Carmine Ioanna e Francesco Bearzatti incantano il 28divino

Tanto pubblico ieri sera al 28divino Jazz. Sul palco Carmine Ioanna (fisarmonica), che presenta il suo album Solo e, accanto a lui, Francesco Bearzatti (sax tenore, clarinetto), acclamato sassofonista dal curriculum prestigioso.

Due anime, due mondi musicali: quello del sud, di Ioanna, fatto di musica popolare ma anche di riferimenti colti e quello, più nordico, di Bearzatti. Grande pronuncia jazzistica, Ioanna si distingue per la estrema musicalità, per la precisione del fraseggio e per le citazioni, sempre puntuali e perfette. Viscerale, sofferto, a tratti lancinante il suono nitido di Bearzatti, il quale sembra soppesare con struggimento ogni singola nota che emette, evocando il mal de vivre che è in ognuno di noi, e nel contempo liberandocene.

Si percorre una strada panoramica, fatta di melodie, di armonie e di ritmi, eseguiti od anche solo sottintesi. Si gioca con la citazione del Volo del calabrone, con la Carmen di Bizet, con la colonna sonora di Pinocchio, con il rumore prodotto dal seggiolino di Ioanna e con lo scovolino del clarinetto di Bearzatti sbattuto a tempo sul leggio. Atmosfera da film, canzone, ma anche sperimentazione e gioco.

Un sacrilegio non esserci, questa sera, un crescendo di cure per la nostra anima, che culminano con la catarsi di un italian blues (Romagna Mia). Una festa, infine, l’esplosione finale del bis, con Donna Lee eseguita in unisono a velocità ben più alta della originale versione parkeriana.

Una serata degna del Roma Jazz Festival, e di ogni altro festival che si rispetti.

Intervista radio Ioanna/Bearzatti

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Sito ufficiale Carmine Ioanna

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Franco D’Andrea al Roma Jazz Festival

Lunedi 24 novembre ho avuto l’occasione di assistere al concerto di Franco D’Andrea (piano), insieme a Daniele D’Agaro (clarinetto) e Mauro Ottolini (trombone).

Atmosfera raccolta nel teatro studio “Gianni Borgna” dell’Auditorium, ed un ensemble particolare che, come è scritto nelle note del concerto, è una sorta di banda musicale concentrata, con il clarinetto in rappresentanza delle ance ed il trombone in rappresentanza degli ottoni.

L’inizio è per il clarinetto di D’Agaro, da solo, che col suo timbro scalda subito i cuori e ci introduce in un viaggio affascinante, il Jazz classico, l’epoca d’oro degli anni 30, 40 e 50. Un misto di standard (uno su tutti I Got Rhythm, di George Gershwin, la cui progressione armonica, detta rhythm changes o anatole, è stata utilizzata in moltissimi altri brani) e di original (citiamo Naima, il celebre e meraviglioso brano di John Coltrane), eseguiti quasi senza soluzione di continuità.

Interessante il mix di classico e contemporaneo: ad introduzioni più vicine alla musica contemporanea si alternano infatti passaggi di Jazz tradizionale (o dovremmo dire tonale), così come repentini scorci della musica contemporanea si affacciano nel bel mezzo di un assolo. Colpisce la sempre rinnovata inventiva e voglia di sperimentare di D’Andrea, a partire dall’idea stessa di questo progetto, così come affascina il playing dei due comprimari D’Agaro e Ottolini.

Una serata che scorre via liscia e setosa, con un unico appunto: una presentazione dei brani eseguiti, un parola di più sulla musica e sui musicisti che erano sul palco, avrebbe contribuito a rendere più interessante e gradevole il tutto. Per il resto, standing ovation.

Lovano e Douglas infiammano il Roma Jazz Festival

Non è facile essere critici dopo aver assistito ad un concerto come quello di Joe Lovano (sax tenore), Dave Douglas (tromba), Lawrence Fields (piano), Linda Oh (contrabbasso) e Joey Baron (batteria). Facile dire che tutto era perfetto, tutto come doveva essere, che Joe Lovano è uno dei monumenti del post bop, Dave Douglas un fuoriclasse, Lawrence Fields un pianista da manuale, Linda Oh una contrabbassista dal piglio schietto, Joey Baron un batterista raffinato. Dunque, proviamo a cercare il pelo nell’uovo.

Il concerto è un omaggio a Wayne Shorter, indiscusso sassofonista e compositore, che ha attraversato epoche e formazioni storiche (Miles Davis Quintet, Weather Report) ed ispirato centinaia di musicisti. Si inizia con Sound Prints (Joe Lovano), che nel titolo riecheggia la shorteriana Footprints. Improvvisazione a due Lovano/Douglas, lancio della ritmica, esecuzione del tema, soli. Il teatro già viene giù con applausi e gridolini di approvazione. Molti battono il piede.

Seguono Sprints (Douglas), e poi due brani inediti, scritti da Wayne Shorter appositamente per questo progetto, To Sail Beyond the Sunset e Destination Unknown. Il concerto prevede solo altri due brani, Weather Man (Joe Lovano) e la bella ballad Ups and Downs (Douglas), e non c’è molto tempo per capire che questa è poesia allo stato jazzoso. Tutti siamo sopraffatti dalla bellezza di questa esibizione, esibizione che vede tra l’altro una sezione ritmica eccezionale, degna pari dei due co-leader. E dopo che è passato anche il bis (Power Ranger,  Douglas), ci alziamo storditi di felicità.

Ah, riguardo il pelo nell’uovo… che dire? La camicia di Lovano era inguardabile.

Glasper e Moran al Roma Jazz Festival

Tanti, tantissimi pianisti erano tra il pubblico dell’Auditorium Parco della Musica, ieri sera, al concerto di Jason Moran e Robert Glasper, ma anche tanti, tanti ragazzi. Un bel segnale il fatto che, quando il Jazz fa cenno di avvicinarsi al mondo di oggi, anche i giovani mostrino interesse e si avvicinino al Jazz.

Jason Moran e Robert Glasper, due pianisti. Entrambi nati a Houston, entrambi hanno frequentato la High School for the Performing and Visual Arts ad Houston. Moran ha iniziato col piano classico, Glasper seguendo la madre che cantava professionalmente il Jazz ed il Blues.

Buio in sala, Moran e Glasper fanno il loro ingresso. Fuori c’è il diluvio, è stato diramato un “allerta meteo” ed un rumore violento, forse un tuono, spaventa il povero Glasper, che istintivamente guarda la platea con una smorfia comica di terrore. La cifra è chiara, chi pensa all’Auditorium come ad un luogo sacro è avvisato: stasera si ascolta Jazz, ma si ride pure.

Moran attacca, subito seguito da Glasper. Inizia un lungo dialogo, per lo più giocato su toni cupi. Una atmosfera che ricorda i Radiohead, che si snoda per diversi minuti, e che di sicuro è di grande appeal per le giovani generazioni. Personalmente gradisco di più il boogie che segue, con momenti giocati su walkin’ line, altri sullo stride piano. Si percepiscono alcune differenze tra i due pianisti: più classico, in senso contemporaneo, Moran, più blues, più jazz, Glasper. Più serio il primo, più divertito il secondo. Da questo incontro/scontro sta nascendo qualcosa di bello, di godibile, questa sera.

Non è nuova al pubblico del Jazz la performance di due pianoforti, a partire dal celebre disco Great Times! (Duke Ellington, Billy Strayhorn) fino al recente Orvieto (Chick Corea, Stefano Bollani), ma l’ascoltarli dal vivo è, come sempre, altra (splendida) cosa. Assistiamo così a due pianoforti che man mano si trasformano: quello di Moran, preparato dallo stesso durante l’esecuzione, diventa batteria, quello di Glasper, anch’esso preparato al volo, diventa un sitar; ed ecco che il duo pianistico si “apre”, suonando come un intero jazz combo.

Glasper rimane solo. È un momento intenso, lirico, durante il quale si lascia anche andare a dei fraseggi vocali i quali, al contrario di quelli (famosi) di Jarrett, sono intonati e seguono pedissequamente l’outline della melodia.

Poi Glasper esce di scena, ed è la volta di Moran, che squarcia il silenzio con cluster violentissimi e frammenti di scale, entrando repentinamente nel territorio della musica contemporanea tout court per poi gradualmente allontanarsene, tornando ad una atmosfera trance, durante la quale Glasper rientra in scena mimando un balletto, scatenando di nuovo grandi risate in platea.

Parte un accenno di vamp, e riconosco Maiden Voyage (Herbie Hancock). È eseguita con una suddivisione ritmica che, come ha avuto modo di dire Glasper, è ispirata dal brano dei Radiohead, Everything in Its Right Place. Ancora una volta ritorna la band inglese, che tanto ha influenzato jazzisti di tutto il mondo (a partire da Brad Mehldau), a contaminare il Jazz di oggi.

Ancora un brano di Monk (omaggiato anche dal duo Barron/Holland, su questo stesso palco, tre gioni fa, ndr), Think Of One, e poi, per la gioia dei giovani presenti, una ballad a firma del rapper Scarface, anche lui di Houston.

Alla faccia di chi dice che il Jazz è noioso.

Cayo Hueso

Sto ascoltando Cayo Hueso, il bel cd di Carmen Falato, sassofonista romana da diversi anni sulla scena. La prima impressione è di allegria e freschezza, il suono arriva diretto e senza mediazioni di sorta, portato dalle mani, dalle braccia e dalle bocche di tanti strepitosi musicisti, tutti rigorosamente cubani, tutti per lo più incredibilmente sconosciuti (a parte Abreu, percussionista di Chuco Valdes), i quali contribuiscono non poco a determinare il mood del disco. Tutti cubani, ho detto, includendovi anche Carmen. Sì perché, oltre al fatto che “Falato” potrebbe facilmente essere scambiato per un cognome indigeno, devo dire che anche il suo sound è perfettamente inserito all’interno dell’ensemble, solo più modale e più “europeo”, ad offrire il giusto compendio al sound caraibico della band.

Autoprodotto, ma che meriterebbe una etichetta di livello. Di contaminazione, dove il Jazz si fonde con i suoni afro-cubani. Cominciamo però col dire che, come tiene a sottolineare Carmen, il disco non è un disco ma piuttosto una jam session, iniziata a mezzanotte e terminata alle sette di mattina, quando La Habana lentamente si risveglia. Un disco nato di notte, ma di natura assai solare.

Inizia con un bel groove di basso elettrico, subito seguito da un riff di fiati che imprime la direzione. Il brano è Popo (Carmen Falato) e scorre via come del buon rum, sulle improvvisazioni di Julito Padròn (tromba), Juan Carlos Marin (trombone) e Carmen Falato (sax soprano).

È il momento di accendersi un sigaro, per poi scorrere in successione Simone (Frank Foster), Fancy Free (Donald Byrd), per arrivare a Flor De Liz, il bel brano di Djavan che Carmen canta senza fronzoli, con la sua nuda voce, caratteristica sempre apprezzabile in un cantante.

Interessante ed incredibilmente rinnovato il brano So What (Miles Davis), nel quale al posto del tema viene suonato il solo che Miles eseguì sul disco Kind Of Blue. Denso di funkeggiante swing con incursioni afro, si fa qui particolarmente apprezzare il playing di David Alfaro (piano).

Gli altri musicisti sono Roberto Garcia (tromba, flicorno), Raul “Avi” Gil (basso elettrico), Oliver Valdés (batteria), Yaroldy Abreu (congas, percussioni).

Il disco prosegue con Grinanitis (Marco Omicini) e termina con  un richiamo ad una più nostrana isola, Ponza (Carmen Falato), di certo non caraibica ma non meno evocativa, almeno per l’autrice.

Lavoro godibile, allegro, di spessore, che si colloca di sicuro tra le cose interessanti da ascoltare nel 2014. Registrato interamente a Cuba, non ha una distribuzione ufficiale ma è possibile trovarlo da Blutopia, in via del Pigneto 116, oppure contattando Carmen Falato sulla sua pagina Facebook.

Kenny Barron e Dave Holland al Roma Jazz Festival

Stasera non ho assistito ad un concerto, bensì a quello che potrebbe a ragione essere definito il manifesto del Jazz. Non una esibizione muscolare di tecnica strumentale, non la nascita dell’ennesimo sottogenere del Jazz, ma l’essenza di ciò che il Jazz è o dovrebbe essere: pulsazione e sentimento. Si presentano come due distinti signori, Kenny Barron e Dave Holland, ma non dobbiamo lasciarci ingannare.

Siamo al Roma Jazz Festival, nella sala Petrassi (stracolma di gente) dell’Auditorium Parco della Musica. In mente ho People Time, lo splendido disco dal vivo che Barron incise con Stan Getz. Aspettative alte, dunque, le mie.

È una ballad ad aprire la serata, con la classe e l’eleganza a farla da padrone, a partire dalla articolazione dell’ostinato di contrabbasso che punteggia il tema, esposto dal piano. Il pubblico applaude, ma è ancora tiepido. Ancora per poco però,  perché un attimo dopo già si decolla con Segment di Charlie Parker. Impossibile non battere il piede, lo swing di Barron è leggero ma insistente, discreto e travolgente al tempo stesso, in un crescendo di scale alterate, frammenti di pentatoniche e accordi tensivi che infiammano la platea. Applausi scroscianti alla fine del solo, ed è la volta del contrabbasso. Incredibile come Holland riesca, anche lui con classe e semplicità, a mantenere il clima elettrico creato da Barron, ed anche per lui applausi scroscianti a scena aperta. C’è spazio per degli scambi da otto, nei quali ognuno suona in solitudine, e poi il tema finale.

Presentano ogni brano, dando prova di grande rispetto del pubblico, e alternano momenti up a ballad struggenti, come Waltz For Wheeler, dedicata all’amico Kenny Wheeler, da poco scomparso o come Rain, ballad incisa quest’anno sul disco The Art of Conversation. Un ultimo brano dove Holland furoreggia quasi in modo rock, e In Walked Bud di Monk, come bis.

Esco dall’Auditorium, ed il mondo mi appare più leggero ora, come se le nuvole fossero d’ovatta e la polvere sotto le mie scarpe d’argento. Thank you Kenny, thank you Dave.

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CD The Art of Conversation (Spotify)

Joe Lovano e Dave Douglas al Roma Jazz Festival

Joe Lovano e Dave Douglas, due fuoriclasse rispettivamente del sax e della tromba, ad ogni loro incontro danno vita a una musica energica, elegante, contraddistinta da virtuosismi felicemente finalizzati alla piena espressività, con una modalità esecutiva nuova e allo stesso tempo carica di profondi legami con tutto il Jazz della tradizione. Al Roma Jazz Festival presentano un interessante tributo a Wayne Shorter con sue composizioni, appositamente arrangiate, ma anche con brani originali. Imperdibile.

Joe Lovano (sassofoni), Dave Douglas (tromba), Lawrence Fields,(pianoforte), Linda Oh (contrabbasso), Joey Baron (batteria)

18 novembre, SOUND PRINTS, Auditorium Parco della Musica, Sala Sinopoli, ore 21.00

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