Chat [edited version]

Continuava a fissare quell’ultima pagina, con la mente scandendo le parole a sincerarsi che davvero fossero sempre state in lei:

Ma ora lo attendeva una lunga passeggiata mattutina fino al mezzodì, e se gli uomini tacevano, tacevano perché c’era da pensare a ogni cosa e molto da ricordare. Forse, un po’ più avanti nella mattinata, quando il sole fosse stato alto nel cielo e li avesse riscaldati, avrebbero cominciato a chiacchierare, o semplicemente a dire le cose che ricordavano, perché, non c’era dubbio, essi erano ben là, ad accertarsi che molte cose fossero al sicuro dentro di loro. Montag sentiva il lento rimuoversi delle parole, il loro pigro ribollire.

“Parole! Ecco di cosa ho bisogno!”, pensò Thal. Sembrava così ovvio, così naturale adesso. Attraverso la finestra i suoi occhi verdi fissarono il traghetto lunare che riportava gli ultimi pendolari della giornata sulla Terra. Era stato un suo preciso desiderio quello di andare a vivere in quella casa arroccata sulla collina di fronte al mare, dalla quale si poteva chiaramente vedere lo spazioporto che ogni sera, con le sue luci che si riflettevano nella baia, infondeva a Thal una nuova forza. Più di una volta era uscita sull’ampia terrazza a respirare la brezza marina, lasciando che il sale impregnasse la sua pelle fino a sentirsi parte di quell’acqua vivente. Sì, le era capitato di percepire il mare come un’entità senziente, di avvertire i suoi rimproveri o il suo tono rassicurante. E spesso aveva osservato i pendolari scendere dal traghetto, immaginando nuovi e sperduti luoghi dove andare, viaggi interplanetari e voli notturni tra le lune di Giove. Viaggio: una sua parola chiave. Ma viaggio totale, del corpo e della mente. Era per questo che adorava guardare quel panorama, per questo che amava perdere il suo sguardo oltre l’orizzonte marino, là dove inizia il cielo stellato. E cosa è il cielo stellato se non un altro, sconfinato mare?

Il silenzio stava diventando insopportabile, e una nuova ansia si stava impadronendo del suo cuore. Ora aveva davvero bisogno di parole, e subito! Cosa meglio della Chat? Un luogo dove l’unica cosa che esiste sono le parole, digitate su una tastiera o visualizzate su uno schermo. Presto però, doveva sbrigarsi, stava arrivando il freddo… Avvertì un brivido mentre richiudeva la finestra della terrazza. Dalla sedia vicino alla sua scrivania, dove aveva poggiato il libro appena finito di leggere, prese un maglione e andò nell’altra stanza. Dettò la sua password al microfono del terminale e subito le fu dato accesso al servizio di Chat. Quella sera notò che c’erano parecchi utenti collegati dalla Luna. “Che stupidi”, pensò, “con quel panorama a disposizione sciupano gli occhi sullo schermo di un computer!”. Ma poi pensò al mare fuori dalla sua finestra.

<JPL> Salve a tutti! Qualcuno vuol fare compagnia ad un povero sorvegliante planetario alla sua terza orbita intorno al pianeta blu?
<Sex> Cerco ragazze disposte a tutto! Solo prv…
<Asian> Non ce l’ho col governo europeo, il fatto è che se l’Africa si è evoluta così tanto è anche merito nostro o no?

Thal scorse la finestra di chat alla ricerca di qualche amico. Era bello ritrovare qualcuno che si era conosciuto in quel modo così impersonale, forse perché quel qualcuno finiva per essere proprio come si voleva che fosse. “D’altra parte” pensava “finché si rimane in questa dimensione non c’è alcun pericolo di rimanere delusi!”. Era una sera come le altre, gli amici cominciarono ad arrivare e Thal si dava da fare per parlare con tutti:

<Sinner> Come va Thal?

<Thal> Non c’è male. Tu?

<VirtualReality> Perché non vieni a trovarmi?
<Thal> Non lo so, questa settimana ho da fare. Magari la prossima…

<Science> Hai sentito? Pare che il sistema solare sia pieno di buchi neri microscopici! Sai che questa cosa potrebbe avere serie conseguenze sia per la navigazione che per le trasmissioni radio interplanetarie?
<Thal> Ne ho sentito parlare. Pensi sia un pericolo?

Lo schermo di Thal divenne scuro per un attimo, poi subito si rianimò, e uno ad uno cominciarono ad apparire di nuovo i nomi nella chatlist. Passò qualche istante, ed un nuovo interlocutore si presentò in prv.

<Not> Ti amo Thal
<Thal> Chi sei?
<Not> Non ha importanza chi sono io o chi sei tu, quello che conta è ciò che sento per te Thal.

Thal si accese una sigaretta, e si passò una mano tra i lunghi capelli biondi. Un sorriso si insinuò tra le sue labbra, e la curiosità mosse le sue dita:

<Thal> Come fai a dire che mi ami se non mi conosci? Non sai come sono fatta, non puoi toccarmi, non puoi sentire la mia voce…
<Not> Ma io sento te. E’ questo quello che conta! Sento la tua anima che si unisce alla mia, ed ogni lettera che digiti mi avvicina di più a te.

Era turbata. Turbata e arrabbiata con quell’uomo così arrogante che aveva la presunzione di conoscerla e addirittura di amarla. Ma forse era arrabbiata con se stessa, perché quelle parole l’avevano messa in un subbuglio mentale mai provato, così nuovo eppure così a lungo cercato. Doveva ammetterlo. C’era qualcosa di diverso dal normale feeling che si può creare in una notte in cui ci si sente soli e si incontra qualcuno che prova la stessa cosa. Stavolta la sensazione era di compenetrazione totale, come un amplesso, che partiva dalla mente per arrivare ad ogni capillare, ad ogni terminazione nervosa, fino a farle provare un vero e proprio piacere fisico.

<Thal> Not, non so perché, ma sento una nuova sensazione in me. Come se tu… mi rendessi migliore.
<Not> E’ l’interazione tra noi che ci rende migliori. Continua a digitare con me e diventeremo perfetti!

<Thal> Addirittura! Non esiste la perfezione!
<Not> E il paradiso? Secondo te esiste?
<Thal> Non saprei…
<Not> Hai letto “Il gabbiano Jonathan Livingston” ?
<Thal> Aspetta…”Il paradiso non è un luogo. Non si trova nello spazio e neanche nel tempo. Il paradiso è…”

<Not> “…essere perfetti!” Vuoi raggiungere il paradiso con me Thal?
<Thal> Mi fai sentire strana… sento che mi sto eccitando. Di un’eccitazione mentale e fisica. Che mi stai facendo Not?
<Not> Ti sto offrendo me stesso. Ti sto amando…
<Thal> Anch’io ti amo… ora lo so!

L’ansia era andata via. Dopo aver chiuso il collegamento cominciò i preparativi per la partenza. Erano ormai due mesi che ogni notte usciva con la sua navetta di servizio per ispezionare la Smart Earth-Moon Electronic Road. Gli piaceva quel lavoro, gli dava un senso di onnipotenza guidare un mezzo spaziale allo scopo di permettere agli altri mezzi spaziali di viaggiare senza rischi dalla Terra alla Luna. Fin dalla sua introduzione, la SEMER aveva infatti consentito a chiunque di battere la rotta fino al satellite terrestre senza dover essere provetti piloti. Era però necessaria una continua e attenta verifica delle boe elettroniche disseminate lungo il percorso, le quali raccoglievano i dati ambientali, li trasmettevano al computer centrale attraverso un sistema di ripetitori e ritrasmettevano ai veicoli in transito i dati utili alla navigazione. Not era addetto proprio a queste verifiche. Non gli era ancora capitato, in due mesi, di dover effettuare un intervento di riparazione o di dover recuperare un veicolo che se ne fosse andato alla deriva verso lo spazio profondo. Ma era sicuro che, al dunque, avrebbe dato il meglio di sé. Il meglio di sé: quello che non gli era mai riuscito di dare nella sua vita privata. Dopo il divorzio non aveva più voluto sentir parlare di donne, e l’unica cosa che si concedeva era la chat prima di iniziare il turno. “Così non avrò coinvolgimenti” pensava “al massimo potrò infatuarmi di una sputa- parole!” Già, perché le parole sono facili da dire, soprattutto è facile descriversi non per quello che si è ma per quello che ci piacerebbe essere. “Ma che importa? Basta rimanere nel virtuale!”.

Sembrava ancora tutto normale quando accadde. Un sasso grande quanto un pallone da pallacanestro era spuntato da dietro la Luna e stava pericolosamente incrociando l’orbita della sua navetta. Not non ebbe neanche un attimo di esitazione, inserì i comandi manuali ed eseguì la virata. Quel piccolo mezzo era molto maneggevole e si dispose istantaneamente sulla nuova rotta. Attraverso l’oblò laterale Not vide il sasso transitare senza danno al di sotto dell’astronave. Rimase qualche minuto ad osservarlo mentre si perdeva nel buio. C’era qualcosa di strano. Una sensazione, niente di definito. Senza pensarci oltre mise in funzione il computer balistico. Dopo aver effettuato lo scanning dell’area intorno allo scafo, lo schermo lampeggiò il suo menu operativo e Not selezionò l’opzione Trace Object. In breve ebbe inquadrato il sasso e dato l’ok al sistema di analisi. I secondi passarono interminabili, mentre sullo schermo cominciavano ad apparire i primi dati. L’oggetto aveva inspiegabilmente deviato dalla sua rotta, impercettibilmente, ma aveva deviato.
“Non è possibile!” esclamò Not in preda all’orgasmo. Aveva sperato in quell’evento come in qualcosa di impossibile, eppure… Non volle credere subito che fosse come sperava, quindi eseguì una nuova scansione, stavolta aumentando la risoluzione. Passarono altri secondi, e tutto fu confermato. Non poteva essere che lui. Un buco nero delle dimensioni di una testa di spillo, probabilmente a qualche decina di unità astronomiche dal Sole. Soltanto un simile oggetto poteva aver deviato quel sasso dalla rotta che aveva seguito fino a pochi secondi prima. Aveva individuato uno di quei mostri cosmici di cui si era ipotizzata l’esistenza! Ed il suo campo gravitazionale era nettamente rilevabile dalla rotta Terra-Luna. Not si attaccò alla radio svegliando tutto il centro di controllo lunare. Era necessario valutare l’influenza che il buco avrebbe avuto sul normale svolgimento delle attività umane, dai viaggi alle trasmissioni radio. E forse… anche sulle relazioni tra le persone. E la sua mente andò alla sera successiva.

<Thal> Ciao Not.

<Not> Ciao Thal. Mi sei mancata.

<Thal> Anche tu mi sei mancato.

<Not> Allora hai capito?

<Thal> Si. Ho capito. Dimmi dove e quando.

<Not> Alla baia. Vicino all’ingresso dello spazioporto.

Il mare era calmo. Da poco il sole aveva iniziato il suo declino, e i gabbiani approfittavano degli ultimi raggi per catturare un’altra preda. Thal si era seduta su uno scoglio e stava scrutando l’orizzonte infuocato. Fece per accendersi una sigaretta, ma poi la ripose nel pacchetto. Not stava arrivando.

I due si guardarono negli occhi senza parlare. Che sensazione! Erano a dieci centimetri, finalmente. Not allungò la mano per accarezzarle la guancia e… sentì la sua stessa guancia accarezzata da una mano invisibile, mentre nella mano non provò nessuna sensazione di contatto. Poi Thal tentò di baciarlo, ma per quanto si sforzassero le loro labbra non riuscivano a toccarsi.

“Chi sei?” chiese Thal con timore.
“Sono te stessa, Thal” rispose Not.
“Già. Lo avevo capito. Ma non volevo crederci. Ed io… sono te stesso.”
“Infatti. Sei quello che io sarò quando avrò raggiunto la perfezione.” “Ed io sono te quando sarai perfetta.”
“Come è potuto succedere tutto questo, Not?”
“Là fuori, ad uno sputo dal nostro piccolissimo pianeta, c’è un oggetto ancora più piccolo – un buco nero grande come la capocchia di uno spillo, pensa! – che è riuscito a fare tutto questo. Conosci la teoria della relatività?”
“Einstein. L’ho studiata a scuola.”
“Secondo questa teoria le masse gravitazionali sono in grado di incurvare lo spazio-tempo. Ed essendo un buco nero dotato di un’enorme massa, la sua vicinanza a noi ha prodotto una curvatura che ha modificato i meccanismi delle nostre trasmissioni radio. E così ci siamo trovati a parlare con i nostri doppi provenienti da un’altra dimensione, ovvero da un altro spazio e da un altro tempo.”
“E adesso?”
“Abbiamo usato dei compensatori gravitazionali. L’effetto del buco nero è rientrato nei limiti tollerabili. L’unico problema che rimane… siamo noi due!”
“Not, io… non credo di amarti”
Not rimase in silenzio.
“Lo so. Ma ora so che esisti, anche se dovrò aspettare un altro fenomeno relativistico per averti. E quando succederà saremo entrambi perfetti.”

L’ansia di entrambi era definitivamente sparita. Poco più tardi, Thal si sorprese nella sua stanza a rileggere quell’ultima pagina:

Si, pensò Montag, ecco ciò che voglio mettere da parte per mezzodì. Per mezzogiorno… quando saremo giunti alla Città.

E di nuovo uscì sulla terrazza, a respirare la brezza marina.

———-

* Citazioni da Fahrenheit 451 di Ray Bradbury

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