SoundCheck di GeGè Telesforo festeggia 500 puntate su Radio 24

GeGè Telesforo: In un momento critico che vede l’arte non valorizzata dai principali veicoli mediatici, SoundCheck, in onda su Radio 24, rappresenta un caso unico nel suo genere. Obiettivo della trasmissione non è la promozione discografica, come avviene in molti network, dove la musica in playlist è quasi esclusivamente quella ‘del momento’: SoundCheck gli argomenti sono conditi e sottolineati da un airplay vario che punta solo ed esclusivamente alla qualità, pur spaziando in contesti sonori diversi e senza età. Dai grandi capolavori del jazz e del blues, agli eroi della soul music e della rythm’n’blues fino alle nuove tendenze e ai nuovi talenti del contemporary R&B, dell’indie, dell’elettronica, molti dei quali indipendenti nella produzione e nella distribuzione, che oggi avviene in forma liquida e digitale.”
Il prossimo 
16 giugno andrà in onda la 500esima puntata di SoundCheck, la trasmissione di GeGè Telesforo in onda da 5 stagioni su Radio 24 il sabato e la domenica pomeriggio dalle ore 19.15. 
Un programma unico nel suo genere, nato nel 2013 e da subito in crescita sia dal punto di vista artistico sia per i dati di ascolto.

Presentatore e produttore radio-televisivo, eclettico musicista, produttore discografico e, dal 2017, Goodwill Ambassador per l’UNICEF, GeGè Telesforo celebrerà questo importante traguardo proprio durante la puntata del 16 giugno, ripercorrendo la storia del programma: dagli inizi, in cui costituiva una striscia quotidiana di 15 minuti nel pomeriggio di Radio 24, sino alla conquista, dopo soli sei mesi, delle due puntate nel week-end. Un totale di 3 ore settimanali in orario drive time, catturando sempre di più l’attenzione dell’ambiente musicale – in primis i musicisti stessi e un numero crescente di appassionati di musica che si sentono maggiormente rappresentati dalle playlist di SoundCheck.

Gegè Telesforo e Willie Peyote in studio
Gegè Telesforo in studio con Willie Peyote 

Prodotta e realizzata nel Groove Master Studio di Gegè Telesforo (vera e propria fucina di progetti di successo del poliedrico artista, tra cui programmi televisivi, album e iniziative per l’UNICEF), la trasmissione ha ospitato molti nomi illustri della scena musicale internazionale e italiana come Robert Glasper, Gregory Porter, Dee Dee Bridgewater, Sarah Jane Morris, Renzo Arbore, Sergio Cammariere, Maria Pia De Vito, Tosca, Rita Marcotulli, Ben Sidran e Leo Sidran, Dario Deidda, ma anche artisti della nuova generazione come Willie Peyote, Israel Varela, Greta Panettieri, Ainè, Giovanni Truppi, Eleonora Bianchini, Aca Seca Trio.
Intervistati anche operatori del settore come promoter, giornalisti, produttori, direttori artistici e uffici stampa. 
Avvalendosi della collaborazione preziosa del giornalista musicale Francesco Tromba e dell’ingegnere del suono Riccardo Bomarsi, in questa quinta stagione Telesforo ha introdotto una grande novità: la possibilità per gli ospiti di effettuare performance live in diretta, grazie all’allestimento e alla strumentazione del Groove Master Studio.

IL PROGRAMMA Sound Check è un talk show musicale ideato e condotto da Gegè Telesforo. Si aprono le porte alla gege in radiomusica (dal Jazz al Pop, dalla Classica alla World Music), al variegato mondo sonoro, ai musicisti, professionisti e nuovi talenti, con l’obiettivo di proporre un’informazione musicale completa, stimolante, propedeutica, ma non banale, con l’intento di intrattenere piacevolmente, ricercando e promuovendo l’arte e il talento. E’ un programma fatto di musica e di storie di musica, che svela anche cosa e chi c’è dietro al successo e al lavoro di una band o di un artista: compositori, arrangiatori, ingegneri del suono, tour manager, producer discografici e di grandi eventi live. Al termine della stagione radiofonica verranno assegnati, da una commissione scelta dalla produzione, i “The Sound Check Music Awards“, destinati agli artisti, band, musicisti, operatori del settore che si saranno distinti durante l’anno.

 

Non un semplice concerto: l’Arcadia Trio accoglie il pubblico alla Sala del Rosso di Firenze per una speciale session di registrazione

Stasera, lunedì 4 giugno, si aprono le porte della Sala del Rosso di Firenze per una speciale sessione di registrazione: quella dell’Arcadia Trio, la nuova formazione del sassofonista Leonardo Radicchi che si sta distinguendo per la bellezza della sua musica ma anche per le importanti tematiche sociali affrontate. Alle 20.30, il pubblico entrerà dunque nella Sala del Rosso per assistere alla registrazione live. La location è un progetto d’avanguardia situato all’interno di un antico castello fiorentino, ristrutturato e foneticamente adibito per una eccellente qualità acustica sia per musica live che riprodotta. La partecipazione all’evento è stata promossa con la campagna di crowfunding su MusicRaiser http://bit.ly/MusicraiserARCADIA destinata a coprire parte delle spese di registrazione (il link per partecipare alla raccolta fondi sarà attivo ancora per i prossimi 9 giorni). La band, completata dal contrabbassista Ferdinando Romano e dal batterista Giovanni Paolo Liguori, ospiterà sul palco il sassofonista Marco Colonna e un quintetto di ottoni.
Leonardo Radicchi: “Non ho potuto che sorprendermi dell’entusiasmo e del coinvolgimento  dei musicisti coinvolti nel progetto, primo tra tutti Marco Colonna; ma soprattutto del sostegno di coloro che stanno contribuendo attraverso il crowfounding su Musicraiser per la concreta realizzazione del disco. Non solo ascoltatori e appassionati ma anche musicisti, cosa che non può che farmi felice. Stiamo cercando di esprimere questa musica con sentimenti, idee ed emozioni.  Non è facile ed esula dal normale lavoro di registrazione, ma proprio questo sta rendendo l’album diverso, e l’esperienza entusiasmante!”

I brani dell’Arcadia Trio “narrano” storie dense di tematiche attuali e di riflessioni esistenziali Leonardo Radicchi:  “Questo progetto rappresenta un manifesto: il jazz è un elemento culturale che può fare la differenza nel sociale. Le composizioni originali sono plasmate su fatti, persone e idee che lasciano il segno nel nostro mondo.”
Necessary Illusions
 è un omaggio alla visione dell’intellettuale e filosofo statunitense Noam Chomsky; Pointless Evolution: “un topo non costruirebbe mai una trappola per topi”; Blues for Yvan Sagnet: unmigrante africano che ha fatto sua una battaglia che gli italiani hanno abbandonato; Child Song, bambini che devono essere adulti e altri che possono non diventarlo mai; Don’t call it Justice, una legge non fa giustizia se rende illegale un essere umano.
Dal suo Diploma al Berklee College of Music di Boston, di cui è stato Student Ambassador con la sua band Creative Music Front, Leonardo Radicchi si è evoluto in una ricerca musicale parallela alla crescita della sua consapevolezza come individuo nella società civile. Le sue scelte musicali e le sue attività in ambito sociale hanno contribuito a conferire un significato politico alle sue composizioni. Là dove per politica non si intende uno schieramento partitico quanto piuttosto una maturata consapevolezza dell’ingiustizia sociale e delle contraddizioni da cui essa derivano: “La musica ha il dovere di contribuire, anche se in minima parte, alla massa critica che ci permette ogni giorno di essere umani. Il mondo è un posto complesso, ci serve una musica in grado di raccontarlo.” Radicchi lo ha dimostrato con l’album del 2013 intitolato – non a caso – “Riot” e attraverso esperienze fortemente volute con Emergency: il progetto Ebola (in Sierra Leone) e il progetto War Surgery (Afghanistan), a cui è seguita l’attività in un centro per richiedenti asilo della Toscana. Esperienze che cambiano il modo di vedere la vita, che rafforzano il sentimento di riscossa e operatività. Storie raccontate nel libro “In fuga”, pubblicato nel 2016 da Rupe Mutevole (collana Letteratura di Confine) e attualmente in ristampa.
In attesa dell’uscita discografica del prossimo autunno, Arcadia Trio è attualmente in tour nei club e nei festival italiani. Tra le prossime date: 22-23-24 giugno al Jazzit Fest a Montegrosso (Puglia).

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La diversità è ancora sinonimo di ricchezza: intervista a Fabio Ruggirello, Responsabile culturale dell’IIC di Copenaghen

Incontriamo Fabio Ruggirello, Responsabile culturale dell’Istituto Italiano di Cultura di Copenaghen.
Tra il 2016 e il 2018 l’IIC è divenuto partner di
un’importante sinergia tra il teatro danese e quello italiano, ossia tra gli attori dello storico Odin Teatret di Hostelbro e gli spettacoli multimediali della scrittrice e regista Federica Altieri: “Roma Patria Comune”, rappresentato nel settembre del 2016 all’Odin Teatret e nell’aprile del 2017 al Teatro India di Roma, e “Per-Bacco. Turbamenti di-vini”, che nel maggio 2018 si è tenuto per diversi giorni all’Odin Teatret e poi all’IIC di Copenaghen, e che andrà in scena al Teatro Torlonia di Roma il prossimo ottobre. La partnership coinvolge anche il Teatro di Roma, la Regione Lazio e l’Associazione Culturale Appercezioni.
Sul palcoscenico dei due spettacoli: gli attori dell’Odin Teatret Ulrik Skeel e Rina Skeel, l’attrice italiana Maria Letizia Gorga, i musicisti Marcello Allulli, Ermanno Baron, Marco Bonini, Roberto Bellatalla, Gino Maria Boschi, Marwan Samer; i video inediti di Claudio Ammendola.

 

  • Sig. Ruggirello, già nel 2017 e ora nel 2018, si sta realizzando un importante gemellaggio tra il teatro sperimentale danese e quello italiano: come valuta questo incontro dal punto di vista artistico?
    Il dialogo culturale fra Italia e Danimarca in ambito teatrale è stato da sempre dinamico e fecondo. Basta pensare ad esempio all’opera di Ludvig Holberg, uno dei padri della letteratura danese,che fin dal Settecento trasse proprio dai suoi viaggi in Italia e dal contatto con la Commedia dell’Arte un’ispirazione fondamentale per le sue opere drammaturgiche, o più recentemente alla straordinaria fortuna scandinava ed in particolare danese dell’opera di Dario Fo. La collaborazione fra Federica Altieri e il teatro Odin di Hostelbro si innesta dunque in un solco già tracciato e conferma la straordinaria fertilitá creativa di questo dialogo, anche in un territorio complesso e articolato, come quello del teatro contemporaneo. La sperimentazione, l’apertura a nuovi linguaggi e il carattere laboratoriale appartengono sia al DNA dell’Odin che alla ricerca teatrale di Federica Altieri: il risultato non poteva quindi che essere un incontro di grande intensità artistica. Sono molto felice che l’Istituto Italiano di Cultura di Copenaghen abbia facilitato questo scambio: fra gli obiettivi operativi dell’Istituto infatti non c’è solo la promozione del patrimonio culturale italiano esistente ma anche quello di fare da ponte fra i due Paesi e catalizzare energie creative verso progetti di collaborazione in ambito culturale come quello di cui stiamo parlando.
  • Secondo lei, il linguaggio teatrale dei due spettacoli messi in scena è riuscito a oltrepassare le differenze linguistiche dei due Paesi?
    È sufficiente assistere anche solo a qualche minuto della messa in scena per rendersi conto che le differenze linguistiche non sono un ostacolo, anzi probabilmente sono state uno stimolo creativo in più per la regista, per gli attori e per tutti i professionisti che hanno contribuito alla realizzazione degli spettacoli. La lingua teatrale è uno strumento straordinariamente potente di cui il linguaggio verbale è solo uno dei registri utilizzabili, e forse nemmeno il più importante. Questo è particolarmente vero per queste due opere di Federica Altieri che, ideate in Italia, sono però venute alla luce nei laboratori dell’Odin Teatret di Eugenio Barba, in qualche modo nutrendosi di quella atmosfera quasi mistica che ad Holstebro ha da sempre caratterizzato la ricerca artistica sull’uomo, sulla musica, sulla prossemica e in generale sui canali non verbali di comunicazione che innescano la magia del teatro.
  • Ritiene possano esserci dei fattori di continuità per i prossimi anni?
    Ritengo e mi auguro vivamente di sì. Entrambe le opere hanno la caratteristica di presentarsi quasi come opere aperte, continuamente in fieri e quindi disponibili ad essere arricchite o a costituire la base per nuove sperimentazioni. Ho accolto con gioia la notizia della preparazione di una serie di tappe italiane per lo spettacolo “Per-Bacco. Turbamenti di-vini” e quindi spero che il progetto possa arricchirsi di altre pagine in futuro.
  • Presso l’Odin Teatret si è parlato di una nuova avanguardia teatrale venuta nuovamente dall’Italia, giocata sull’intreccio delle diverse arti e culture. Quale ritiene siano le analogie e le differenze tra questi due Paesi, e soprattutto tra l’impostazione dell’Odin Teatret e gli spettacoli della regista Federica Altieri?
    La storia del teatro danese e quella del teatro italiano nei secoli hanno seguito ovviamente percorsi separati che tuttavia, come dicevo prima, hanno sempre più intensificato i punti di contatto, soprattutto negli ultimi decenni. Inoltre, se esiste un settore della produzione culturale in cui ha poco senso parlare di confini nazionali, quello è proprio il teatro, in cui la riflessione sull’uomo non può che avere un valore universale. Questo è particolarmente vero per il Teatro Odin di Eugenio Barba che da cinquant’anni ha messo radici in una piccola città dello Jutland poco conosciuta ai più ma che ha da sempre avuto uno spiccato carattere internazionale, aperto a esperienze provenienti dai quattro angoli del pianeta. Per quanto riguarda le differenze di impostazione fra l’impostazione dell’Odin e gli spettacoli di Federica Altieri probabilmente quella più evidente è l’uso del corpo dell’attore che è un cardine espressivo fondamentale del teatro “antropologico” di Barba e che invece la regista italiana utilizza in modo più classico per concentrarsi sulla ricerca espressiva attraverso altri mezzi di comunicazione non verbale, come la musica, le immagini video, le luci. Ma per fortuna, nello straordinario mondo del teatro, la diversità è ancora sinonimo di ricchezza.

    Intervista di Fiorenza Gherardi De Candei

 

 

 

 

 

 

Eleonora Bianchini in concerto al Lian Club di Roma con il suo album “Surya”

Giovedì 7 giugno torna live nella Capitale una delle migliori voci femminili italiane secondo il Jazzit Award: la cantante, chitarrista e compositrice Eleonora Bianchini che dalle ore 22 salirà sul palco del Lian Club con i brani del nuovo e quinto album Surya”. Con lei, i musicisti che l’hanno accompagnata in questo nuovo lavoro discografico: il bassista Marco Siniscalco e il batterista Alessandro Marzi che hanno collaborato anche alla stesura degli arrangiamenti.

Diplomata al Berklee College of Music di Boston e specializzata in Canto Jazz al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, Eleonora Bianchini giunge alla composizione di questo quinto lavoro dopo i primi due dischi “Como un aguila en lo alto” e “Esperare” prodotto dall’Università di Quito, e i due album “Dos” e “In Sight” del suo duo “Dos” formato insieme al contrabbassista Enzo Pietropaoli. 

Bianchini vanta un curriculum internazionale tra collaborazioni, attività concertistica e docenza musicale. Attraverso i lunghi periodi di permanenza all’estero tra Boston, New York, Quito (Ecuador) e Channai (India), ha potuto incontrare e collaborare con grandi artisti tra cui Danilo Perez, Rosa Passos, Eva Ayllon, Oscar Stagnaro, Mark Walker, Jamey Haddad, John Pierce, Jon Hazilla, Ruswell Hoffmann, Bernardo Hernandez, Egui Castrillo, Mattew Nicholl, Alon Yavnai, Leo Blanco, Dan Moretti, Portinho, Klaus Muller, Felipe Salles, Hector Martiñon, Juancho Herrera, Aquiles Baez, Leo Traversa.


Surya” nella mitologia indiana è il Dio del Sole e, come titolo dell’album, va a rappresentare l’illuminazione, la guida spirituale interiore. Attraverso il carattere intimista delle composizioni origininali, appare evidente la spiccata vena autorale di Bianchini, unita alla ricerca di arrangiamenti raffinati con sonorità che oscillano dal rock acustico, al jazz, al pop, alla tradizione latinoamericana.
Eleonora Bianchini: 
E’ un disco in cui mi sono lasciata più andare musicalmente con l’intenzione di far arrivare in piena il sentimento che ha dato vita ad ogni brano, senza troppi filtri. E’ la continuazione di un viaggio, principalmente interiore, in cui si spalancano gli occhi e si afferrano nuove possibilità, cambiano le prospettive, si trasforma l’ispirazione.”

Oltre a raccontare un percorso di evoluzione esistenziale, il nuovo lavoro rappresenta un crocevia delle esperienze musicali raccolte durante i suoi lunghi viaggi: “Soprattutto gli anni trascorsi al Berklee College of Music di Boston e quelli in Ecuador hanno influenzato le mie composizioni musicali, per lo studio del jazz ed il “colpo di fulmine” avvenuto con i ritmi e le melodie Sudamericane: la musica afro-peruviana e criolla del Perù, la zamba e la chacarera dell’Argentina, las tonadas del Venezuela ed i pasillos ecuadoriani.”
Nelle 11 composizioni originali, il suono acustico conserva una naturalezza che rievoca autenticità e freschezza, prendendo forma in esperimenti d’incontro ed unione tra vari stili musicali, dal pop al jazz, dal latino a quello africano in quanto radice della poliritmia presente in alcuni brani del disco.
Nella tracklist spicca la traccia di apertura “Controtempo”, dall’atmosfera fresca e dinamica, già diffusa in rete con un video che ritrae Eleonora Bianchini insieme ai musicisti della band durante le giornate di incisione.
Nuvole” è un brano scritto dal chitarrista e compositore Franco Ventura, sul quale Eleonora ha voluto comporre il testo ispirato proprio all’infinita multiformità delle nuvole che simboleggia gli infiniti tentativi di riuscita, guarigione e rinascita presenti in ogni percorso di vita.
La title-track “
Surya” è stata scritta durante la permanenza in India nel 2017. Il ritmo è di “riflesso” africano, il testo ispirato ad una storia vera, vissuta contemporaneamente da molti ragazzi indiani costretti rinunciare a vivere autentiche relazioni sentimentali per seguire l’usanza, ancora molto forte in India, dei matrimoni combinati.
Everything” oscilla tra il rock acustico e il jazz, ed è stato scritto negli anni vissuti a Boston: un esperimento di musicalità e scrittura. La metrica in 5/4 crea un effetto circolare, cavalcando un’energia che si rigenera di continuo tra il suono libero della chitarra acustica e quello del basso che si libera in un solo molto ispirato.
In “
Now” risuonano le note del pianista Enrico Zanisi e volano gli archi di Marcello Sirignano; è il brano “diverso” dell’album, un 12/8 che rievoca la forma tipica della “canzone americana”.

LINK E CONTATTI
Lian Club, Lungotevere dei Mellini 7 – ingresso gratuito
Info e prenotazioni: 338.9549899 www.lianclub.it
Video “Controtempo”: https://youtu.be/kh261na8OJI
iTunes: 
http://bit.ly/itunesSURYA
www.eleonorabianchini.com
Ufficio Stampa: Fiorenza Gherardi De Candei Tel. 3281743236 fiorenzagherardi@gmail.com

ELEONORA BIANCHINI BIO
Diplomata al prestigioso Berklee Music College di Boston, Eleonora Bianchini è una cantante, compositrice e docente musicale originaria di Perugia. Il Jazzit Fest 2015 l’ha consacrata come una delle più importanti e apprezzate cantanti italiane, anche se la sua carriera ha da sempre varcato i confini nazionali sia per l’attività concertistica, sia per le collaborazioni discografiche, che per l’impegno nell’ambito della didattica.
Molto amato è il suo duo “Dos” con il contrabbassista Enzo Pietropaoli, con il quale ha inciso nel 2014 e il 2016 i due album “Dos” e “In Sight” prodotti prodotti su cd e vinile dalla Fone Jazz Records.
Il suo primo disco del 2008 “Como un aguila en lo alto” dichiara subito la forte identificazione di Bianchini con la tradizione musicale latinoamericana: una dichiarazione di intenti che si sviscera ancora più apertamente con il secondo album “Esperare” prodotto dall’Università San Francisco di Quito (Ecuador) e, ovviamente, nel nuovo album “Surya” (marzo 2018).
Negli anni, Eleonora ha potuto incontrare e collaborare con grandi artisti tra cui Danilo Perez,Oscar Stagnaro, Mark Walker, Jamey Haddad, John Pierce, Jon Hazilla, Ruswell Hoffmann, Bernardo Hernandez, Egui Castrillo, Mattew Nicholl, Alon Yavnai, Leo Blanco, Dan Moretti, Portinho, Klaus Muller, Felipe Salles, Hector Martiñon, Juancho Herrera, Aquiles Baez, Leo Traversa.
Nel novembre 2007 si è esibita in un duetto con la leggendaria cantante brasiliana Rosa Passos in un concerto tributo alla sua musica presso il Berklee Performance Center, mentre l’anno successivo ha collaborato con la nota cantante peruviana Eva Ayllon per il suo tour che ha toccato importanti location tra cui la Carnegie Hall e il Lincoln Center di New York.
Dopo gli anni di studio a Boston, Eleonora si trasferisce a New York per svolgere la sua attività concertistica, e a Quito, in Ecuador, dove è nominata docente di musica dell’Università San Francisco. Tornata in Italia definitivamente nel 2013, ha conseguito la specializzazione di Canto Jazz al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma e ha ripreso la sua attività concertistica e didattica. Nel 2017 ha svolto in India un trimestre di insegnamento di canto jazz presso la Swarnabhoomi Academy of Music di Chennai: esperienza che ha definitivamente ispirato il nuovo disco “Surya”.