Intervista a Filippo Cosentino

In questi giorni ho avuto l’occasione di intervistare Filippo Cosentino, giovane chitarrista e compositore. Da poco è uscito il suo primo disco solista, Lanes, con la partecipazione di Fabrizio Bosso. Un disco variegato, che affianca standard e brani originali, nel quale le influenze sono molteplici. Filippo sta promuovendo il suo disco attraverso un tour che toccherà varie città tra le quali Roma e pertanto, in attesa di poterlo ascoltare dal vivo, gli ho fatto alcune domande.
[jazz@roma] La prima domanda riguarda una cosa che mi incuriosisce sempre, in un jazzista: in che modo ti sei avvicinato al Jazz?
[Filippo Cosentino] Domanda curiosa! Grazie di avermela fatta! Ho iniziato ad ascoltare le prime cassette quando avevo 14 anni, arrivavo da studi di chitarra classica e poco per volta ho acquistato musiche di Parker e di Armstrong, ovvero quello che all’epoca riuscivo a trovare nella mia città natale. Il lirismo e la potenza del suono di Armstrong mi colpirono tantissimo e da lì iniziai ad ascoltarlo assiduamente. E’ iniziato tutto così…
[J@R] E qual è, secondo te, il bello del Jazz?
[FC] E’ uno stile di vita, un modo di pensare e di vedere le cose. Devi trovare all’interno di te stesso le energie e l’idea del suono che cerchi per esprimere quello che hai in mente: il jazz ti permette non di suonare ciò che un altro ha scritto in precedenza ma di crearne una tua personalissima versione.
[J@R] Hai collaborato con tanti e diversi musicisti, frequentando generi diversi. In che modo tutto questo ha arricchito il tuo modo di suonare?
[FC] Ognuno dei musicisti con cui suono e ho suonato mi hanno arricchito condividendo la loro musica e il loro modo di vedere le cose e la vita. In generale credo che la cosa che più mi ha incuriosito è la ricerca della semplicità che nella mia musica si riflette nella ricerca melodica.
[J@R] Nel tuo disco Lanes hai inserito, a fianco delle tue composizioni, brani di grandi jazzisti del passato, da Thelonius Monk a Miles Davis a Gil Evans. Quanto è importante una certa continuità con il passato? Intendo, nel Jazz il passato è davvero passato?
[FC] Dal mio punto di vista serve capire da dove arriviamo, in ogni cosa: se solo applicassimo meglio la conoscenza  del passato avremmo sicuramente più coscienza  del presente. Nel disco, è vero, ho inserito quattro standard di importantissimi compositori del passato. Perché non farlo? Avevo la possibilità di dimenticarmi le versioni precedenti e crearne una nuova, una mia: le definisco “la mia versione dei fatti”. I temi hanno all’interno un potenziale enorme e spesso ci dicono come vogliono essere suonati: sin da quando ho iniziato a suonare Solar, ad esempio, ho immaginato un mix con la musica spagnola (ovvio, qui ci sono molte influenze dei miei studi classici). Così anche il tema stupendo di Hassan’s Dream: mi sono ricordato di quando da piccolo ti addormenti cullando un sogno; ogni volta che la sento ho ancora quell’emozione! Suonare le cosiddette riletture è provare a condividere con il pubblico le tue emozioni e i sentimenti che un tema altrui è ancora capace di darti. Per rispondere alla seconda domanda, veramente interessante, ci vorrebbe tantissimo tempo e provo a riassumere il mio pensiero: penso che noi giovani dobbiamo avere più coraggio nel proporre la nostra musica senza, magari per poter suonare di più o chissà cosa, continuare a dire “ancorati alla tradizione, etc”! Ho sempre pensato, già sui banchi di scuola, che il miglior modo di rispettare il passato risieda in poche regole: farne tesoro, crearne una tua immagine, innovare.
[J@R] Noto una grande vena intimista, a partire da Lanes, la titletrack, passando per le tue versioni di Las Vegas Tango e Hassan’s Dream, fino a quella che potrebbe essere una vera e propria suite, ovvero la sequenza di brani River Avon/Nuova dimensione/Spring Mood. Questa vena intimista, dicevo, rispecchia un aspetto del tuo carattere o è una scelta formale/stilistica?
[FC] Rispecchia totalmente il mio carattere. Credo che per ogni musicista la musica sia un mezzo per fare introspezione. Dopo che ho scritto un brano è come se mi sentissi più arricchito spiritualmente e intellettualmente, come se sapessi qualcosa in più di me che ancora non conoscevo. Mi piace dire la mia stando in punta di piedi.
[J@R] C’è da dire che poi, quando decidi di spingere sull’acceleratore, dai l’impressione di essere tutt’altro che intimista, come nel solo di Smokin’Jazz dove incarni la fusion più spinta…
[FC] E questo è il lato del mio carattere più intraprendente. Quando ho scritto Smokin’ Jazz mi ero chiesto se mai potessero andare d’accordo con la mia idea di jazz un loop di batteria, un basso funky, chitarre rock e pentatonica: ovvero volevo osare e vedere fino a che punto ci riuscivo. Era quello che mi mancava negli altri brani.
[J@R] Sul tuo disco suona Fabrizio Bosso. A mio avviso un’ottima scelta, Fabrizio è un musicista fantastico, la sua fama è internazionale, ed il suo suono si sposa benissimo con il tuo. Ma mi interessa sapere se c’è una motivazione particolare per aver chiamato proprio lui…
[FC] Non lo devo scoprire io e penso di non dire una cosa nuova ma ha un suono fantastico; nei due soli che ha inciso sul disco sembra che a volte stia suonando il flicorno. Ha una gestione del suono stupenda. Per come sono stati scritti Lanes e Smokin’ Jazz ho sempre immaginato e avuto in mente il suono della tromba che può avere grandi sfumature.
[J@R] E la collaborazione con Davide Beatino?
[FC] Ha inciso dei bassi meravigliosi! E’ un ottimo musicista e grande amico e dopo aver ascoltato i brani si è deciso a suonare sui due singoli del disco: due brani completamente differenti tra di loro ma che danno l’idea della padronanza del suono che ha Davide. Da queste collaborazioni mi sento arricchito più che altro dal punto di vista umano perché ho avuto la possibilità di lavorare con musicisti che prima di tutto sono persone stupende, semplici e immediate!
[J@R] Parliamo un po’ della tua attività didattica. In queste settimane stai portando in tour, oltre al tuo disco, anche delle masterclass sull’uso delle pentatoniche nel Jazz. Personalmente trovo che le pentatoniche siano una risorsa importante a disposizione dell’improvvisatore, che aiuta a creare un sound moderno e che consentono di stare più o meno “dentro” o “fuori” a seconda di come si usano. Che tipo di persone vengono a questi seminari? Giovani alle prime armi, musicisti più esperti, jazzisti, musicisti rock, blues? E perché un musicista dovrebbe venire ad un masterclass del genere?
[FC] Trovo che parlare di pentatonica e jazz sia un modo, spero, intelligente per avvicinare quanti più musicisti al jazz; inoltre è un argomento che bene si adatta ai differenti livelli di preparazione degli iscritti. E’ bellissimo vedere negli occhi dei ragazzi la soddisfazione di riuscire ad improvvisare su un brano ritenuto fino ad allora magari troppo complesso! Che tipo di persone vengono? Penso di essere fortunato perché arrivano musicisti di tutti i tipi: come dici tu “giovani alle prime armi” e musicisti che invece già conoscono i discorsi più avanzati e che magari arrivano da generi diversi e che si iscrivono per la curiosità: poi ne escono tutti entusiasti!
[J@R] In questo blog vengono recensiti gli eventi jazzistici romani, e pertanto la domanda è d’obbligo: quando e dove verrai a Roma? Presenterai solo il disco o terrai anche il masterclass? Chi ti accompagnerà in trio?
[FC] Sarò a Roma il 19 novembre e suonerò al 28 Divino in due differenti set: il primo in acustico da solo, il secondo i trio con Mauro Gavini e Mattia Di Cretico. Al 28 terrò anche il masterclass pomeridiano (posso approfittarne per ricordare che chi è interessato può scrivere a info@filippocosentino.com o direttamente al club? http://www.28divino.com ). In serata presenterò il disco; non vedo l’ora!
Anche io non vedo l’ora di ascoltarlo al 28DiVino, a questo punto sono proprio curioso.
Oltre a suonare al 28Divino il 19 dicembre prossimo Filippo, come ho detto all’inizio, sta facendo un tour che tocca diverse città italiane. Per una lista completa vi rimando al sito Jazzitalia:http://www.jazzitalia.net/viscomunicatoemb.asp?ID=19954#.UJ6UhI77zWw
Filippo Cosentino, il prossimo 19 novembre al 28DiVino Jazz
Filippo Cosentino, il prossimo 19 novembre al 28DiVino Jazz
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Marco Guidolotti 4et @ 28DiVino Jazz

Dopo aver parcheggiato mi sto avviando a piedi su per via Mirandola, in direzione del 28DiVino, e nel tragitto incrocio il bar all’angolo, con sedie e tavolini piene di ragazzi che ammazzano la notte in attesa di andare a dormire. Poco più avanti, vedo una calca gentile che preme sull’ingresso del 28, e allora mi faccio la seguente, forse ingenua, domanda: ma a questi ragazzi che si annoiano sui tavolini di questo bar non viene la curiosità o la voglia di andare a sentire il concerto jazz che si tiene a 50 metri da loro? Mentre ancora la domanda mi frulla nella mente sono già nel club, pronto a immergermi ancora una volta nel Jazz.

La formazione è di quelle senza piano né chitarra: Marco Guidolotti, sassofono baritono, Mario Corvini, trombone, Jacopo Ferrazza, contrabbasso, Valerio Vantaggio, batteria. L’atmosfera è decisamente cool, piena, con arpeggi su accordi diminuiti e swing a tutta manetta. Il richiamo è a Gerry Mulligan, a Bob Brookmeyer e al loro quartetto pianoless. Mario Corvini è il perfetto comprimario di Guidolotti: la nota bravura del trombonista è qui messa al servizio dei brani, senza fronzoli e senza manierismi. Le note del trombone sono là, nell’aria, e all’ascoltatore rimane facile raccoglierle e farne tesoro.  La struttura ritmica è metronomica: preciso e rilassato il walking di Jacopo Ferrazza, attento e mai invadente il drumming di Valerio Vantaggio.

Marco Guidolotti non aspetta e ci coinvolge da subito. Fin dalle prime note, lo swing si impossessa di noi e ci avviluppa nelle sue mobili maglie. Il sassofono baritono si muove agile fraseggiando con grazia e maestria, mentre il trombone risponde con eleganza per niente snob.

Guidolotti non suona, ascolta. Ascolta sé stesso un attimo prima di emettere ogni singola nota, ispirato forse dai tanti ascolti che immaginiamo avrà fatto (al di là del mero studio e dell’analisi dei brani, del fraseggio, della pronuncia e dell’articolazione) dei grandi sassofonisti del passato, il tutto filtrato e rielaborato con personalità e un tocco di verve. Fraseggio cool, scambi di quattro tra i solisti, stop time, sono le cifre di questa serata. Una serata bella, piena di colore e di allegria. Tredici brani, in parte di Mulligan, in parte di Guidolotti, e altri presi dalla grande tradizione, compresa una rivisitazione (abbastanza irriconoscibile ma sicuramente intrigante) di Tea For Two. E un bis finale, Four Brothers di Jimmy Giuffre, bis chiesto unanimemente dal numeroso pubblico presente.

Volano via le due ore di concerto divise in due set, e all’una siamo tutti fuori dal club a chiacchierare. Poco più in là, davanti al bar all’angolo, i ragazzi ci sono ancora, stanchi come se avessero fatto chissà ché, probabilmente svuotati di vita, senza sapere che noi, invece, ne siamo ebbri.

Info su Marco Guidolotti

Marco Guidolotti 4et @ 28DiVino Jazz
Marco Guidolotti 4et @ 28DiVino Jazz

Bernie’s tune

Mauro Verrone @ Monte Mario Jazz Festival

Ieri mi sono trovato a partecipare a questo evento culturale da una posizione privilegiata, dal momento che ho avuto il piacere di accompagnare al pianoforte, insieme a Marco Piersanti al contrabbasso e ai batteristi (uno alla volta!) Alex De Martino, Ivano Nardi (organizzatore del festival) e Valerio Toninel, il sassofonista Mauro Verrone il quale, dopo un vivace dibattito su Charlie Parker e dopo la visione di alcune scene del film di Bertrand Tavernier Round Midnight, ha eseguito alcuni standard rievocando il celebre fraseggio parkeriano e mandando in visibilio la platea dello Spazio Freelance Cafe che non ha risparmiato applausi a scena aperta mentre Mauro improvvisava su Groovin’ High, You Don’t Know What Love Is, Oleo, Lover Man, On Green Dolphin Street, All Blues. Ospite di eccezione di Mauro, poi, è stato Tony Formichella, che ha ottimamente contribuito al mood della serata. Piacevolissimo poi l’intervento vocale di Maria Cristina Di Patrizio su Lover Man e All Blues.

L’evento è compreso all’interno del Monte Mario Jazz Festival – 30 anni dopo, iniziativa che è di quelle che riportano alla memoria i fermenti culturali degli anni 70, quando l’impegno culturale e politico permeava tutta la società e centri culturali, politici e artistici fiorivano ovunque, contribuendo con la loro cultura underground alla cultura tout court. E tale evento, nelle intenzioni degli organizzatori, vuole essere proprio questo: un riproporre la cultura, la musica e la bellezza anche in un contesto decentrato come quello di Monte Mario, dove iniziative di tal fatta mancano da troppo tempo.

Mentre il Festival prosegue con altre iniziative, io gli auguro lunga vita e mi auguro che iniziative culturali e musicali tornino sempre più in auge, che circoli culturali come questo nascano sempre più e ovunque, in modo che la musica e l’arte tornino ad essere pane quotidiano di molti e non di pochi.

I prossimi appuntamenti con il Festival sono, sempre a partire dalle 20.30:

SABATO 17 NOVEMBRE: Proiezione del corto I fiori di Monte Mario, di Massimiliano Carboni. Con Massimiliano Carboni, Carola Di Scipio e Ivano Nardi

VENERDI 23 NOVEMBRE: The Better Way: Marco Colonna (clarinetto basso, sassofoni) e Ivano Nardi (batteria, percussioni); Tony Formichella Base One: Tony Formichella (sax tenore), Francesco Tosoni (chitarra), Mauro Gavini (basso), Mattia Di Cretico (batteria)

SABATO 24 NOVEMBRE: Improgressive: Alberto Popolla (clarinetti), Errico De Fabritiis (sassofoni e flauto); Pasquale Innarella 4et: Pasquale Innarella (sassofoni), Francesco Lo Cascio (vibrafono), Pino Sallusti (contrabbasso), Roberto Altamura (batteria)

Monte Mario Jazz Festival
Monte Mario Jazz Festival
Monte Mario Jazz Festival
Monte Mario Jazz Festival

UNICAM Jazz @ 28DiVino Jazz

Questi quattro ragazzi faranno strada. O almeno, ce lo auguriamo. Perchè sarebbe veramente un peccato se il loro talento e in particolare il loro ensemble si perdesse nel mare di musicisti e proposte del panorama jazzistico italiano e non solo. Qualcuno obietterà che di musicisti bravi è pieno il mondo, eppure raramente come con loro mi è capitato di vedere incarnato il Jazz nella migliore delle sue evoluzioni. Questi ragazzi suonano, compongono e arrangiano con un gusto personale, ben radicato nella tradizione ma con grandi aperture verso il suono moderno.

Per cominciare, hanno swing. Non suonano even eight, come si sente spesso in questi anni, e questo lo vediamo sia negli assoli a tempo raddoppiato di Fabio Marziali, alto sassofonista, sia nelle frasi del piano (Alberto Napolioni) e in quelle del contrabbasso (Stefano Battaglia). Suonano blues, e mi viene alla memoria l’assolo di pianoforte nel primo brano proposto nella serata del 5 novembre al 28DiVino, brano scritto da Stefano Battaglia. Suonano a tempo moderato ma sono capaci di uptempo vertiginosi, come nel blues finale dove in particolare Fabio Marziali mi ha portato indietro ai tempi di Charlie Parker. Suonano moderni, con un fraseggio aperto che entra ed esce dalla tonalità. E infine, sono un gruppo, un vero gruppo che fa le prove (e si sente!) e che porta avanti un proprio progetto musicale.

Il pedale, o comunque un ostinato di contrabbasso, contraddistingue molti dei loro brani: lo si trova in Deep Dive, di Marziali, brano che alterna 16 misure di pedale a 16 misure in walking, nel successivo brano a firma di Napolioni e nel brano ancora dopo, una rumba suggestiva e intrigante. Lo troviamo ancora più avanti nella scaletta del concerto, affiancato all’uso di una scala minore armonica che crea il caratteristico suono arabeggiante.

Il sassofonista Fabio Marziali esegue gli assolo con estrema sicurezza ma sempre con gusto e musicalità, prediligendo spesso i tempi raddoppiati ed un fraseggio che fa largo uso di pentatoniche e sequenze. Il pianista Alberto Napolioni trasuda blues e melodia; con la sinistra predilige a volte dei cluster dissonanti. Il suo accompagnamento risulta sempre originale e musicale. Il contrabbassista Stefano Battaglia riesce ad essere sempre vitale e comunicativo, sia musicalmente che fisicamente, facendo della corporeità un elemento distintivo della sua performance. Il batterista Giacomo Zucconi accompagna con gusto, raffinatezza e precisione, ad un volume che non sovrasta gli altri musicisti e senza cedere a personalismi od eccessi.

Vi invito caldamente ad ascoltarli dal vivo. O su disco: il loro album di esordio New Hope è stato pubblicato dall’etichetta Philology,  e in qualità di vincitori del Fara Music Jazz Live 2011 stanno per incidere un nuovo disco. Penso che me lo comprerò.

UNICAM Jazz @ 28DiVino Jazz
UNICAM Jazz @ 28DiVino Jazz

Enrico Ghelardi Boptet @ Alexanderplatz

Abbiamo fatto un gioco, ieri sera: Enrico era il macchinista e noi i passeggeri; siamo saliti sul suo treno ed è iniziato il viaggio… Assistere al concerto dell’Enrico Ghelardi Boptet mi ha dato questa precisa emozione, quella di essere trasportato su un mezzo potente, sicuro, che sai per certo non si fermerà per strada. Il richiamo più marcato è al cool ma anche alle grandi orchestre, visto che la presenza di strumenti nella gamma più grave dello spettro sonoro, il trombone ed il baritono, creano una sonorità piena e grassa, ad imitazione del sound di formazioni ben più ampie.

Enrico Ghelardi Boptet @ Alexanderplatz
Enrico Ghelardi Boptet @ Alexanderplatz

Ma ripercorriamolo, questo viaggio. I capitreno sono Massimo Pirone al trombone, Pierpaolo Principato al pianoforte, Steve Cantarano al contrabbasso e Max De Lucia alla batteria. Enrico ha tre locomotive diverse, che sceglie in base alla necessità: il sax tenore, il sax baritono, il clarinetto basso. Si parte con il sax tenore ed il brano Moony, tratto dal disco That’s Time!, appena uscito. Lo swing ci cattura fin dall’attacco, il treno parte con energia e senza scossoni. La sezione ritmica si muove fluida e sinuosa mentre sax e trombone fraseggiano stando nel tempo e nella tonalità. Anche il piano fraseggia in tonalità, salvo usare frammenti di scale alterate o sequenze triadiche per creare repentini momenti di tensione, risolvendo di nuovo più in là e dando così rassicurazione ai passeggeri. Massimo sceglie più volte di usare il registro alto del suo strumento, come in Dhatri, la bella bossanova inclusa nel disco. Sempre presente l’interplay, con il piano che riprende il trillo finale del tenore all’inizio del solo in A Sunny Day o con il contrabbasso che, nello stesso brano, esegue l’assolo mantenendo la stessa pulsazione della walking line tenuta fino a quel momento, interagendo in modo molto raffinato con l’accompagnamento. Non manca la ballad struggente, lo standard Too Young To Go Steady, il cui clima cupo risulta ottimamente interpretato anche in virtù dalla sequenza degli strumenti solisti (clarinetto basso/trombone/contrabbasso).

L’ultimo brano, Go On, ci fa entrare in stazione. Si scende, il viaggio è finito, ma la voglia di ripartire è tanta. E allora, niente di meglio che acquistare il CD ed ascoltarlo subito, in macchina, mentre si torna a casa.

That's Time!, Enrico Ghelardi Boptet
That’s Time!, Enrico Ghelardi Boptet

Disco: That’s Time!
Artista: Enrico Ghelardi Boptet

Tracce:

01. Moony
02. That’s Time!
03. Waiting
04. A Sunny Day
05. Too Young To Go Steady
06. Take Up
07. Love Me Or Leave Me
08. Dhatri
09. Go On

Etichetta: Barvin
Anno: 2012

Fabio Giachino Trio @ 28DiVino Jazz

Fabio Giachino è un giovane pianista torinese. E detta così è come non aver detto niente, perché quello che c’è da dire su di lui si capisce bene solo se lo si ascolta. Ieri sera c’era un pubblico di eccezione al 28DiVino, fatto di tanti musicisti venuti a sentire il vincitore dell’edizione 2011 del Premio Internazionale Massimo Urbani. E le aspettative non sono state deluse.

Fabio Giachino ha dimostrato di essere a suo agio, di avere un grande controllo dello strumento e di essere dotato di invenzione e fantasia. E di non disdegnare l’uso della mano sinistra, anche mentre il contrabbasso di Davide Liberti cantava complesse melodie, contrappuntate dalla energica batteria di Ruben Bellavia. E non sono stati da meno del loro leader, David e Ruben, dimostrando di essere l’altra faccia della stessa medaglia, ben contribuendo al rinnovamento dell’Art Of Trio.

La serata è scorsa via con grande piacere ed interesse da parte del pubblico, tra brani originali e standard. Per quanto riguarda i brani originali si è passati da Strange Mood, con una introduzione basata su un ostinato di piano, ripetuto poi anche nella coda, ad Evil Louis Blues, basata su Saint Louis Blues e giocata su due diversi tempi alternati. Non è mancata la ballad, sempre a firma di Fabio Giachino, dal titolo metamusicale 3/4 di luna, che partendo dalla tipica atmosfera si è poi gradatamente trasformata passando per un assolo di contrabbasso di grande intenzione melodica e finendo per contaminarsi con richiami bluesy. Il trio ha poi eseguito altri brani standard e original, tra cui un riarrangiamento della mingusiana Goodbye Pork Pie Hat, interpretata con un ritmo lounge/ bossa, gradevole e interessante.

La maggior parte dei brani eseguiti sono contenuti nel disco Introducing Myself, uscito a febbraio scorso, disco che annovera come ospite di eccezione Rosario Giuliani.

È stato un grande piacere ascoltare questo trio torinese, e a questo punto ci auguriamo di vederlo sempre più spesso a Roma!

http://www.fabiogiachino.com

Fabio Giachino Trio
Fabio Giachino Trio

Disco: Introducing Myself
Artista: Fabio Giachino Trio

Tracce:

01. Introducing
02. Evil Louis Blues
03. Strange Mood
04. Mrs. Parker Of K.C.
05. …tornerai a casa?
06. Sponge BOP
07. 3/4 di luna
08. Stingla
09. Viaggio nel tempo
10. Al Cappone
11. Someone To Watch Over Me

Etichetta: Musicamdojazz
Anno: 2012

Fabio GiachinoTrio @ 28DiVino
Fabio GiachinoTrio @ 28DiVino

Pasquale Innarella Quartet @ 28DiVino

Yeah! Sine!

Non posso far altro che parlare inglese ed irpino visto che ieri sera, nell’accogliente grotta del 28DiVino, abbiamo assistito alla contaminazione più spinta ed incredibile tra canti popolari irpini, musiche contadine e jazz moderno. Un mix di grande energia e bellezza, con una forte connotazione, voluta dal leader Pasquale Innarella, di carattere meridionalista e sociale.

Uomini di terra è il titolo del CD presentato, ed in effetti in tutti i brani si respira l’odore della terra: a partire da Festa contadina, un tema che evoca le musiche suonate dalle bande paesane nelle quali Pasquale ha mosso i primi passi, passando per Flowers for Rocco Scotellaro, dedicato al poeta e politico meridionale e meridionalista, dove una poetica intro di contrabbasso lascia poi la scena ad un up-tempo degno della migliore tradizione hard bop, per arrivare alle atmosfere free di Terre selvatiche.

Il disco è arricchito da una versione de Non è l’amore che va via di Vinicio Capossela, artista con il quale Pasquale ha collaborato, e una bellissima Malaika, canzone popolare d’amore africana, reinterpretata con grande gusto e lirismo dallo splendido vibrafonista Francesco Lo Cascio. Bravissimi Roberto Altamura alla batteria e Pino Sallusti al contrabbasso, hanno non solo fornito il supporto alle arrampicate solistiche di Innarella e Lo Cascio, ma sono stati loro stessi assoluti comprimari, sia in termini di intenzione che in termini di musicalità.

Una serata incredibile dunque, all’insegna della contaminazione come nella migliore tradizione del Jazz, ma dove il Jazz è rimasto vivo e presente sempre, senza mai cedere a snaturazioni e mantenendo sempre quel “piglio” che tanto piace a noi jazzisti.

Yeah! Sine!

http://pasqualeinnarella.it

Pasquale Innarella Quartet
Pasquale Innarella Quartet
Pasquale Innarella Quartet, Uomini di Terra
Pasquale Innarella Quartet, Uomini di Terra

Disco: Uomini di terra
Artista: Pasquale Innarella Quartet

Tracce:

01. L`uomo delle terre
02. Flowers for Rocco Scotellaro
03. Malayka
04. Terra selvatica
05. Festa contadina
06. Non è l`amore che va via
07. Donne delle tembe
08. Blued

Etichetta: Terre sommerse
Anno: 2012

il Jazz ascoltato nei club romani