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It’s Jazz Talk: due chiacchiere con Gabriele Buonasorte

Il 21 giugno, nell’ambito della rassegna Massimo Jazz, all’Auditorium del Massimo, si è esibito il Gabriele Buonasorte Quartet, con Angelo Olivieri (tromba, flicorno), Mauro Gavini (basso elettrico), Mattia Di Cretico (batteria). I quattro hanno presentato il disco Forward, appena uscito per NAU Records. Abbiamo dunque colto l’occasione per scambiare due parole con Buonasorte.

[Jazz@Roma] Come nasce l’idea di Forward?

[Gabriele Buonasorte] Forward nasce con l’intenzione di raccontare in musica le immagini del mio vissuto e della mia contemporaneità. Per fare questo ho scelto un linguaggio semplice, diretto, senza troppi fronzoli tecnici, ma con un folto gioco di ritmi e linguaggi musicali che si mescolano tra loro, creando un amalgama di colori imprevedibili.

[J@R] Quanto conta l’affinità con gli altri musicisti?

[GB] Fondamentale, soprattutto quando la musica che si suona ha una forte componente improvvisativa, come nel mio progetto.

[J@R] Qual è secondo te la nuova frontiera del Jazz, ammesso che ci sia una nuova frontiera?

[GB] La nuova frontiera del Jazz deve parlare ad un pubblico più ampio, senza rinchiudersi nel suo elitarismo, deve comunicare emozioni e sensazioni, guardare oltre la cultura afroamericana delle origini, e cercare linguaggi più moderni.

[J@R] È difficile, oggi, produrre un disco di Jazz?

[GB] Produrlo in maniera seria è sempre più difficile, pochissime sono le realtà discografiche che fanno realmente “produzione” a trecentosessanta gradi, molte si limitano a stampare i dischi contribuendo in minima parte ai costi reali della messa in opera di un progetto musicale. Un artista dovrebbe potersi dedicare esclusivamente al lato creativo della sua opera, e poter contare su figure professionali che si occupino della vera produzione esecutiva in tutte le sue fasi, registrazione, promozione e distribuzione.

[J@R] Cosa ti auguri per il tuo futuro?

[GB] Mi auguro che questo mio ultimo lavoro venga riconosciuto ed apprezzato, così da poter fare altri passi avanti nella realizzazione della mia carriera artistica.

[J@R] E per il futuro della Musica?

[GB] Spero che la Musica venga maggiormente seguita e distribuita, e quindi sostenuta dalle istituzioni, così da poter migliorare il lavoro di tutti gli operatori del settore.

[J@R] Grazie Gabriele, ti salutiamo augurandoti il meglio possibile per la sua carriera!

Quanto a voi, vi diamo appuntamento al prossimo Jazz Talk.

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In ricordo di Massimo Urbani

Il 24 giugno 1993 moriva Massimo Urbani, uno dei più grandi altosassofonisti jazz italiani. In occasione del ventennale della sua morte Jazz@roma ha intenzione di ricordarlo postando alcune interviste ad amici e musicisti che lo hanno conosciuto e vissuto da vicino. Nel frattempo, vi invitiamo a guardare questo cortometraggio di Paolo Colangeli, che lo mostra in tutta la sua umanità e grandezza.

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Animali urbani

Marc Reynaud, 28 e lode

Siamo al bar del 28DiVino, il Jazz Club di via Mirandola 21 a Roma. Qui con me c’è Marc Reynaud, il direttore artistico del Club. Stasera voglio cercare di capire come ha fatto questo locale a diventare, in così poco tempo, un importante punto di riferimento per il Jazz a Roma e in Italia.

[Jazz@Roma] Marc, cominciamo dalla notizia di questi giorni: il 28DiVino è risultato il primo Jazz Club d’Italia nei Jazzit Awards 2012. Che ne dici di questo primo premio?

[Marc Reynaud] Non è un primo premio, non si tratta di una gara o un concorso. È una votazione popolare. Ed è proprio questo il bello, che musicisti, avventori, esperti del settore, amici, abbiano espresso il loro apprezzamento per il 28 con più di 1000 voti assolutamente spontanei e disinteressati. Una bellissima soddisfazione, che ci gratifica per un lavoro che va avanti da più di tre anni  e che svolgiamo con cuore e passione. Il 28DiVino, e tu che lo conosci penso lo puoi confermare, non è solo il Jazz o solo la programmazione, ma è una filosofia: è il far suonare musicisti con voglia di esprimersi, che compongono musica, che studiano ore ed ore ogni giorno; ma è anche l’ambiente accogliente, il modo in cui trattiamo le persone, l’eterogeneità del nostro pubblico. Ecco, credo che la preferenza accordataci nei Jazzit Awards possa in fondo essere dovuta a questo mix di cose, che ti fa sentire come a casa. Se ci pensi, è a casa nostra che tendiamo a circondarci delle cose migliori.

[J@R] Una delle obiezioni che sento fare, quando chiedo alla gente perché non ascolta musica dal vivo,  è che costa tanto. Quanto si spende al 28DiVino?

[MR] I nostri sono prezzi che potremmo definire “popolari”, pur non essendo noi un centro sociale! Al piano di sotto, nella grotta, siamo associazione culturale, e con 5 euro i soci possono assistere ad un concerto senza obbligo di consumazione. Penso sia chiaro che  non lo facciamo per profitto, ed è anche questo che la gente apprezza. I prezzi sono comunque indicati nel nostro sito, http://www.28divino.com.

[J@R] E riuscite ad andare avanti mantenendo i prezzi così bassi?

[MR] In effetti non ci guadagnamo niente, anzi, più spesso ci rimettiamo qualcosa, ma la filosofia resta e resterà sempre la stessa: dare a tutti la possibilità di assistere ad un buon concerto Jazz e di usufruire di una accoglienza come la nostra.

[J@R] Che generi di Jazz passano al 28DiVino?

[MR] Tutti! Un altro dei nostri punti di orgoglio è che da noi il Jazz si declina nello swing, nel pop, nel rock, nell’elettronica… Sento sempre dire che il Jazz è una musica di nicchia. Forse il motivo va ricercato nel fatto che un ragazzo, che voglia avvicinarsi al genere, ha oggettive difficoltà a partire da Charlie Parker. Per esempio, mio figlio si è interessato al Jazz solo dopo che gli ho fatto ascoltare Francesco Diodati (il cui disco Need Something Strong si è classificato 4° nei Jazzit Award 2012, ndr) e altre cose contaminate con il rock. Ed ora, pian piano, sta risalendo la storia. Ed è anche passando per le contaminazioni che spesso, persone che non conoscevano il Jazz, escono da qui con il sorriso. E poi ritornano. Per me, quella è una vittoria.

[J@R] E se invece la musica non gli piace?

[MR] Il vantaggio di questo posto è che, se non ti piace, ti alzi e vieni di sopra, dove puoi continuare a sentire la musica in sottofondo ma puoi contemporaneamente mangiare, bere, parlare…

[J@R] La scorsa estate hai organizzato il festival “Appio Claudio in Jazz”. Che esperienza è stata?

[MR] Hai presente Don Chisciotte? (ride) Il festival è alla terza edizione ed è una idea di Andrea Fusco, proprietario del ristorante Giuda Ballerino. Il Comune ha inserito l’evento tra quelli dell’Estate Romana ma senza dare una lira, ragion per cui è stato interamente finanziato da Andrea. Questo Festival è particolarmente bello perché si tiene in piazza. Ho visto tanta gente, non solo seduta ai tavoli del ristorante ma anche sulle panchine, a passeggio, affacciata ai balconi… Un bel riscontro, ancor di più visto l’alto livello qualitativo proposto. A modo nostro abbiamo sopperito alle carenze di un panorama estivo 2012 nel quale non si è fatta nemmeno la tradizionale rassegna Villa Celimontana Jazz. Unico neo, tanto per cambiare, la burocrazia: dopo che ci siamo dati da fare per contattare oltre 50 artisti, organizzare il calendario, fare la valutazione di impatto acustico, dopo aver presentato le planimetrie per l’occupazione di suolo pubblico e tutto il resto, un dirigente del X Municipio ha impiegato un mese intero per mettere una firma! L’inizio del Festival è dovuto slittare, a rischio di far saltare tutto. Penso che questo sia definibile con una sola parola: scandaloso. Io non so nemmeno come si chiama il signore che ha tardato così tanto a mettere questa firma, ma lo invito, se legge questa intervista e si riconoscere, a pensare che così fa del male non tanto a me quanto a tutta la collettività! Però, alla fine, è stata una bellissima manifestazione, un grande successo.

[J@R] Lo rifarete?

[MR] Assolutamente sì e, visto che ha funzionato e bene, speriamo che il Comune di Roma e magari qualche sponsor decidano di finanziare la manifestazione.

[J@R] Tornado al 28DiVino, cosa bisogna fare per conoscere la programmazione?

[MR] Dunque, si deve guardare il cielo e in base a dove si trova l’Orsa Maggiore… (ride) No, basta andare sul sito http://www.28divino.com e vedere direttamente la pagina degli eventi! Oppure registrarsi, sempre sul sito, per ricevere via email gli aggiornamenti settimanali. Sul sito c’è tutto: chi suona, cosa si mangia, quanto costa, tutto. C’è anche una pagina Facebook, nonché vari siti di comunicazione che segnalano sempre i nostri eventi e che ringrazio.

[J@R] Parlando di Marc, l’uomo Marc Reynaud… Chi è Taggy Jazzy? (rido)

[MR] È il nostro robot, che sta sul palco, spia le note che i musicisti suonano, e ogni tanto dice la sua! (ride) Il fatto è che il mio lavoro è fabbricare robot nell’ambito dello spettacolo, del cinema e della televisione, e Taggy è una delle mie tante creature. Ma questa è un’altra storia della mia vita, insieme alla vela.

[J@R] Tre parole per descrivere il 28DiVino.

[MR] Rosso, Amore, Jazz. Amici. Ci tengo a dirlo, ma ho iniziato facendo la programmazione del Bebop, qui a Roma. E devo ringraziare Massimo Di Stefano, il precedente direttore artistico del Bebop, che mi ha insegnato il mestiere, introducendomi nel mondo del Jazz romano. Poi devo ringraziare i tanti musicisti i quali, quando abbiamo aperto il 28, sono venuti qui ed hanno accettato di suonare anche per cachet ridotti. I primi tempi del 28 sono stati particolarmente duri, e a volte sono dovuto andare al bancomat per poter pagare gli artisti anche a fronte di magri incassi. Ma la mia più grande soddisfazione è vederli oggi che portano avanti i loro progetti, che fanno dischi, che suonano alla Casa del Jazz. E anche se alcuni non li vedo più sono contento che abbiano potuto nascere e formarsi qui da noi. Un esempio per tutti, visto che è di attualità, Angelo Olivieri e Silvia Bolognesi che il 7 febbraio presentano qui il loro disco.

Ringrazio Marc non solo per questa piacevole chiacchierata ma anche, e ritengo di farlo a nome di tutti noi che amiamo il Jazz, per quanto si dà da fare per promuovere e diffondere questa Musica.

Marc Reynaud, con Angelo Olivieri e Lillo Quarantino
Marc Reynaud, con Angelo Olivieri e Lillo Quarantino

28 minuti con… Natacha Daunizeau

Natacha
Natacha

Siamo seduti al bancone del bar, circondati dal rosso caldo delle pareti e coccolati dalla struttura in legno che copre la zona dei tavolini, come in un bistrot parigino. Accanto a noi, due calici pieni di buon vino. Perché siamo qui? Perché avevo voglia di conoscere meglio il 28DiVino Jazz e Natacha, che ne è  la titolare. Il 28DiVino, a distanza di tre anni da quando Natacha lo ha rilevato, è già divenuto una realtà molto nota nell’ambito del Jazz, sia a Roma dove il locale si trova, in via Mirandola 21 in prossimità della Stazione Tuscolana, sia in Italia, visto che sempre più numerosi sono gli artisti che decidono di far tappa al 28 per una performance capitolina.

Cerchiamo dunque di scoprire qualcosa di più sul 28DiVino e, perché no, su Natacha Daunizeau e sul suo compagno Marc Reynaud, che animano con passione e abnegazione il jazz club più amato d’Italia, come risulta dalla classifica Jazzit Award 2012.

[Jazz@roma] Una domanda che volevo farti da tempo, Natacha: entrando al 28DiVino, si viene subito inebriati da un profumo di buono. Cos’è?

[Natacha Daunizeau] Mi piacciono molto gli odori, penso che siano importanti, per questo cerco sempre di tenere qualcosa di profumato nel locale. Vaniglia, incenso, una candela profumata… o forse è il mio profumo, che porto da anni? (ride) Spesso dimentichiamo i nostri sensi, che io ritengo invece molto importanti. Voi italiani privilegiate il gusto, dal momento che vi piace mangiare, i jazzisti sono attenti a quello che ascoltano… Ma l’olfatto, quello che ci fa sentire i profumi, è fondamentale, perché i profumi hanno il potere di farci viaggiare nel tempo e nello spazio, magari di farci tornare all’infanzia, effetto questo che è tipico della vaniglia, ad esempio. In più, il 28 ha un odore particolare, che io riconosco e che molti amici mi dicono di riconoscere.

[J@R] Il 28DiVino, dunque, è un posto dove si possono esplorare tutti i nostri sensi: si ascolta ottima musica, si mangiano cose buone, si è circondati da questo bel rosso, una tonalità che risulta accogliente e non aggressiva…

[ND] Sì, questo rosso l’ho voluto io, e l’ho voluto come complemento del legno, che come vedi è molto presente in tutto il locale. Sono tutti richiami alla natura, alla semplicità, alla serenità. Qui mi sento protetta, e la stessa sensazione ce l’hanno le persone che vengono a trovarci. Scendono nella grotta di sotto e si sentono in un nido… Mi piace molto il mio 28!

[J@R] Abbiamo parlato un po’ di questi aspetti particolari del locale, e quindi viene spontaneo osare di più e chiederti qualcosa di più personale. Chi è Natacha?

[ND] (Ride) Spesso le persone se lo chiedono, perché i rapporti con i musicisti li tiene prevalentemente Marc, e alla fine io risulto meno evidente, ai loro occhi. E poi magari, chissà, forse non ho neanche tanta voglia di mostrarmi interamente, magari preferisco mantenere un po’ di mistero… (ride). Prima di tutto, sono una persona che ama tutte le forme d’arte: la danza, la pittura, la musica, il teatro; ma anche, e soprattutto, l’arte di vivere. Ecco, quello che ho sempre voluto fare è creare un posto dove la gente possa venire a rilassarsi, un posto che possa far nascere curiosità, passione. Perché secondo me, nella vita, abbiamo assolutamente bisogno di questo, dobbiamo nutrire la mente con l’Arte.

[J@R] Natacha e la musica: come è iniziata?

[ND] La musica è arrivata un po’ per caso. Per tanti anni ho fatto danza, poi teatro. Poi, ad un certo punto, Marc ha avuto l’opportunità di occuparsi della programmazione musicale del Bebop, qui a Roma in zona Piramide. Di lì a poco, ho iniziato anche io  a collaborare con il locale. Non ho una cultura jazzistica, mi considero una neofita. Ma oggi, quando ascolto Jazz, se mi fa viaggiare allora è questo che conta per me. In passato invece avevo sempre visto il Jazz come un mondo chiuso, inaccessibile, dove chi non è “iniziato” si sente quasi uno scemo.

[J@R] E come siete arrivati al 28DiVino?

[ND] Dopo tanti anni, ho scoperto un giorno che Marc aveva una incredibile cultura musicale, e jazzistica in particolare. Vivevo accanto ad un genio e non lo sapevo! Lo vedevo raggiante nel partecipare ad incontri sulla musica. Lì per lì la cosa non ebbe alcun seguito ma poi, una sera, dovevo venire a cena da una mia amica che abita qui vicino, e vagavo disperata alla ricerca di un posto dove comprare una bottiglia di vino. Qualcuno mi indica questo posto. La porta di ingresso mi fa un effetto non bello, sembra un luogo privato e non accogliente. Prendo coraggio, entro. Deserto, non c’è nessuno a parte il titolare! E siccome come avrai notato sono chiacchierona (ride), iniziamo a parlare e lui mi racconta la sua vita. Mi dice che il locale non sta andando bene, che la strada non è di grande passaggio. Poi mi dice che sotto c’è uno spazio dove si può fare musica: chiedo di visitarlo, e piano piano scopro che mi sto innamorando di questo posto. Scambiamo ancora qualche parola, finché il titolare mi rivela che ha intenzione di cedere l’attività. Un pensiero sempre più folle sta prendendo forma nella mia testa: prendo la bottiglia di vino e, come un automa, vado dalla mia amica. Appena arrivo da lei, mi butto sul telefono e chiamo Marc.

[J@R] E come è andata poi?

[ND] È andata che, nonostante non avessimo un euro, il titolare di allora ha creduto in noi ed ha accettato una proposta pazza. Pazzi noi, pazzo lui a credere in noi! Ma eccoci qui! Inizialmente non sapevamo neanche noi bene cosa farne… fosse stato per me, ne avrei fatto uno spazio teatrale. Ma poi il Jazz è arrivato, ed è stato un grande regalo. Ecco, il Jazz è per me il regalo della vita.

[J@R] Come sono stati gli inizi del 28?

[ND] Molto belli! Bello che i musicisti e le persone che ci avevano conosciuto al Bebop siano venute subito da noi, con grande entusiasmo per un nuovo spazio che si apriva alla musica e al Jazz. C’è poi da dire che, sia Marc che io, siamo persone positive. Non abbiamo mai pensato di mollare, nemmeno di fronte a tante difficoltà. Io in particolare sono molto determinata, e non posso nemmeno pensare che tutto questo non ci sia più…

[J@R] Nemmeno noi, Natacha! Chi sono i clienti del 28?

[ND] Ah! I clienti del 28! Voglio bene a tutti i miei clienti! Chi sono? Prima di tutto, ascoltatori di Jazz. Sarà per questa loro passione, che poi è anche la nostra, che accettano di buon grado cose come il non poter cenare davanti al concerto. E guarda che questa è stata una scelta forte per noi, assolutamente contraria ad ogni regola di business! Non vogliamo fare intrattenimento,  vogliamo che sia l’ascolto della musica l’attività principale della serata. Per cenare e chiacchierare c’è il piano di sopra; nella grotta si ascolta la musica e, se si vuole, si beve qualcosa. I nostri clienti poi sono di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali. Non mi piace avere gente di un solo tipo: voglio nutrirmi della presenza di giovani, di coetanei, di persone più grandi. Altrimenti mi annoio!

[J@R] Ed i musicisti? Che tipo di musicisti suonano al 28DiVino?

[ND] Come per i clienti, anche i musicisti sono di tutte le età. Ci piace che da noi si esibiscano gli esordienti come i musicisti più affermati, purché abbiano qualcosa da dire, abbiano un proprio linguaggio e siano, soprattutto, creativi. Per questo stesso motivo diamo la precedenza ai progetti originali.

[J@R] Da qualche tempo avete dato il via all’iniziativa “palco aperto”…

[ND] Marc ed io siamo un po’ delusi, perché avevamo inteso questa iniziativa come una opportunità per fare delle jam session diverse, fuori dagli schemi. Una occasione di incontro, di confronto, di innovazione. Ma l’accoglienza è stata freddina. Ci rendiamo conto che forse la jam è vista con paura, con spirito competitivo invece che costruttivo. È un peccato. Mi piacerebbe che i nostri amici musicisti mi rispondessero su questo.

[J@R] Quando siete aperti?

[ND] Il venerdì e il sabato. Quasi sempre il giovedì, a volte la domenica. Facciamo poi anche serate infrasettimanali, per stare dietro alle abitudini dei romani, perché Roma cambia ogni tre mesi! Ogni stagione è diversa per via della neve, della pioggia, del ponte di Pasqua, delle partite! Lo dico pubblicamente, anche se mi daranno tutti addosso (ride)! Basta con queste partite, hanno rotto! Ragazzi, uscite invece di rimanere a casa a vedere le partite!

[J@R] Tre parole per descrivere il 28DiVino Jazz. [ND] Passione, fede, musica. E poi: stare bene, senza chi chi come diciamo in Francia, senza tirarsela, senza fare complimenti; conoscersi a vicenda, essere curiosi… rosso… e divino, perché siamo divini! Di parole Natacha ne ha dette più di tre. E d’altra parte la sua voglia di raccontare e di raccontarsi è incontenibile. Infine, siccome me lo ha chiesto lei stessa, devo dire che Natacha e Marc hanno voluto rilasciare a me questa intervista per il grande affetto che hanno per me. Ne sono felice, ovviamente, anche perché l’affetto e la stima sono assolutamente ricambiati.

Natacha Daunizeau, Marc Reynaud
Natacha Daunizeau, Marc Reynaud

Intervista a Filippo Cosentino

In questi giorni ho avuto l’occasione di intervistare Filippo Cosentino, giovane chitarrista e compositore. Da poco è uscito il suo primo disco solista, Lanes, con la partecipazione di Fabrizio Bosso. Un disco variegato, che affianca standard e brani originali, nel quale le influenze sono molteplici. Filippo sta promuovendo il suo disco attraverso un tour che toccherà varie città tra le quali Roma e pertanto, in attesa di poterlo ascoltare dal vivo, gli ho fatto alcune domande.
[jazz@roma] La prima domanda riguarda una cosa che mi incuriosisce sempre, in un jazzista: in che modo ti sei avvicinato al Jazz?
[Filippo Cosentino] Domanda curiosa! Grazie di avermela fatta! Ho iniziato ad ascoltare le prime cassette quando avevo 14 anni, arrivavo da studi di chitarra classica e poco per volta ho acquistato musiche di Parker e di Armstrong, ovvero quello che all’epoca riuscivo a trovare nella mia città natale. Il lirismo e la potenza del suono di Armstrong mi colpirono tantissimo e da lì iniziai ad ascoltarlo assiduamente. E’ iniziato tutto così…
[J@R] E qual è, secondo te, il bello del Jazz?
[FC] E’ uno stile di vita, un modo di pensare e di vedere le cose. Devi trovare all’interno di te stesso le energie e l’idea del suono che cerchi per esprimere quello che hai in mente: il jazz ti permette non di suonare ciò che un altro ha scritto in precedenza ma di crearne una tua personalissima versione.
[J@R] Hai collaborato con tanti e diversi musicisti, frequentando generi diversi. In che modo tutto questo ha arricchito il tuo modo di suonare?
[FC] Ognuno dei musicisti con cui suono e ho suonato mi hanno arricchito condividendo la loro musica e il loro modo di vedere le cose e la vita. In generale credo che la cosa che più mi ha incuriosito è la ricerca della semplicità che nella mia musica si riflette nella ricerca melodica.
[J@R] Nel tuo disco Lanes hai inserito, a fianco delle tue composizioni, brani di grandi jazzisti del passato, da Thelonius Monk a Miles Davis a Gil Evans. Quanto è importante una certa continuità con il passato? Intendo, nel Jazz il passato è davvero passato?
[FC] Dal mio punto di vista serve capire da dove arriviamo, in ogni cosa: se solo applicassimo meglio la conoscenza  del passato avremmo sicuramente più coscienza  del presente. Nel disco, è vero, ho inserito quattro standard di importantissimi compositori del passato. Perché non farlo? Avevo la possibilità di dimenticarmi le versioni precedenti e crearne una nuova, una mia: le definisco “la mia versione dei fatti”. I temi hanno all’interno un potenziale enorme e spesso ci dicono come vogliono essere suonati: sin da quando ho iniziato a suonare Solar, ad esempio, ho immaginato un mix con la musica spagnola (ovvio, qui ci sono molte influenze dei miei studi classici). Così anche il tema stupendo di Hassan’s Dream: mi sono ricordato di quando da piccolo ti addormenti cullando un sogno; ogni volta che la sento ho ancora quell’emozione! Suonare le cosiddette riletture è provare a condividere con il pubblico le tue emozioni e i sentimenti che un tema altrui è ancora capace di darti. Per rispondere alla seconda domanda, veramente interessante, ci vorrebbe tantissimo tempo e provo a riassumere il mio pensiero: penso che noi giovani dobbiamo avere più coraggio nel proporre la nostra musica senza, magari per poter suonare di più o chissà cosa, continuare a dire “ancorati alla tradizione, etc”! Ho sempre pensato, già sui banchi di scuola, che il miglior modo di rispettare il passato risieda in poche regole: farne tesoro, crearne una tua immagine, innovare.
[J@R] Noto una grande vena intimista, a partire da Lanes, la titletrack, passando per le tue versioni di Las Vegas Tango e Hassan’s Dream, fino a quella che potrebbe essere una vera e propria suite, ovvero la sequenza di brani River Avon/Nuova dimensione/Spring Mood. Questa vena intimista, dicevo, rispecchia un aspetto del tuo carattere o è una scelta formale/stilistica?
[FC] Rispecchia totalmente il mio carattere. Credo che per ogni musicista la musica sia un mezzo per fare introspezione. Dopo che ho scritto un brano è come se mi sentissi più arricchito spiritualmente e intellettualmente, come se sapessi qualcosa in più di me che ancora non conoscevo. Mi piace dire la mia stando in punta di piedi.
[J@R] C’è da dire che poi, quando decidi di spingere sull’acceleratore, dai l’impressione di essere tutt’altro che intimista, come nel solo di Smokin’Jazz dove incarni la fusion più spinta…
[FC] E questo è il lato del mio carattere più intraprendente. Quando ho scritto Smokin’ Jazz mi ero chiesto se mai potessero andare d’accordo con la mia idea di jazz un loop di batteria, un basso funky, chitarre rock e pentatonica: ovvero volevo osare e vedere fino a che punto ci riuscivo. Era quello che mi mancava negli altri brani.
[J@R] Sul tuo disco suona Fabrizio Bosso. A mio avviso un’ottima scelta, Fabrizio è un musicista fantastico, la sua fama è internazionale, ed il suo suono si sposa benissimo con il tuo. Ma mi interessa sapere se c’è una motivazione particolare per aver chiamato proprio lui…
[FC] Non lo devo scoprire io e penso di non dire una cosa nuova ma ha un suono fantastico; nei due soli che ha inciso sul disco sembra che a volte stia suonando il flicorno. Ha una gestione del suono stupenda. Per come sono stati scritti Lanes e Smokin’ Jazz ho sempre immaginato e avuto in mente il suono della tromba che può avere grandi sfumature.
[J@R] E la collaborazione con Davide Beatino?
[FC] Ha inciso dei bassi meravigliosi! E’ un ottimo musicista e grande amico e dopo aver ascoltato i brani si è deciso a suonare sui due singoli del disco: due brani completamente differenti tra di loro ma che danno l’idea della padronanza del suono che ha Davide. Da queste collaborazioni mi sento arricchito più che altro dal punto di vista umano perché ho avuto la possibilità di lavorare con musicisti che prima di tutto sono persone stupende, semplici e immediate!
[J@R] Parliamo un po’ della tua attività didattica. In queste settimane stai portando in tour, oltre al tuo disco, anche delle masterclass sull’uso delle pentatoniche nel Jazz. Personalmente trovo che le pentatoniche siano una risorsa importante a disposizione dell’improvvisatore, che aiuta a creare un sound moderno e che consentono di stare più o meno “dentro” o “fuori” a seconda di come si usano. Che tipo di persone vengono a questi seminari? Giovani alle prime armi, musicisti più esperti, jazzisti, musicisti rock, blues? E perché un musicista dovrebbe venire ad un masterclass del genere?
[FC] Trovo che parlare di pentatonica e jazz sia un modo, spero, intelligente per avvicinare quanti più musicisti al jazz; inoltre è un argomento che bene si adatta ai differenti livelli di preparazione degli iscritti. E’ bellissimo vedere negli occhi dei ragazzi la soddisfazione di riuscire ad improvvisare su un brano ritenuto fino ad allora magari troppo complesso! Che tipo di persone vengono? Penso di essere fortunato perché arrivano musicisti di tutti i tipi: come dici tu “giovani alle prime armi” e musicisti che invece già conoscono i discorsi più avanzati e che magari arrivano da generi diversi e che si iscrivono per la curiosità: poi ne escono tutti entusiasti!
[J@R] In questo blog vengono recensiti gli eventi jazzistici romani, e pertanto la domanda è d’obbligo: quando e dove verrai a Roma? Presenterai solo il disco o terrai anche il masterclass? Chi ti accompagnerà in trio?
[FC] Sarò a Roma il 19 novembre e suonerò al 28 Divino in due differenti set: il primo in acustico da solo, il secondo i trio con Mauro Gavini e Mattia Di Cretico. Al 28 terrò anche il masterclass pomeridiano (posso approfittarne per ricordare che chi è interessato può scrivere a info@filippocosentino.com o direttamente al club? http://www.28divino.com ). In serata presenterò il disco; non vedo l’ora!
Anche io non vedo l’ora di ascoltarlo al 28DiVino, a questo punto sono proprio curioso.
Oltre a suonare al 28Divino il 19 dicembre prossimo Filippo, come ho detto all’inizio, sta facendo un tour che tocca diverse città italiane. Per una lista completa vi rimando al sito Jazzitalia:http://www.jazzitalia.net/viscomunicatoemb.asp?ID=19954#.UJ6UhI77zWw
Filippo Cosentino, il prossimo 19 novembre al 28DiVino Jazz
Filippo Cosentino, il prossimo 19 novembre al 28DiVino Jazz