Universi [edited version]

L’aveva deposta in piedi, poggiata a tutte le altre, avendo cura di frapporre un foglio di giornale affinché la vernice non si sciupasse. Era una frenesia ormai, quella che la portava a dipingere una tela dopo l’altra, anche di notte. Lo psicanalista le aveva detto che la pittura l’avrebbe salvata, ma certo non immaginava che la sua paziente sarebbe arrivata a tanto: cinque o sei quadri al giorno, a volte anche di più, fino all’alba, quando gli occhi si chiudevano ed un breve sonno aveva la meglio su di lei.
I soggetti che sceglieva erano sempre gli stessi: stelle, pianeti, galassie e nebulose, tutto l’universo sembrava racchiuso nei suoi quadri. Eppure non poteva servirsi di niente che potesse guidare il suo pennello: non del suo terminale per scorrere le foto di cui era pieno l’archivio planetario, e non del telescopio nel vicino osservatorio. Solo lei, i suoi colori e la sua mente, la stessa mente che tutti definivano pazza.
Eppure, da quando dipingeva, una nuova linfa sembrava scorrere nelle sue vene, nuovi stimoli nervosi attraversavano le sue sinapsi, e tutto il suo corpo sembrava avvolto in un’aura salubre. Niente le aveva mai dato quello che le stava dando la pittura, e non era un oblio, un non pensare, anzi! Lei non smetteva di pensare neppure un istante, e mentre maneggiava il pennello riusciva anche a telefonare alle amiche o a dettare al computer domestico qualche nuova ricetta. Il dipingere era divenuto una sorta di catalizzatore al pulsare della sua vita, come il sistema centrale di controllo di una stazione orbitante. Finalmente, si sentiva al centro del suo universo.

Stava pulendo i pennelli quando Vanio suonò. Con un movimento leggero lasciò cadere lo straccio sul tavolo, quindi impartì alla porta il comando vocale di apertura. Vanio entrò con il suo solito sorriso affabile, e lei lo accolse baciandolo sulla guancia.
“Rose! Un’altra tela! Cosa hai dipinto stavolta?”
Per tutta risposta Rose indicò il quadro sul cavalletto. Era molto grande, e vi erano un’infinità di puntini bianchi su uno sfondo blu.
“Non sono pianeti, vero Rose? Sembra quasi polvere…”
“E’ polvere cosmica!” disse lei raggiante “Anche il nostro sistema solare si è formato così! Lo sapevi?”
“E tu… come lo sai?”
Vanio non smetteva di stupirsi. Da quando l’aveva conosciuta, due anni prima, aveva continuato a chiedersi come facesse Rose a sapere di certi argomenti. Nell’archivio personale le sue impronte retiniche risultavano associate a ben pochi testi letti al terminale, e per lo più risalivano ai tempi in cui era bambina, quando i suoi occhi ancora vedevano. Ma Rose sembrava trascendere tutti i canoni della conoscenza. Già era successo che le sue tele risultassero la fedele riproduzione di remoti angoli dell’universo, e questo aveva indotto il suo psicanalista a chiedere un consulto con più di un collega. Ma neanche con l’ipnosi erano riusciti a capire a cosa fossero dovute quelle sue inspiegabili cognizioni.
“Vuoi del dolce? Ne ho fatto uno squisito! Pensa che il computer non voleva autorizzarmi ad accoppiare certi ingredienti! Ho dovuto ricorrere al Controllo di Conflitto di Priorità.” Vanio si tagliò una fetta di torta, mentre l’allegria di Rose ancora risuonava nell’aria.
Era bello amare Rose. Quei pomeriggi erano per lui un’oasi di pace e abbandono. Quando faceva l’amore, poi, Rose dava tutta se stessa: non c’era cosa che non concedesse, e Vanio poteva perdersi in quei flutti senza paura di non riemergere, ché, se anche non fosse riemerso, non glie ne sarebbe importato.

Rose si stava rivestendo. La sua pelle bianca emanava una luce lunare, nel buio della stanza. Vanio rimase steso, con gli occhi semichiusi, osservando la grazia dei movimenti di lei. Non un gesto, non un passo, lasciavano intuire la cecità. Vanio stesso sembrava dimenticarsene quando si incantava nell’osservare i suoi passi. Eppure doveva lasciarla. Che futuro poteva avere lui, politico di successo, accanto ad una donna cieca e per di più pazza? Erano stati due anni meravigliosi, pieni di passione e di poesia, ma era il momento di crescere, di pensare al futuro. Più volte la Direzione del suo partito lo aveva ammonito e diffidato dal continuare questa relazione, e più volte Vanio era stato sul punto di rompere con lei, senza mai trovare il coraggio. Rose era una creatura così limpida, così lontana da certe logiche. In lei trovava una sorta di completamento si sé, un rifugio dai propri fantasmi. Ma ora basta. Si era deciso.

“Certo che puoi prenderlo! Ti ho detto che te lo regalo! Cosa ci trovi di tanto strano?” fece Rose ridendo. “Sei una cara amica, Eugenia, ho piacere che tu lo prenda!” “Ma io non posso pagarlo, lo sai…”
“Il fatto che ti piaccia mi ripaga abbondantemente, stai tranquilla. Cosa c’è di meglio per una pittrice che sapere i propri quadri apprezzati? Anche per oggi ho di che mangiare. Non ho bisogno d’altro, credimi.”
Rose sembrava raggiante, e la sua casa piena di tele faceva da cornice al suo volto luminoso. A guardarla si sarebbe detto che niente la avesse mai ferita, che nessuno la avesse mai tradita o delusa.
“Vuoi un po’ di dolce? L’ho inventato io, Vanio ne andava pazzo.”
“Rose! Basta con Vanio! Possibile che tu non ti sia ancora rassegnata? Sono passati dieci anni! Ancora non riesci a smettere di pensare a lui?”
“Perché non dovrei pensare a lui? Gli voglio bene, abbiamo condiviso dei bei momenti, non ci vedo niente di male.”
“Ma lui ti ha lasciato, ha preferito la sua carriera a te, ed ha sposato un’altra!”
Eugenia parlava con foga, mentre Rose la ascoltava con gli occhi rivolti verso l’alto ed un sorriso leggero sulle labbra. Per Rose l’odio non esisteva. Non aveva mai odiato nessuno. Di più: non aveva mai sentito il bisogno di odiare qualcuno, riusciva sempre a porsi su un piano diverso, di umana comprensione per i difetti altrui. Era forse per questo che la chiamavano pazza, era per questo che tutti la compativano apertamente? Eppure i suoi quadri erano qualcosa di sublime, sarebbero bastati quelli a riabilitarla… ma riabilitarla da cosa? Non era forse felice così lei, felice più di tutti quelli che la pretendevano triste e incapace di vivere normalmente?

Il campanello suonò. Strano, erano anni che non riceveva mai nessuno a quell’ora del pomeriggio. Andò dritta alla porta e aprì.
“Ciao Rose”
“Vanio! Questa è proprio una sorpresa! Cosa ci fa un Ministro della Confederazione in questa umile dimora?”
“Rose… Rose… “ Vanio aveva la gola secca, e non riusciva a dire altro che quel nome mentre la spingeva nell’appartamento e la baciava sulla fronte, e poi sulla guancia e sul collo. La prese per mano e la condusse alla camera da letto. Lei non opponeva nessuna resistenza, anzi lo seguiva dolcemente con l’aria trasognata. Questo aumentò l’eccitazione di lui, che nello spogliarla non poté fare a meno di rituffarsi tra quei seni che tanto aveva amato, per poi possederla con l’entusiasmo e la passione di un tempo.
“Devi andare?” fece lei docilmente mentre Vanio si rivestiva.
“Sì”
“Vuoi del dolce?”
“Dolce? Ma insomma Rose!” in un attimo Vanio fu fuori di sé. “Arrivo qui dopo dieci anni, faccio l’amore con te senza dirti una parola, poi piglio e me ne vado e tu… mi offri del dolce? Allora è vero che sei una povera pazza, è vero quello che dicono che ti faresti fottere da chiunque, che non sai opporre resistenza ad un uomo che ti metta le mani addosso! Sei una puttana, Rose! Pazza e puttana!“

“C’è qualcosa che ti turba? Puoi parlarne con me, vuoi?” Le parole di Rose suonarono irreali sul volto di Vanio, ancora acceso d’ira e risentimento. Eppure non c’era falsità in quegli occhi spenti, nulla che facesse pensare ad una forzatura.

Vanio la prese per i capelli e cominciò a scuoterla violentemente, facendola sbattere con la testa contro la parete.

“Mi fai schifo! Ti insulto e tu mi offri pure il tuo aiuto!”

Rose non aveva accennato alla minima difesa. Si era lasciata prendere quasi con dolcezza, la stessa che poche ore prima lo aveva così eccitato.

“Pensi che per il fatto di essere cieca hai il diritto di fare la puttana?”

Ma Rose non ascoltava più. Vanio si irrigidì, e lasciò andare la presa. I lunghi capelli di lei scivolarono come un pennello sul muro mentre il suo corpo si accasciava a terra. Rimase a fissarla per qualche minuto. Si chinò su di lei per sentirle il cuore. Aveva gli occhi sbarrati, ma non un velo di terrore in quello sguardo. Solo pace. Sì, pace, ecco cosa aveva sempre visto in lei, ecco cosa lo aveva attratto e al tempo stesso atterrito al punto di doverla uccidere.
Provò un forte dolore alla testa. Si alzò e si diresse nel bagno. Selezionò la temperatura ed azionò l’erogatore, mentre si chinava sul lavandino e lasciava che l’acqua scorresse sulla sua fronte.
“Dovresti prendere una pillola.”
Il sangue gli si gelò nelle vene. Era la voce di Rose! La sua mente stava dando di matto. Si girò lentamente verso la porta. Lei stava in piedi, sorridente, con il solito sguardo rivolto verso l’alto.
“Rose?! Ma tu sei… morta!”
“Tranquillizzati Vanio, sto bene. Prendi un calmante. Ne hai bisogno!”
“Eri là! In un lago di sangue! Come può essere? Sto sicuramente impazzendo.”

“Insomma!”
A quell’urlo Vanio si ritrasse terrorizzato. Rose non aveva mai alzato la voce.
“Possibile che siate tutti così ciechi?”
Che strano sentirsi dire una simile cosa da una cieca. Eppure, adesso, Vanio si sentiva così indifeso e vulnerabile, così… cieco! Mentre lei sembrava conoscere i più remoti segreti dell’Universo.
“Formiche! Siete come delle formiche, che considerano il mondo come un’unica immensa superficie sulla quale camminare, incapaci di vedere le altre dimensioni. Cosa credete, che il mondo sia davvero come lo vedete, con le sue tre dimensioni spaziali e con quella temporale? I pazzi siete voi, che credete questo! L’universo… quale universo! Gli universi sono infiniti, le dimensioni nelle quali viviamo immersi sono infinite. E’ solo la limitatezza delle vostre percezioni che vi impedisce di vederle! Guardami! Guardami!”
Vanio ascoltava inebetito. Non poteva credere di stare parlando con Rose, eppure sentiva che Rose per lui era sempre stata questo, qualcuno da cui imparare. Ed ora stava imparando, come dieci anni fa.
“Guardami negli occhi: cosa vedi? Una cieca! Questo vedi, questo vedete tutti. E credi di avermi ucciso… quando io non ero neppure qui! Voi, con tutte le vostre diottrie, non riuscite a vedere che Rose non è qui. Rose è altrove, in altri angoli dell’Universo, in luoghi che voi potete solo immaginare. Rose è al di là delle vostre percezioni, al di là della vostra comprensione. E invece di cercare di imparare qualcosa da me mi scacciate, mi deridete…”
“Rose, io… noi… ti abbiamo offeso. Ti chiedo perdono.”
“No Vanio, voi non mi avete offeso” la sua voce era tornata dolce.
“Voi mi avete dato modo di imparare, di capire chi siete e perché. Voi mi avete dato molto. Se ti ho detto queste cose, e se ho alzato la voce, è per farti comprendere, per spronarti a seguire la strada della conoscenza e della ragione, invece di quella dell’odio e della cecità.“

Rose prese una tela.

”Tieni, te la regalo.”
“Ma è bianca!” fece Vanio stupito.
“La riempirai tu. Quando sarai pronto.”

Quando Vanio fu uscito, Rose si rimise al lavoro. C’era ancora molto da dipingere, ancora tanti universi da esplorare.

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