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Serata in memoria di Giuliano Valori

Con un curioso intreccio di destini domenica sera, il 4 gennaio, proprio mentre moriva Pino Daniele, mi è arrivata la notizia della uscita del video della serata dedicata a Giuliano Valori, giovane pianista romano prematuramente scomparso questa estate. Il video è stato realizzato da Artigiani Digitali. Ricordo molto bene la serata (era il 22 novembre 2014), dal momento che io stesso ho avuto il piacere di essere tra i cinquantacinque musicisti che l’hanno animata.

Ricordo il senso di perdita che accomunava tutti gli amici di Giuliano, ma nel contempo la gioia e la voglia di vivere che, forse per osmosi dallo stesso Giuliano, tutti i suoi amici sembravano aver mutuato. Ricordo il volto sorridente di Ludovica Valori, sua sorella, che con grande forza e capacità ha organizzato tutto, fin nei minimi dettagli, con l’appoggio di Paolo Camerini, Simone Fiaccavento, del fratello Francesco Valori e di tutta la sua famiglia.

Mi ha colpito, da musicista, la quantità e diversità di progetti musicali ai quali Giuliano aveva preso parte, progetti che spaziano dal jazz al rock alla musica leggera. Mi ha colpito quanti musicisti abbiano aderito, tra i quali cito Federica Baioni ed Antonio Pignatiello. Ed il grande amore che, durante tutta serata, ha fatto da fil rouge per tutti quelli, musicisti e non, che hanno voluto esserci in qualche modo.

Non ho avuto il piacere di conoscere Giuliano Valori, ma proprio per questo credo di aver avuto un grande privilegio: mentre per tutti i suoi cari ed amici il 22 novembre si celebrava qualcuno che se ne era andato, per me, Giuliano ha iniziato a vivere da quella sera stessa, grazie ai loro racconti.

Ed eccolo qui sotto, il video, intitolato A Day In The Life, come la canzone dei Beatles tanto amata da Giuliano Valori. Vi invito a vederlo tutto, con la dovuta tranquillità. Credo che chiunque abbia perso prematuramente una persona cara potrà riconoscersi e trovare conforto in esso.

Jazzapoppin

Prendo tempo, dentro di me, appena riconosco le note di There Must Be An Angel, il famoso successo pop degli anni Ottanta. Siamo al 28DiVino, e mi trovo di fronte ad un quartetto capitanato da due musicisti di prim’ordine, Mario Corvini (trombone) e Stefano Micarelli (chitarra). Per natura sono sempre sospettoso quando ascolto brani pop arrangiati ed eseguiti in forma jazz, ma stavolta non resisto a lungo: dopo una esposizione del tema lirica e suadente il brano degli Eurythmics prende il volo con un fresco solo di Micarelli, che volteggia libero sopra il solido supporto di Mauro Nota (contrabbasso) e Fabio Sasso (batteria); poi il solo di Corvini, e tutte le mie riserve si sciolgono: il progetto Brit In Jazz mi sta “prendendo”.

I brani che si susseguono poi, tutti parte di un disco in uscita che sarà presentato ufficialmente alla Casa del Jazz il 13 maggio prossimo, sono una carrellata di successi in un arco temporale che va dagli anni Sessanta ad oggi. E se alle mie orecchie sfugge che il brano successivo è Speed Of Sound dei Coldplay, è solo perché la mia età mi lega di più a brani del millennio scorso. In questo pezzo la chitarra di Micarelli ha modo di spaziare oltre i confini della tonalità, creando terreno fertile per un suggestivo assolo di contrabbasso giocato su frasi ripetutamente trasposte.

Si punta sulla contaminazione, sulla sorpresa, sul gusto. E si ha modo di scoprire la forza dell’arrangiamento, che può cambiare radicalmente la veste di un brano. Come in Save A Prayer, portato al successo dai Duran Duran nel 1982, che una introduzione di chitarra riverberata rende irriconoscibile sulle prime, ma che di nuovo un suadente tema esposto dal trombone rende invece poi palese e, di fatto, nuovo, come se fosse appena stato scritto. Anche l’uso dei mallet da parte del batterista contribuisce a dare al brano un tono orchestrale, da musica sinfonica, mentre Micarelli si inerpica su ostinati ritmici cangianti, prima modellandosi su di essi e poi allontandosene, fino al tema finale, sostenuto ancora dalla chitarra, e fino alla magistrale chiusura di Corvini che con una nota tenuta inchioda tutta la platea fino all’ultimo alito di musica del pezzo.

Anche Money For Nothing (Dire Straits, 1985) sarebbe irriconoscibile se non fosse stato già annunciato, per via di una introduzione di solo trombone eseguita con il plunger da Corvini, ad evocare fraseggi tipici delle big band vecchio stile, anche e soprattutto con utilizzo di growl ed altri effetti marcatamente jungle, il tutto riproposto in modo da dare l’impressione di un campionatore, con tutti questi suoni memorizzati, del quale vengano premuti tasti sapientemente a caso.

Altri brani scorrono fluidi e rinnovati sulle nostre orecchie: Can’t Buy Me Love (Beatles, 1964), Synchronicity II (Police, 1983), Shine On You Crazy Diamond (Pink Floyd, 1975), Vertigo (U2, 2004). Impressionante il suono di Mario Corvini che, nei momenti più intensi, riesce a creare l’effetto di una intera sezione di ottoni, come nella versione funk di Shine On You Crazy Diamond o in Come Together (Beatles, 1969), eseguita come bis.

In sintesi, direi che sono due i protagonisti di questa serata: l’arrangiamento, che se eseguito da mani sapienti può fare per un brano una grande differenza, e la bravura di questi musicisti, che hanno dimostrato classe, sensibilità e grandi doti di interpreti.

Brit In Jazz 4et

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Percussion mallets (in inglese)

Plunger (in inglese)

Campionatore