Pagliani e Pieroni @ 28DiVino Jazz

Niente di meglio, per festeggiare il Santo Stefano, di una serata al 28DiVino Jazz, un club che non non manca mai di incuriosire e che, anche stavolta, mi ha incuriosito con il duo di Luca Pagliani (chitarra) e Fabrizio Pieroni (pianoforte). Una proposta, quella di Pagliani e Pieroni, che ha radici diverse ed altre rispetto al filone più propriamente jazzistico, ma che non manca di intrigare per raffinatezza e bellezza degli arrangiamenti. E dico arrangiamenti non a caso: tutti i brani sono infatti arrangiati minuziosamente, con tanto di parti call and response, contrappunti, armonizzazioni. E con caleidoscopici inseguimenti tra pianoforte e chitarra, durante i quali i due musicisti si passano la palla dell’improvvisazione.

Un repertorio diverso dal solito, dunque, che partendo da Edoardo Bennato fa tappa nella tradizione del canto natalizio per eccellenza, Adeste Fideles, per poi inerpicarsi verso il Brasile con lo scoppiettante choro Piano Pandeiro e Passarinho (di Hugo Fattoruso, pianista, percussionista, cantante, fisarmonicista, compositore e arrangiatore uruguayano) e con Curumim (di Camargo Mariano, pianista brasiliano). Nel mezzo, tanti brani originali come Eskerrikasko Nafarroa, che in basco significa “Grazie Navarra”, e che Pieroni ha dedicato alla provincia spagnola dove ha vissuto per tre anni; Gurdulù, sempre di Pieroni, dedicato al servo del cavaliere inesistente di Italo Calvino, Scena di mare con donna e cane (che già nel titolo – ma non solo – evoca atmosfere progressive) e Quando le donne avevano le ruote, entrambi di Pagliani, per finire con Non scordar la memoria, brano meditativo e cantabile scritto dal chitarrista Nicola Puglielli in omaggio a Massimo Urbani.

Come bis O sole mio, classicissimo di Eduardo Di Capua, con un andamento a milonga, di grande impatto, che dice una parola nuova e importante sul brano napoletano. E ce ne andiamo a casa contenti, non prima di aver avuto rassicurazione dai due sul fatto che, presto, incideranno un disco. Sarà di sicuro un buon anno.

 

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Traditori al 28DiVino Jazz

Una piccola folla che preme alla porta del 28DiVino Jazz, qualcuno che urla:”Traditori!”, mentre Ettore Fioravanti si fa largo tra gli astanti. Da poco è uscito il suo nuovo cd Traditori (Alfa Music), e molti ancora faticano a perdonare. Questo suo tradire il Jazz non è stato preso bene dai fan e dagli appassionati, e molti sono qui per dirglielo in faccia.

Si comincia. Sul palco, oltre al leader, ci sono Marcello Allulli (sax tenore), Francesco Poeti (chitarra), Francesco Ponticelli (contrabbasso). Ma il primo brano è uno standard, My Shining Hour (Harold Arlen), e già i volti si distendono. Fioravanti sa il fatto suo e prosegue dritto con Polka Loca, a sua firma, dove ad un andamento ritmico di smaccata estrazione popolare contrappone dei momenti di pura improvvisazione. Il binomio è dirompente, geniale, e subito mette d’accordo tutti: altro che traditore, Fioravanti è un alfiere della tradizione perché, come ha modo di spiegare lui stesso, la tradizione ha bisogno di continui tradimenti per essere portata avanti.

E si prosegue, dialogando con tradizione e contemporaneità, tra cultura pop e cultura alta. In perfetto spirito jazzistico, rivive e risplende di nuova luce un classico come Walk On The Wild Side di Lou Reed. Si eseguono brani di Monk (Brilliant Corners) e ballad intimiste (come la sognante Tre, jazz waltz a firma di Ponticelli), ci si spinge fin nei territori dei tempi dispari (Boris, di Fioravanti) o del progressive (Camelot, sempre di Fioravanti).

È tradimento, questo? Per qualcuno forse sì, per qualcuno sicuramente no. Resta il fatto che il Jazz è nato come musica di contaminazione, tanto che già nella sua definizione principe viene etichettato come musica afro-americana. E dunque viva la tradizione, viva il tradimento, viva i Traditori e viva Ettore Fioravanti!

Intervista radio a Ettore Fioravanti

Giancarlo Schiaffini Phantabrass a Radiotre

Martedi scorso ho assistito al concerto di Giancarlo Schiaffini, trasmesso in diretta su Radiotre dalla Sala A di Via Asiago. Con l’ensemble Phantabrass da lui diretto, Schiaffini ha dato vita ad una performance dal titolo A cento metri comincia il bosco: guerra memoria natura, un lavoro dedicato alla memoria della Grande Guerra.

Dopo una breve intervista da parte di Pino Saulo, curatore della serata, si parte con il concerto. Dodici musicisti suonano accompagnati dalla proiezione di immagini della prima guerra mondiale. Musica contemporanea, eseguita con strumenti classici, talvolta affiancati da registrazioni di musica elettronica. La partitura è prevalentemente scritta, ma Schiaffini si avvale anche della tecnica della “conduction”, a sottolineare con maggior enfasi alcune immagini che scorrono sullo schermo.

Potente ed evocativa la voce di Silvia Schiavoni, che recita, canta, passando con naturalezza dalla canzone ad atmosfere che si potrebbero definire scelsiane, vista anche la sua esperienza con le partiture di Giacinto Scelsi. Schiaffini dirige, ma riserva per sé alcuni interessanti interventi con il suo trombone.

Memoria storica, condita di immagini, versi e musica: un modo per lasciare un segno indelebile negli spettatori, che sono rimasti incollati alle sedie, affascinati. Purtroppo alla radio non è possibile vedere le immagini ma, andando sul sito RAI, a giorni sarà disponibile il video della puntata.

Phantabrass

Giancarlo Schiaffini (direzione, trombone, elettronica, voce registrata), Silvia Schiavoni (voce), Luca Calabrese (tromba), Flavio Davanzo (tromba), Claudio Corvini (tromba), Martin Mayes (corno), Lauro Rossi (trombone), Sebi Tramontana (trombone), Gianpiero Malfatto (euphonium), Beppe Caruso (basso tuba), Giovanni Maier (contrabbasso), Luca Colussi (percussione)

Il viaggio in Jazz di Greta Panettieri

Ieri pomeriggio, alla fiera Più libri più liberi, la cantante Greta Panettieri ha presentato Viaggio in Jazz, graphic novel scritta con Jasmine Cacciola. Presentatore d’eccezione, Piji Siciliani.

Il libro racconta l’avventura della giovane Greta, volata a New York con una borsa di studio per la Berklee e rimasta nel continente americano per dieci anni, tra New York ed il Brasile. È l’occasione per parlare delle tante influenze della cantante italiana, dal jazz alla bossanova alla popmusic, del rapporto con le major, della sua ammirazione per Mina.

La presentazione è piacevolmente inframezzata da canzoni tratte dai suoi più recenti album, canzoni eseguite dal vivo con l’accompagnamento di Andrea Sammartino (pianoforte) e Armando Sciommeri (batteria).

Viaggio in Jazz è illustrato da Jasmine Cacciola, e contiene anche il disco Under Control, che era uscito nel 2013 ma solo su supporto digitale.  La prefazione è di Gegè Telesforo, con il quale la cantante collabora dal 2011.

L’Orchestra Operaia ci porta in paradiso

Ieri sera si è chiuso il Roma Jazz Festival, chiusura celebrata con un balzo indietro fino al tempo del Savoy Ballroom e dell’era dello swing, quando il Jazz era musica popolare e si ballava in grandi sale affollate di gente.

Padrone di casa Massimo Nunzi, musicista, arrangiatore, direttore d’orchestra, scrittore, conduttore radiofonico. Al suo fianco un manipolo di musicisti di razza, rispondenti al nome di Orchestra Operaia i quali, da gennaio 2014 ad oggi, hanno calcato ogni tipo di palco, dal Lian Club al Palladium alla Casa del Jazz a piazze alla radio e fino a stasera, all’Auditorium Parco della Musica. Un gruppo di ottimi musicisti i quali, nelle parole stesse di Nunzi, sono una risposta alla crisi. Una crisi dovuta sì a difficoltà economiche generalizzate ma anche alla mancanza di iniziativa e di azione da parte di molti.

E l’azione è declinata in molti modi stasera: a partire dai tanti arrangiatori, battezzati lone arrangers (Damiano La Rocca, Claudio Toldonato, Alberto Buffolano, Marco Vismara), invitati da Nunzi a proporre e dirigere i propri arrangiamenti; a seguire con gli ospiti Andrea Biondi al vibrafono, Marco Guidolotti al clarinetto, Andrea Tofanelli alla tromba; proseguendo con gli omaggi – tanti – ai grandi musicisti del passato, con la riproposizione di arrangiamenti di loro composizioni o dei loro assoli più famosi (Woody Herman, Bennie Moten, Jelly Roll Morton, Lionel Hampton, Coleman Hawkins, Chick Webb, Tommy Dorsey, Artie Shaw, Cootie Williams, Charlie Barnet, Dizzy Gillespie).

Azione, incontenibile, quella di decine di ballerini di lindy hop, diretti da Vincenzo Fesi, vestiti alla guisa dell’epoca, i quali danno fuoco alla platea riportandoci al tempo d’oro in cui tutto questo succedeva regolarmente. Un paradiso di allegria, emozioni e voglia di battere il piede.

Un modello da seguire, questo dell’Orchestra Operaia. Un modo per farci ascoltare ottima e variegata musica (l’Operaia si è prodotta nei mesi scorsi in arrangiamenti di brani di Kenny Wheeler, di brani hip hop, dando prova di grande flessibilità e apertura) senza negarci divertimento, allegria, ma anche pensiero alto e considerazioni, musicali e non. Un modello che potrebbe essere riproposto anche su scala ridotta, con piccoli combo che eseguono arrangiamenti propri o di terzi, una sorta di open source musicale in grado di creare interesse, non solo da parte degli appassionati ma anche – e soprattutto – da parte di neofiti i quali possono trovare in elementi anche distanti dal Jazz come inteso oggi (il ballo, la musica hip hop o altro) un motivo per avvicinarsi ed appassionarsi a loro volta.

Intervista radio a Massimo Nunzi

L’Orchestra Operaia:

Ospiti speciali: Andrea Tofanelli, tromba; Marco Guidolotti, clarinetto; Andrea Biondi, vibrafono.
Marta Colombo, voce; Mario Caporilli, Fabio Gelli, trombe; Stan Adams, Luigino Leonardi, Roberto Pecorelli, tromboni; Claudio Giusti, Alex Tomei, Carlo Conti, Duilio Ingrosso, ance; Alessandro Gwis, pianoforte; Manlio Maresca, chitarra; Luca Pirozzi, basso; Pierpaolo Ferroni, batteria.
Direzione e Arrangiamenti: Massimo Nunzi.
Lone Arrangers/Codirettori ed arrangiatori: Claudio Toldonato, Alberto Buffolano, Damiano La Rocca, Marco Vismara.