgio Rosciglione e Gegè Munari, che si sono guadagnati una standing ovation per la loro classe ed eleganza senza tempo. Ho apprezzato tra le altre l’esibizione del chitarrista Gianluca Figliola e dell’organista Leonardo Corradi, giovani talenti dei quali ho già avuto modo di parlare, e le aperture pantonali del Pasquale Innarella Quartet. Particolarmente interessanti le esibizioni dei Fresh Fish e del trio Faraò-Tommaso-Manzi. Scoppiettante e pieno di groove il finale con la band di Gegè Telesforo, al quale si sono poi aggiunti Fabrizio Bosso, Rosario Giuliani, Max Ionata.

Una serata all’insegna del divertimento e della musica, tanto che potremmo ribattezzarla il Primo maggio del Jazz. Una malattia altamente infettiva, questa Jazzit(e), che speriamo dia nuova linfa ed entusiasmo al pubblico del Jazz, che ha ampi margini per crescere, ed agli addetti ai lavori, artisti, promoter e gestori di club. La dimostrazione che, quando i mezzi di comunicazione si mobilitano (fondamentale è stato il lavoro di Gegè Telesforo in questo senso), anche il Jazz può aspirare a grandi numeri.

Una malattia per la quale speriamo non esista mai cura, ovviamente.

Hanno partecipato all’International Jazz Day 2014:

GeGé Telesforo, direzione artistica, voce percussioni
Aldo Bassi, tromba
Alessandro D’Anna , batteria
Amedeo Ariano, batteria
Antonio Faraò, pianoforte
Arnaldo Santoro, voce
Barbara Casini, chitarra voce
Claudio Fasoli, sassofono tenore
Daniele Tittarelli, sassofono contralto
Dario Deidda, contrabbasso
Dario Germani , contrabbasso
Dino Piana, trombone
Domenico Sanna, pianoforte
Ermanno Baron, batteria
Enzo Pietropaoli, contrabbasso
Fabio Zappetella, chitarra
Fabrizio Bosso, tromba
Flavio Boltro, tromba
Francesca Palamidessi, voce
Francesco Diodati, chitarra elettrica
Francesco Lento, tromba
Francesco Lo Cascio , vibrafono e percussioni
Gegè Munari, batteria
Gianluca Figliola, chitarra
Gianludovico Carmenati, contrabbasso
Gianni Sanjust, clarinetto
Giorgio Rosciglione, contrabbasso
Giovanni Tommaso, contrabbasso
Giuseppe Bassi, contrabbasso
Greta Panettieri, voce
Israel Varela, batteria
Karen Lugo, flamenco
Leonardo Corradi, hammond
Lorenzo Tucci, batteria
Luca Bulgarelli, contrabbasso
Luca Fattorini, contrabbasso
Luca Mannutza, pianoforte
Marcello Allulli, sassofono tenore
Marcello Di Leonardo, batteria
Marcio Rangel
Marco Silvi , pianoforte
Marco Valeri, batteria
Maria Pia De Vito, voce
Massimo Manzi, batteria
Matteo Cidale, batteria
Mauro Cimarra, batteria.
Mauro Gubiotti, pianoforte
Max Ionata, sassofono tenore
Pasquale Innarella, sassofoni, corno
Pino Sallusti, contrabbasso
Riccardo Biseo, pianoforte
Rita Marcotulli, pianoforte
Roberto Altamura, batteria
Roberto Pistolesi, batteria
Rosario Giuliani, sassofono alto
Stefano Di Battista, sassofono contralto e soprano