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L’incognita ZY

La curiosità, di andare ad ascoltare un progetto come questo, è grande. Intanto, perché conosco bene il leader Angelo Olivieri, artista sempre alla ricerca della “sua” musica, che permea attraverso le falde che attingono dal jazz/rock di Miles Davis ed Herbie Hancock,  da Ornette Coleman e dagli Art Ensemble Of Chicago, ma anche dal soul e dal rock, non senza una venatura atonale che spesso contraddistingue le performance del trombettista.

“Ascolto più i Radiohead che jazz“. È con questa frase che Olivieri apre il concerto di ieri sera al 28DiVino Jazz, a voler sottolineare che anche lui come altri jazzisti (Brad Mehldau in primis), è in cerca di nuovi suoni, nuovi ritmi, tutte cose che non si trovano certo negli standard e che necessitano di nuove fonti di ispirazione. Ma se Mehldau mantiene un suono acustico scegliendo di lavorare sulla scomposizione armonica e ritmica di Paranoid Android, Olivieri si spinge a cercare una summa che tenda in qualche modo a semplificare l’ascolto. Ed ecco che entra in gioco il groove, interpretato con grande coinvolgimento fisico, fin dalla introduzione di Brown Rice (Don Cherry), dove il ritmo viene sancito, oltre che da batteria e basso, anche dal battito di mani.

La musica come territorio aperto, come liberazione, in contrapposizione alle riserve di genere entro le quali collocare le note alla stregua di tante scatole dell’Ikea. Liberazione, dunque, sembra essere la parola chiave della musica proposta stasera. E la liberazione è anche pensiero libero, a volte paradossale, come nella interessante “canzone atonale” 2 PM, unico brano cantato del concerto, scrivendo il quale Olivieri guardava la pioggia cadere su viali privati e si chiedeva perché la pioggia dovesse lavare anche quelli.

Tante altre le influenze e le storie: come Detroit’s Night, dedicata all’amico John Sinclair, leader delle White Panthers, il cui tema rievoca atmosfere più orchestrali, o come Nowhere’s Anthem, inno dedicato ai figli di nessuna Terra, una riflessione sulla opportunità di uniformare nel mondo le leggi di attribuzione della nazionalità.

La seconda curiosità, tornando all’inizio del mio scrivere, era quella di ascoltare tanti giovani musicisti quali Vincenzo Vicaro (sax tenore, clarinetto soprano), Gian Paolo Giunta (tastiere), Riccardo Di Fiandra (basso elettrico), Daniele Di Pentima (batteria). Di questi ho apprezzato particolarmente la capacità di impatto sonoro, l’energia (termine abusato che però in questo caso giudico azzeccato) e la capacità di interpretare con pari intensità tutti i brani, da quelli più “aperti” a quelli più classici, con un picco in The Eye Of The Hurricane (Herbie Hancock), che ha piacevolmente trascinato la platea verso l’epilogo.

Dopo tanto impegno, dopo tanta ricerca, l’esecuzione sul finale di Rock Around The Clock ha ricreato uno spirito festoso, come è giusto che sia in un concerto. Con tanto di intervento finale di Mister Doh (ormai un personaggio fisso al 28DiVino) e grandi applausi da parte della foltissima platea. Rimane il problema dell’incognita ZY, per la soluzione del quale occorre un percorso lungo quanto tante vite, quanto tutta la musica che ci ha preceduto e quanto quella che ci succederà. Chi potrà aiutarci? Almeno per un pezzo di questa strada, credo che potremo da ora in avanti confidare nell’aiuto di Olivieri e dei suoi ZY Project.

Due chiacchiere con Silvia Bolognesi e Angelo Olivieri

Teaser radiofonico dell’intervista

Si era al 28Divino Jazz e si stava per assistere al concerto di Silvia Bolognesi (contrabbasso) e Angelo Olivieri (tromba e pocket trumpet), i quali presentavano il loro disco Dialogo, registrato il 28 dicembre 2011 nella Chiesa di S.Pietro in Acquariis a Teano ed edito da Terre Sommerse. Ed è davanti ad un buon calice di rosso, con un simpatico siparietto tra i due musicisti toscani, che è iniziata questa chiacchierata in libertà, tra Jazz e più di qualche allegra risata.

[Jazz@roma] Silvia, perché la scelta di fare un disco dal vivo?

(nel frattempo arriva Angelo Olivieri, ndr)

[Silvia Bolognesi] Perché è capitato. Avevamo fatto un tentativo in studio, s’era fatto un demo…

[Angelo Olivieri] Niente male! (ride, mentre prende posto al tavolino insieme a noi)

[SB] Sì, niente male! No, Angelo, dicevo a Maurizio, mentre tu eri di là a fare non so cosa…

[AO] Ero a lavarmi i denti!

[SB] Gli dicevo che è piacevole sapere che c’è chi recensisce i concerti, perché vengono recensiti sempre meno…

[AO] Sicuramente i concerti sono… quasi più importanti dei dischi!

[SB] No, sicuramente sono completamente diversi! (ride) Per cui noi stasera si presenta il disco ma l’approccio sarà comunque diverso da quello che c’è nel disco stesso.

[AO] Anche se è un disco live, mentre lo registri pensi anche al fatto che stai comunque registrando un disco, mentre quando sei a un concerto sei a un concerto e basta. E poi, magari su un disco non metterei una traccia che dura venti minuti, mentre ad un concerto magari in venti minuti succedono un sacco di cose… e poi il Jazz è una musica che va vista, tanto!

[SB] Posso farti una domanda io?

[J@R] Certo!

[AO] L’hai voluto te! (ride)

[SB] Ti succede di andare a dei concerti e di non divertirti, o di venire via prima della fine?

[J@R] A volte, sì.

[SB] Ecco, ma a questo punto s’aprirebbe un dibattito… perché ultimamente mi pare di leggere solo recensioni belle. A me capita per esempio di andare a dei concerti e di pensare: “Ora vo’ al bar a ber qualcosa!” Che poi a me non piace parlar male, perché il gradimento della musica è una cosa anche molto personale, e dipende molto anche dall’umore della giornata… soprattutto questa musica qua (il Jazz, ndr). Però ultimamente sto valutando l’ipotesi di essere onesta e dire anche se una cosa non mi è piaciuta, magari mettendo le mani avanti dicendo che è una valutazione soggettiva, ma dicendo comunque quello che realmente penso.

[J@R] Insomma è una critica a noi che facciamo le critiche… secondo te lo dovremmo dire chiaramente quando un concerto non ci ha davvero preso alla pancia?

[AO] Anche, alla pancia.

[J@R] Non solo alla pancia, certo, ma per me è importante che mi prenda anche lì.

[AO] Certo, ma guarda che è così per tutti. Io faccio sempre questo esempio: quando si va a Madrid vado sempre in “pellegrinaggio” al Guernica, tutte le volte! (ride) Altri vanno a Medjugorie ed io vado a vedere il Guernica di Picasso. Ora io di pittura non capisco nulla, però… mi metto lì davanti e ci sto venti minuti! Ora dove mi può prendere il Guernica, se non alla pancia? Quindi, quello non è solo un capolavoro di pittura per tutti i pittori del mondo, ma è un capolavoro anche per tutti gli altri!

[SB] Ecco ora vorrei davvero metter le mani avanti visto che dobbiamo ancora suonare e non sappiamo quello che succederà… (risate generali), ma noi non si fanno capolavori, chiaro? (altre risate generali)

[AO] Una cosa che secondo me bisogna iniziare a fare è dire i nomi di quei musicisti bravi che capita di ascoltare. Ecco, io per esempio tutte le volte che vado a vedere il trio di Ermanno Baron con Marco Bonini e Gino Boschi, che si chiama ACRE, io godo, tutte le volte! E queste cose bisogna dirle! Per esempio, c’è un musicista che è lontano da me chilometri, tu Maurizio mi ci hai visto suonare insieme, ebbene io godo a suonare con Mauro Verrone. Perché lui è uno che ti dà l’anima quando suona, e tu stai lì e stai bene!

[J@R] Una sera, qui al 28, oltre a Mauro c’era anche Sandro Satta, bravissimo…

[SB] Io però non vorrei fare nomi, ho paura che me ne scordo qualcuno e poi ci rimangono male…

[J@R] Silvia e Angelo, quand’è che vi siete conosciuti?

[AO] Nel 2003, a Roccella Jonica, nell’orchestra di Butch Morris (recentemente scomparso, ndr). Tra l’altro (rivolto a Silvia), glie lo dedichiamo il concerto a Butch Morris?

[SB] Beh, in qualunque gesto faccio c’è una dedica a lui! (sorride)

[J@R] E dopo quella esperienza?

[AO] Ci siamo subito persi di vista! (ridono)

[SB] E quando è che ci siamo rivisti? (guarda Angelo, ndr) No perché noi abbiamo un grande amico comune, e qui faccio il nome, Tony Cattano, bravissimo trombonista e carissimo amico, si è vissuti anche in casa insieme nel periodo livornese…

[AO] Fu tramite il Franco Ferguson? O Armando Battiston? Con Federico Ughi?

[SB] Non me lo ricordo! Secondo te si offende? (rido)

[AO] Armando Battiston è un pianista nato al confine tra Veneto e Friuli…

[SB] Scusate posso andare a cercare uno stuzzicadenti? Perché mi si è incastonato… (risate)

[AO] Dicevo, Armando Battiston è un pianista cieco quasi dalla nascita, con il quale abbiamo fatto delle date in trio. In una, qui al 28, Federico (Ughi, ndr) venne a suonare la batteria.

[J@R] E dunque, nel 2003 eravate due jazzisti emergenti, ed ora? Siete emersi finalmente? (risate)

[AO] (rivolto a Silvia) Qualche sera fa con Maurizio si parlava di questa storia che ci considerano sempre emergenti, ci siamo fatti due risate, come se uno dovesse emergere all’infinito…

[J@R] Si parlava anche del famoso “tappo”, che impedisce a voi e a tanti musicisti come voi di avere una visibilità maggiore. In sostanza il tappo è costituito da una serie di nomi famosi, sempre gli stessi, che suonano in tutti i festival più importanti e che non lasciano spazio ad altri.

[AO] Il problema in Italia è che la gestione della cultura è affidata a persone che non hanno cultura. Se noi mettiamo qui dieci direttori artistici a parlare di Jazz, o di qualunque altra cosa, magari ne trovi uno che ti dice che gli piace “la musica malinconica”! Ma questa cosa me la può dire un ascoltatore, mentre un direttore artistico dovrebbe essere competente. Che poi il “tappo” è fatto di tutte persone che sanno suonare, intendiamoci. Su questo non si discute. Ma i direttori artistici dovrebbero avere anche il coraggio di rischiare.

[SB] Il tappo è fatto di poche persone, una decina o poco più, un tappino…

[AO] Se vai a vedere le programmazioni dei festival in giro, trovi che ce ne sono venti che suonano tantissimo, cento che suonano parecchio, e novecento che faticano!

[SB] Io la vedo così, che locali come questo, il 28DiVino Jazz di Roma, come la Casa del Popolo a Lodi… devo dirli tutti? (ride) L’ Ex Wide a Pisa, il Pinocchio a Firenze, sono la verità. La verità è che il Jazz non è morto, c’è un grandissimo fermento in Italia, ma… il Jazz vero non si trova negli auditorium.

[AO] Il Jazz è nei piccoli club, dove è sempre stato. E d’altra parte, mica c’era Mingus negli auditorium! E in fondo ci piace anche, così!

[SB] Certo, si sta più a nostro agio in un club che in un auditorium, dove hai il pubblico a venti metri e magari non lo vedi neanche…

[AO] Magari ci piacerebbe suonare nei club, ma con il cachet dell’auditorium! (ride)

[SB] O magari ci piacerebbe anche solo che ci fosse maggior rispetto per chi come noi ha fatto una scelta di vita come questa!

[J@R] Che poi è la situazione italiana in generale, non solo della musica. Oggi molti laureati lavorano senza essere pagati, nella speranza di farsi una esperienza da rivendere sul mercato del lavoro. Un altro esempio di mancanza di rispetto…

[AO] Un’altra cosa che vorrei dire è che mi ha dato molto fastidio, quando Veltroni ha scritto il libro su Luca Flores, che sia passato il concetto che i jazzisti sono tristi! Io non sono triste, ho un sacco di problemi ma non sono triste! Dizzy Gillespie non era triste!

[SB] Fats Waller non era per niente triste!

[J@R] Concludendo, si può spiegare questo disco… o bisogna comprarlo?

[AO] Bisogna comprarlo… ma anche venire al concerto!

[SB] Bisogna comprarlo al concerto!

Il concerto sta per iniziare, Silvia Bolognesi e Angelo Olivieri scendono nella grotta del 28 DiVino Jazz e prendono posto sul palco del club. È stata una piacevole chiacchierata.

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Sito ufficiale di Silvia Bolognesi

Sito ufficiale di Angelo Olivieri

It’s Jazz Talk: due chiacchiere con Gabriele Buonasorte

Il 21 giugno, nell’ambito della rassegna Massimo Jazz, all’Auditorium del Massimo, si è esibito il Gabriele Buonasorte Quartet, con Angelo Olivieri (tromba, flicorno), Mauro Gavini (basso elettrico), Mattia Di Cretico (batteria). I quattro hanno presentato il disco Forward, appena uscito per NAU Records. Abbiamo dunque colto l’occasione per scambiare due parole con Buonasorte.

[Jazz@Roma] Come nasce l’idea di Forward?

[Gabriele Buonasorte] Forward nasce con l’intenzione di raccontare in musica le immagini del mio vissuto e della mia contemporaneità. Per fare questo ho scelto un linguaggio semplice, diretto, senza troppi fronzoli tecnici, ma con un folto gioco di ritmi e linguaggi musicali che si mescolano tra loro, creando un amalgama di colori imprevedibili.

[J@R] Quanto conta l’affinità con gli altri musicisti?

[GB] Fondamentale, soprattutto quando la musica che si suona ha una forte componente improvvisativa, come nel mio progetto.

[J@R] Qual è secondo te la nuova frontiera del Jazz, ammesso che ci sia una nuova frontiera?

[GB] La nuova frontiera del Jazz deve parlare ad un pubblico più ampio, senza rinchiudersi nel suo elitarismo, deve comunicare emozioni e sensazioni, guardare oltre la cultura afroamericana delle origini, e cercare linguaggi più moderni.

[J@R] È difficile, oggi, produrre un disco di Jazz?

[GB] Produrlo in maniera seria è sempre più difficile, pochissime sono le realtà discografiche che fanno realmente “produzione” a trecentosessanta gradi, molte si limitano a stampare i dischi contribuendo in minima parte ai costi reali della messa in opera di un progetto musicale. Un artista dovrebbe potersi dedicare esclusivamente al lato creativo della sua opera, e poter contare su figure professionali che si occupino della vera produzione esecutiva in tutte le sue fasi, registrazione, promozione e distribuzione.

[J@R] Cosa ti auguri per il tuo futuro?

[GB] Mi auguro che questo mio ultimo lavoro venga riconosciuto ed apprezzato, così da poter fare altri passi avanti nella realizzazione della mia carriera artistica.

[J@R] E per il futuro della Musica?

[GB] Spero che la Musica venga maggiormente seguita e distribuita, e quindi sostenuta dalle istituzioni, così da poter migliorare il lavoro di tutti gli operatori del settore.

[J@R] Grazie Gabriele, ti salutiamo augurandoti il meglio possibile per la sua carriera!

Quanto a voi, vi diamo appuntamento al prossimo Jazz Talk.

Al via la rassegna Massimo Jazz

Il 20 giugno inizia la rassegna Massimo Jazz, all’Auditorium del Massimo, con il dichiarato scopo di presentare artisti che abbiano inciso un disco di propri brani originali. Sicuramente una boccata d’aria fresca nell’asfittico panorama italiano, che troppo spesso propone i soliti noti e non lascia spazi né ai giovani né a quelli che erano sì, giovani, ma che ormai già da anni  calcano (con successo) la scena musicale.

La rassegna si apre con il quartetto di Andrea Gomellini, che presenta il cd Met@morfosi (Zone di Musica). Gomellini, coadiuvato da Claudio Corvini (tromba), Luca Pirozzi (contrabbasso) e Valerio Vantaggio (batteria), presenta il suo disco come testimonianza di un “momento intimo della sua carriera artistica”. Melodia, dunque, che si inserisce però in strutture moderne e mutanti, come in una continua e perenne metamorfosi.

Venerdì 21 giugno vede l’esibizione del Gabriele Buonasorte Quartet a presentare il disco Forward (NAU Records), con Angelo Olivieri (tromba, flicorno), Mauro Gavini (basso elettrico), Mattia Di Cretico (batteria). Il disco combina atmosfere ritmiche di varia origine con jazz modale, “a tratti audace nelle sue diramazioni free“.

Sabato 22 giugno è la volta di Gloria Trapani e del suo disco Rough Diamond (Terre sommerse), con Luigi Di Chiappari (piano), Alessandro Del Signore (contrabbasso), Mattia Di Cretico (batteria). Ogni brano è una fotografia di un momento vissuto, a raccontare l’emozione di un incontro, di un viaggio, di un ricordo, di un libro, come la title track Rough Diamond, ispirata alla storia di Yvette Szcupak Thomas, pittrice francese vissuta nel ’900. Ricerca melodica ma anche ritmiche aperte e sospese, a volte funky e R&B.

Domenica 23 giugno l’Hic Et Nunc Quartet presenta in anteprima il disco Play Verdi, prodotto con il sistema del crowdfunding. Agli spettatori sarà possibile, versando un contributo, diventare produttori del disco stesso. Nicola Puglielli (chitarra), Andrea Pace  (sax, ewi), Piero Simoncini (contrabbasso), Massimo D’Agostino (batteria) ci guidano in un viaggio jazzistico all’interno della produzione Verdiana, dove le melodie proposte sono proprio quelle originali, “in tutta la loro bellezza”.

La rassegna prevede 8 date, dal 20 al 30 giugno, sempre nei giorni di giovedì, venerdì, sabato e domenica, con inizio alle 21.45. Per i dettagli vi rimandiamo alla pagina ufficiale dell’Auditorium del Massimo

Snap!

È la notte del 12 gennaio 2013, Babbo Natale è ormai tornato a casa sua, il clima è mite. Davanti al 28DiVino Jazz una folla di persone preme per entrare ad ascoltare SNAP Quintet di Andrea Zanchi (piano elettrico), con Sandro Satta (sax alto), Angelo Olivieri (tromba), Stefano Cantarano (contrabbasso), Massimiliano De Lucia (batteria). C’è gente venuta da fuori Roma, gente che Roma l’ha solo attraversata (ed è già questo un viaggio). Tutti qui per uno snap, uno schiocco di dita, come se lo schiocco li avesse richiamati irresistibilmente.

Il 28DiVino Jazz, in via Mirandola 21 a Roma, si sta ormai accreditando come uno dei migliori jazz club italiani. Il lavoro di Marc Reynaud, il direttore artistico, è improntato alla ricerca delle novità, di giovani talenti e di progetti originali. Senza per questo ignorare i “diversamente giovani” come Sandro Satta, o Angelo Olivieri, che stasera daranno la prova che lo spazio per musicisti come loro, sulla scena jazzistica, è sempre troppo poco.

La grotta è piena, la ragazza che porta i drink è costretta a nuotare tra la gente, fluttuando al di sopra del pavimento senza quasi toccarlo. Gli SNAP attaccano, il ritmo fluisce. Cominciamo a battere il piede, a muovere la testa, a schioccare anche noi le dita. Ognuno a suo modo, cerchiamo di rimanere agganciati al time. Dopo aver eseguito un frammento di Snap, il brano che dà il nome alla formazione (o viceversa?) e che verrà eseguito per intero alla fine della serata, si passa a Someone by Chance, ballad lirica e struggente, nella quale il tema, esposto prima dalla tromba di Olivieri, viene successivamente ripetuto a distanza di tritono dal sax di Satta, creando un notevole effetto drammatico.

Il brano successivo, Storyville, è la cifra del progetto. Il contrabbasso prende un riff ritmico; la struttura armonica ricalca quella di Cantalope Island di Herbie Hancock. Satta ha modo di giocare con le frasi durante il suo solo, ripetendole a distanza di semitono. Zanchi, invece, contrappunta il tema finale con il suo piano elettrico, aggiungendo scintille ad un incendio che già divampa.

Ma ci sono varie sorprese in serbo per noi fortunati che siamo riusciti a guadagnarci un posto in grotta. Si prosegue con Norvegian Wood, di Lennon/McCartney, ballad in 3/4. E 3/4 è forse l’unico tempo dispari del repertorio di questa serata: si è scelto di colpire al cuore, non alla testa. Tempi semplici, groove, improvvisazioni a manetta. Si passa poi a Peri’s Scope, di Bill Evans, e qui Satta sfodera una grinta degna dei più grandi, ai quali lui appartiene di sicuro. Assolo vertiginoso, scoppiettante, condito con sapienza di effetti in&out, fraseggio pentatonale, sovracuti e chi più ne ha non ne ha abbastanza quanto lui. Il suo raddoppio è così entusiasmante che a tratti mi è sembrato un raddoppio del raddoppio, semibiscrome in luogo di semicrome! Anche Olivieri colpisce al cuore, ma usa l’arma della seduzione musicale, fatta di riff ben incastrati tra le pieghe del contrabbasso di Stefano Cantarano e della batteria di Massimiliano De Lucia.

E ancora, un’ultima sorpresa. Sempre nuotando sulle teste del numeroso pubblico, ecco comparire Mauro Verrone con il suo sax alto, in tempo per chiudere il concerto degli SNAP insieme a loro. Un concerto trascinante, vibrante, con solisti di prim’ordine e con brani accattivanti per lo più composti dal leader Andrea Zanchi.

Un ultimo schiocco di dita e le luci si spengono. Il pubblico defluisce, felice. Mi attardo a chiacchierare un po’ con i musicisti e poi, quando sto per guadagnare l’uscita, mi sorprendo con la mano ben nascosta nella tasca del giubbotto a… schioccare le dita. Snap!

SNAP Quintet
SNAP Quintet
Satta/Verrone/Olivieri
Satta/Verrone/Olivieri

Jouer le Jazz

“Se i francesi dicono jouer e gli inglesi dicono to play, vuol dire che suonare è anche un gioco”, questo mi ha detto Mauro Verrone alla fine del concerto che ha tenuto ieri sera al 28DiVino Jazz in occasione del suo compleanno.  E ad ascoltare il quartetto di Mauro, in effetti, si percepisce lo spirito giocoso e allegro del suo approccio.

Psychotone Birthday il titolo dell’evento. I nomi: Mauro Verrone (sax alto), Luigi Bonafede (piano), Daniele Basirico (basso elettrico), Massimiliano De Lucia (batteria). L’occasione: il cinquantunesimo compleanno di Mauro Verrone. La platea è piena di musicisti, venuti a salutarlo e a godersi due ore di bebop allo stato puro.

Fin dall’inizio, le note del sax inondano la sala: copiose e scoppiettanti, plasmate non solo dal soffio ma da tutta la fisicità di Mauro Verrone. Scale bebop, pentatoniche, sequenze, cromatismi, scherzi (come la sostituzione di una nota alta con quella all’ottava più bassa), tutto questo mi mette allegria e mi riconcilia con la vita. In ogni assolo troviamo citazioni e frammenti tratti dalla tradizione e non solo: da Sault Peanuts a Confirmation, senza tralasciare la musica classica. In ogni tema c’è sempre un tocco di personalità, e mi viene in mente il bridge di Oleo eseguito solo dalla batteria. Non è da meno il bravo Luigi Bonafede, già pianista di Massimo Urbani, venuto da Alessandria per l’occasione. Anche lui è bebop, e la sua smania allegra è incontenibile perfino in una ballad come Soul Eyes, di Mal Waldron, nella quale l’assolo inizia e prosegue con frasi pregne di stilemi tipici del blues. Il tutto condito da Daniele Basirico al basso elettrico 6 corde, che apporta un ingrediente meno usato (ma non meno degno di interesse) in questo specifico ambito, e dal vervoso Massimiliano De Lucia alla batteria, da tempo al fianco di Verrone e quindi collaudatissimo.

La festa prosegue, con gli ospiti Paolo Tombolesi al piano, Mimma Pisto alla voce, Angelo Olivieri alla tromba. Ancora una volta, via Mirandola diventa una macchina del tempo che ci riporta all’epoca d’oro. E non manca la nostalgia per un grande sassofonista italiano, Massimo Urbani, che di molti dei musicisti presenti è stato amico e sodale, nostalgia palpabile nella scelta di brani da lui amati e suonati, come Speak Low, brano che chiude la serata.

Che bello il Jazz, che bello il gioco. E che bello quando le due cose coesistono.

Mauro Verrone @ 28DiVino Jazz
Mauro Verrone @ 28DiVino Jazz
Luigi Bonafede @ 28DiVino Jazz
Luigi Bonafede @ 28DiVino Jazz