Peppe Fonte presenta “Io non ci sono più”. Una serata nel nome di Piero Ciampi

La copertina del cdbook, artista Beppe Stasi

Peppe Fonte scrive canzoni da quando aveva quindici anni, complice l’incontro, ancora ragazzino, con Piero Ciampi e poi la frequentazione con il suo principale collaboratore, Pino Pavone, come lui calabrese e avvocato. Cantautore di razza, scrive canzoni come si usava un tempo, ispirate e nude. Storie vissute, accadute ad un metro di distanza, nelle quali la grande melodia italiana si sposa con una poesia del quotidiano e la musica, riecheggiando tra Livorno, Parigi e New Orleans, risuona allo stesso tempo della bellezza struggente della provincia italiana. Figlio della scuola classica della canzone d’autore con leggere contaminazioni derivate dalla frequentazione di altri generi, anche la struttura musicale sottolinea questa ostinata direzione di marcia, ulteriormente evidenziata dall’orientamento degli arrangiamenti verso una precisa aspirazione artistica: arrivare agli altri nella maniera più semplice e vera possibile.

Una vocazione che è ampiamente confermata nel suo nuovo cd Io non ci sono più, edito da Squilibri,segnato dalla confusione del dubbio che agita le anime salve, costi quel che costi, senza nessun resto, con l’irresistibile inclinazione ad essere espliciti senza guardare in faccia nessuno, ma senza neanche cedere ad inutili strepiti. Un uomo ammalato di libertà srotola il filo delle proprie esperienze, raccontandole in musica. Sono storie e musiche di una gioventù che ha vissuto più di sballi che di balli, più di trucchi che di stucchi, nei vicoli meridionali e ciechi della sua Grecìa. Di brano in brano, un sommesso monito in musica contro la deprimente decadenza dei nostri giorni si leva tra gente sempre meno in grado di trovare la giusta direzione laddove invece è di fondamentale importanza la ricerca del ritmo, inteso come battito del cuore e come drammatica confessione della paura che tutto questo un giorno possa finire. Un impressionistico ritratto degli adolescenti di oggi, che sognano un giornale senza la pagina della morte, mentre nel brano che dà il titolo al disco si snoda una sorta di confiteor dove il dramma dell’uomo è quasi all’apice, in un disperato contrasto tra riso e pianto, vero e falso, essere o non essere. Chissà se è tardi risuona pertanto come una vera e propria resa dei conti, un documentario d’amore a singhiozzo tra le scene migliori e peggiori di ieri e di oggi. E allora ci sono giorni che sarebbe meglio evitare, evitare di andare, fiduciosi che L’amore di nuovo poi ti prende alle spalle e allora sei pronto a ripartire. 

Già calciatore del Catanzaro ai tempi mitici di Massimo Palanca, avvocato nella vita reale e paroliere e artista nel sogno, Peppe Fonte darà prova anche al pubblico romano di queste sue innate capacità di raccontare in musica con canzoni che lasciano sempre il segno, come una ruvida carezza ma mai fuori dal pentagramma del gusto.

L’appuntamento è per sabato 23 febbraio, all’Antica Stamperia Rubattino (in via Rubattino 1, Roma)con il concerto di presentazione del nuovo cd: una vera e propria festa che inizia alle 20 con una cena a buffet. Alle 21,30 invece l’inizio del concerto in cui l’artista calabrese, piano e voce, sarà accompagnato dalla tromba di Rocco Riccelli. Live painting di Beppe Stasi, autore dell’artwork del cdbook A rendere ancora più pregnante il richiamo all’indimenticato Piero Ciampi, ospite speciale della serata Pino Pavone.

Prenotazione obbligatoria a sopracegente@gmail.com tel. 392.9553432

Alla Casa del Jazz di Roma live l’Arcadia Trio con il Grammy Award Robin Eubanks

Martedì 12 febbraio alle ore 21 l’Arcadia Trio, guidato dal sassofonista Leonardo Radicchi e completato dal contrabbassista Ferdinando Romano e dal batterista Giovanni Paolo Liguori, presenterà il nuovo album “Don’t call it justice” (AlfaMusic) alla Casa del Jazz di Roma (via di Porta Ardeatina 55), nell’ambito del suo tour italiano insieme a un grande special guest: Robin Eubanks, uno dei più importanti trombonisti del panorama mondiale, vincitore di 2 Grammy Awards .
Biglietti €10 in prevendita al link http://bit.ly/BIGLIETTI12febbraio.

LEONARDO BY ALESSIO ROMEOTalentuoso ed eclettico musicista, uno dei più attivi e apprezzati a livello nazionale, Radicchi ha scelto di percorrere una strada alternativa a quella di molti suoi colleghi: dopo gli eccellenti studi presso il Berklee College of Music di Boston, di cui è stato Student Ambassador con la sua band Creative Music Front, è tornato in Italia evolvendosi in una ricerca musicale parallela alla crescita della sua consapevolezza come individuo nella società civile. Le sue attività in ambito sociale, tra cui una lunga esperienza in prima linea con Emergency per il progetto Ebola (in Sierra Leone) e il progetto War Surgery (in Afghanistan), hanno contribuito a conferire un significato “politico” alla sua musica. Non attraverso uno schieramento partitico, ma con una maturata consapevolezza dell’ingiustizia sociale e delle contraddizioni da cui essa deriva.

Così l’Arcadia Trio racconta la sua musica come un manifesto, articolato in 10 brani: 10 storie che raccontano fatti, persone e idee che lasciano il segno: il brano “Child Song”, ad esempio, racconta di bambini che “devono” essere adulti e di altri che potrebbero non diventarlo mai; la titletrack “Don’t call it Justice” urla forte che una legge non fa giustizia se rende illegale un essere umano; “Necessary Illusions” è un omaggio alla visione dell’intellettuale e filosofo statunitense Noam Chomsky. I titoli degli altri brani: “Utopia – A song for Gino Strada”, “Stop selling lies”, “Peace”, “Change and Necessity – Pointless Evolution”, “In memory of Idy Diene”, “Our anger is full of joy”, “Salim of Lash”.

CONTATTI 
www.casajazz.it
Info album > 
http://www.ijm.it/component/music/display/796 
Facebook > Leonardo Radicchi Music
Ufficio stampa > 
Fiorenza Gherardi De Candei info@fiorenzagherardi.com  tel. 3281743236
Booking > leonardoradicchi@gmail.com –  arcadiatriobooking@gmail.com tel. 320.4233404

Fatti, persone e idee che lasciano il segno: è l’impegno dell’Arcadia Trio nell’album “Don’t call it justice”

“La bellezza senza dubbio non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di bellezza.”

E’ proprio da questo concetto di Albert Camus che qualche anno fa ha preso vita il progetto del sassofonista Leonardo Radicchi: Arcadia Trio, di cui l’8 febbraio esce con l’etichetta AlfaMusic l’album “Don’t call it Justice” (distr. EGEA Music/Believe digital).
ARCADIA BY ROMEOTalentuoso ed eclettico musicista, uno dei più attivi e apprezzati a livello nazionale, Radicchi ha scelto di percorrere una strada alternativa a quella di molti suoi colleghi: dopo gli eccellenti studi presso il Berklee College of Music di Boston, di cui è stato Student Ambassador con la sua band Creative Music Front, è tornato in Italia evolvendosi in una ricerca musicale parallela alla crescita della sua consapevolezza come individuo nella società civile. Le sue attività in ambito sociale, tra cui una lunga esperienza in prima linea con Emergency per il progetto Ebola (in Sierra Leone) e il progetto War Surgery (in Afghanistan), hanno contribuito a conferire un significato “politico” alla sua musica. Non attraverso uno schieramento partitico, ma con una maturata consapevolezza dell’ingiustizia sociale e delle contraddizioni da cui essa deriva.
Secondo Radicchi “La musica ha il dovere di contribuire, anche se in minima parte, alla massa critica che ci permette ogni giorno di essere umani. Il mondo è un posto complesso, ci serve una musica in grado di raccontarlo.” Le esperienze che ha scelto di vivere, e di condividere attraverso questo album, hanno cambiato il suo modo di vedere la vita, rafforzando un sentimento di riscossa e operatività.

Così l’Arcadia Trio, formato insieme al contrabbassista Ferdinando Romano e al batterista Giovanni Paolo Liguori, racconta la sua musica come un manifesto, articolato in 10 brani: 10 storie che raccontano fatti, persone e idee che lasciano il segno: il brano “Child Song”, ad esempio, racconta di bambini che “devono” essere adulti e di altri che potrebbero non diventarlo mai; la titletrack “Don’t call it Justice” urla forte che una legge non fa giustizia se rende illegale un essere umano; “Necessary Illusions” è un omaggio alla visione dell’intellettuale e filosofo statunitense Noam Chomsky. I titoli degli altri brani: “Utopia – A song for Gino Strada”, “Stop selling lies”, “Peace”, “Change and Necessity – Pointless Evolution”, “In memory of Idy Diene”, “Our anger is full of joy”, “Salim of Lash”.
Prodotto da Leonardo Radicchi insieme a Rosso Fiorentino, l’album è stato registrato dal trio, insieme a un piccolo ensemble, lo scorso giugno presso la Sala del Rosso di Firenze e masterizzato alla White Sound Mastering Studio. Ospite del disco è Marco Colonna, impegnato al clarinetto basso.

Il tour
Le prime date di presentazione del disco vedono la preseza di un grande special guest: Robin Eubanks, uno dei più importanti trombonisti del panorama mondiale, vincitore di 2 Grammy Awards.
Dopo una anteprima il 7 febbraio al Padova Jazz Club @Cockney London Pub, l8 febbraio saranno in concerto allOnAir Music Club R3 di Perugia, il 9 febbraio allo Smallet Jazz Club di Modena, il 10 febbraio al Teatro Sant’Andrea di Pisa per il festival Pisa Jazz, il 12 febbraio alla Casa del Jazz di Roma, il 13 febbraio al Teatro Dante Carlo Monni – Campi Bisenzio (Firenze), il 14 febbraio all’Argo16 di Mestre.

Leonardo Radicchi, che negli ultimi anni è impegnato in un centro per richiedenti asilo della Toscana, ha raccontato le sue storie anche nel libro “In fuga”, pubblicato nel 2016 da Rupe Mutevole (collana Letteratura di Confine) e attualmente in ristampa.
Con questo disco, e quindi attraverso il jazz, vuole raccontare, far riflettere, incitare a un senso di riscossa della mente e del cuore di fronte a una costante di ogni società: l’ingiustizia. Tutto questo attraverso il jazz e la musica, con note portatrici di energia e di un messaggio positivo, che ritroviamo nella track n. 3: our anger is full of joy – la nostra rabbia è piena di gioia.

Che impatto può avere una musica non di massa sulle grandi dinamiche del nostro tempo? La stessa dei saggi, della poesia, della letteratura, dell’arte in generale. Questo è ciò che muove l’Arcadia Trio.

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Info album > http://www.ijm.it/component/music/display/796 
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Ufficio stampa > Fiorenza Gherardi De Candei info@fiorenzagherardi.com  tel. 3281743236
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Al via la 24^ edizione del Festival MetJazz di Prato con due grandi omaggi a Thelonious Monk e Chet Baker

Con l’omaggio a due grandi icone jazz come Thelonious Monk e Chet Baker, l’inaugurazione della XXIV edizione della rassegna MetJazz 2019, organizzata dal Teatro Metastasio di Prato con la cura di Stefano Zenni, è affidata a un concerto di giovani talenti e a un originale spettacolo jazz che mescola prosa e musica.

Domenica 3 febbraio alle ore 21 presso la Scuola di Musica Verdi trovano spazio le Storie di giovani talenti con la New Talents Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini che si esibisce in Our Monk con special guest Vittorio Cuculo. Si tratta di un ensemble promosso da Fondazione Musica per Roma con il sostegno del MiBAC e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura” cui collaborano varie istituzioni italiane, tra cui il Teatro Metastasio di Prato. In scena dodici musicisti, un ospite emergente, un direttore esperto e un repertorio impegnativo e stimolante, quello di Thelonious Monk.

Martedì 5 febbraio alle ore 21.00 al Teatro Metastasio va in scena Tempo di Chet. La versione di Chet Baker, un originale spettacolo-concerto che sovrappone la scrittura drammaturgica di Leo Muscato e Laura Perini e la partitura musicale curata e interpretata dal vivo da Paolo Fresu – gli attori e i musicisti – per rievocare in un flusso organico di parole, immagini e musica lo stile lirico e intimista di Chet Baker, uno dei miti musicali più controversi e discussi del Novecento, in bilico tra tragedia e leggenda, maledettismo e bellezza. È il racconto di un mito: la nascita tra gli ultimi, il talento precoce, il successo, la ribellione, le donne, l’alcol, la droga, l’autodistruzione e la strana morte (un volo dalla finestra di un hotel, sotto l’effetto di stupefacenti). In scena, ad accompagnare la tromba di Paolo Fresu ci sono Dino Rubino al piano e Marco Bardoscia al contrabbasso che eseguono alcuni standard cari a Baker e altri brani scritti appositamente per la pièce. E, tra gli attori, accanto a Alessandro Averone nei panni del bello, dannato e talentuoso Chet, si alternano su una poltrona in pelle a dare testimonianza del suo genio Rufin Dho, Simone Luglio, Debora Mancini, Daniele Marmi, Mauro Parrinello, Graziano Piazza, Laura Pozone.

Un’anteprima fiorentina di MetJazz 2019, a ribadire la sintonia d’intenti con il Pinocchio Jazz Club di Firenze, sarà il concerto di sabato 2 febbraio alle ore 22 nella sala dello storico locale con Roberto Ottaviano Quartet che presenta il suo ultimo progetto “Eternal Love”, un omaggio all’Africa, alla sua cultura, alla sua musica e al suo popolo, con una selezione di composizioni di Don Cherry, Abdullah Ibrahim, Charlie Haden, John Coltrane, Dewey Redman, Elton Dean, e brani originali.

Inoltre, a partire dalle ore 19 di Martedì 5 e fino al 25 febbraio nel Foyer del Teatro Metastasio sarà visibile la mostra fotografica Jazz Poster/dieci variazioni serigrafiche, 1971-1972 di Roberto Masotti, con i poster realizzati e distribuiti nei festival del jazz degli anni Settanta, impreziositi dagli autografi dei protagonisti ritratti.

Il festival è organizzato dal Teatro Metastasio di Prato in collaborazione con Scuola Comunale di Musica Giuseppe VerdiMusicus Concentus e Pinocchio Jazz Club di Firenze.Info sul programma completo: https://www.metastasio.it/it/met-jazz/

Teatro Metastasio – tel 0574 608501
Prevendite disponibili al botteghino, presso i rivenditori convenzionati e online al link https://ticka.metastasio.it/