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Giancarlo Schiaffini Phantabrass a Radiotre

Martedi scorso ho assistito al concerto di Giancarlo Schiaffini, trasmesso in diretta su Radiotre dalla Sala A di Via Asiago. Con l’ensemble Phantabrass da lui diretto, Schiaffini ha dato vita ad una performance dal titolo A cento metri comincia il bosco: guerra memoria natura, un lavoro dedicato alla memoria della Grande Guerra.

Dopo una breve intervista da parte di Pino Saulo, curatore della serata, si parte con il concerto. Dodici musicisti suonano accompagnati dalla proiezione di immagini della prima guerra mondiale. Musica contemporanea, eseguita con strumenti classici, talvolta affiancati da registrazioni di musica elettronica. La partitura è prevalentemente scritta, ma Schiaffini si avvale anche della tecnica della “conduction”, a sottolineare con maggior enfasi alcune immagini che scorrono sullo schermo.

Potente ed evocativa la voce di Silvia Schiavoni, che recita, canta, passando con naturalezza dalla canzone ad atmosfere che si potrebbero definire scelsiane, vista anche la sua esperienza con le partiture di Giacinto Scelsi. Schiaffini dirige, ma riserva per sé alcuni interessanti interventi con il suo trombone.

Memoria storica, condita di immagini, versi e musica: un modo per lasciare un segno indelebile negli spettatori, che sono rimasti incollati alle sedie, affascinati. Purtroppo alla radio non è possibile vedere le immagini ma, andando sul sito RAI, a giorni sarà disponibile il video della puntata.

Phantabrass

Giancarlo Schiaffini (direzione, trombone, elettronica, voce registrata), Silvia Schiavoni (voce), Luca Calabrese (tromba), Flavio Davanzo (tromba), Claudio Corvini (tromba), Martin Mayes (corno), Lauro Rossi (trombone), Sebi Tramontana (trombone), Gianpiero Malfatto (euphonium), Beppe Caruso (basso tuba), Giovanni Maier (contrabbasso), Luca Colussi (percussione)

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Le metamorfosi di Andrea

Parte dalla mitologia e sconfina nella filosofia il discorso musicale di Andrea Gomellini. Il tema del mutamento continuo, così come rappresentato nella tradizione letteraria e mitologica dagli esseri mutaforma, viene stavolta preso a spunto per farne una metafora della vita, delle emozioni, dei sentimenti. E tale concetto è ben rappresentato nella musica, ancor più che nel titolo del disco e nei titoli delle varie tracce.

Siamo alla serata inaugurale della rassegna Massimo Jazz, all’Auditorium del Massimo, curata da Marc Reynaud, direttore artistico dell’Associazione Culturale 28DiVino Jazz. Andrea Gomellini, chitarrista e compositore, presenta il suo cd Met@morfosi, edito da Zone di Musica. Andrea è accompagnato da Claudio Corvini alla tromba, Luca Pirozzi al contrabbasso e Valerio Vantaggio alla batteria.

Andrea Gomellini è un chitarrista sensibile, che spiega nei dettagli l’ispirazione di ogni brano mettendosi quindi a nudo, come ha modo di confessare durante la serata. Ma è sicuramente un nudo artistico, che non disturba, anzi. Le sue riflessioni più profonde prendono subito forma nel primo brano, Metamorfosi, che alterna due momenti diversi, rispettivamente nella parte A, dove il tema si sposta liquidamente sfruttando sapienti cambi di tonalità, e nella parte B del brano, che diventa a tratti swing e a tratti di ispirazione hardbop. Morbidamente doppiata la chitarra dalla tromba (o forse potremmo dire che è la chitarra a doppiare la tromba?), il brano muta il tempo ed il senso, traportandoci in un continuum spazio-temporale. Già sento che sto cambiando forma: le mie braccia sono delle pinne. Poi, Le luci di Anher, ballad raffinata e cantabile, un ulteriore cambio di registro. Il tema viene snocciolato in incastri melodico-ritmici, mentre gli assoli vengono giocati sui sedicesimi di un ritmo latin. Anche i musicisti stanno cambiando: Corvini sembra un gabbiano, che sorvola il mare in cerca della preda, e controlla l’acqua con sguardo acuto ed esperto.

E se con Il cerchio di Alice, che se non fosse un 3/4 potrebbe sembrare un brano di Satie, si muta ancora, stavolta verso la forma canonica del jazz waltz, già verso la fine del brano l’ambiente si surriscalda, con Vantaggio a scomporre i quarti di una improvvisazione collettiva, dove tromba e chitarra si rincorrono, salvo essere qua e là calamitate dalle frequenze di Pirozzi, che anche lui non sfugge alla metamorfosi, e si trasforma pian piano in marinaio, al timone di questa nave che muta in barca e poi in peschereccio. Inaspettato blu arriva. Inaspettato davvero? Forse sì, ma nemmeno tanto. Perché quello che di sicuro non manca, alla vena compositiva di Gomellini, è l’istinto del lupo di mare. Sa molto bene, Gomellini, quando osare e portare l’ascoltatore in mare aperto, tra le onde impetuose dei vortici armonico-ritmici, e quando riportarlo in porto, tra le rassicuranti note di una rumba.

C’è poi Enteos, funky con una radice swing, che rappresenta l’entusiasmo, ma anche il dio che è in ognuno di noi (dal greco en theos, come ha modo di spiegare Gomellini). Ma la metamorfosi non si ferma mai, e neanche nell’apparentemente rassicurante bridge di questo brano si può stare tranquilli, e infatti Gomellini ci piazza una battuta dispari. A questo punto siamo fregati,  siamo cambiati tutti: noi ascoltatori, i musicisti, ed anche l’Auditorium del Massimo è diventato una limousine ad otto ruote, che si aggira nella notte di Roma. Scorrono altri brani, ma noi siamo usciti da noi stessi e rientrati mille volte. Le barriere sono saltate. Adesso, sappiamo che tutto è possibile.

Met@morfosi, Zone di Musica, 2013 – Metamorfosi/Le luci di Anher/Il cerchio di Alice/Inaspettato blu/Enteos/Kaka’s danza/Mrs K.B./Nanà/Le 8 ruote – Andrea Gomellini (chitarra), Claudio Corvini (tromba), Luca Pirozzi (contrabbasso), Andrea Nunzi (batteria)

Al via la rassegna Massimo Jazz

Il 20 giugno inizia la rassegna Massimo Jazz, all’Auditorium del Massimo, con il dichiarato scopo di presentare artisti che abbiano inciso un disco di propri brani originali. Sicuramente una boccata d’aria fresca nell’asfittico panorama italiano, che troppo spesso propone i soliti noti e non lascia spazi né ai giovani né a quelli che erano sì, giovani, ma che ormai già da anni  calcano (con successo) la scena musicale.

La rassegna si apre con il quartetto di Andrea Gomellini, che presenta il cd Met@morfosi (Zone di Musica). Gomellini, coadiuvato da Claudio Corvini (tromba), Luca Pirozzi (contrabbasso) e Valerio Vantaggio (batteria), presenta il suo disco come testimonianza di un “momento intimo della sua carriera artistica”. Melodia, dunque, che si inserisce però in strutture moderne e mutanti, come in una continua e perenne metamorfosi.

Venerdì 21 giugno vede l’esibizione del Gabriele Buonasorte Quartet a presentare il disco Forward (NAU Records), con Angelo Olivieri (tromba, flicorno), Mauro Gavini (basso elettrico), Mattia Di Cretico (batteria). Il disco combina atmosfere ritmiche di varia origine con jazz modale, “a tratti audace nelle sue diramazioni free“.

Sabato 22 giugno è la volta di Gloria Trapani e del suo disco Rough Diamond (Terre sommerse), con Luigi Di Chiappari (piano), Alessandro Del Signore (contrabbasso), Mattia Di Cretico (batteria). Ogni brano è una fotografia di un momento vissuto, a raccontare l’emozione di un incontro, di un viaggio, di un ricordo, di un libro, come la title track Rough Diamond, ispirata alla storia di Yvette Szcupak Thomas, pittrice francese vissuta nel ’900. Ricerca melodica ma anche ritmiche aperte e sospese, a volte funky e R&B.

Domenica 23 giugno l’Hic Et Nunc Quartet presenta in anteprima il disco Play Verdi, prodotto con il sistema del crowdfunding. Agli spettatori sarà possibile, versando un contributo, diventare produttori del disco stesso. Nicola Puglielli (chitarra), Andrea Pace  (sax, ewi), Piero Simoncini (contrabbasso), Massimo D’Agostino (batteria) ci guidano in un viaggio jazzistico all’interno della produzione Verdiana, dove le melodie proposte sono proprio quelle originali, “in tutta la loro bellezza”.

La rassegna prevede 8 date, dal 20 al 30 giugno, sempre nei giorni di giovedì, venerdì, sabato e domenica, con inizio alle 21.45. Per i dettagli vi rimandiamo alla pagina ufficiale dell’Auditorium del Massimo

Animali urbani

Giampiero Rubei è il padrone di casa della serata di ieri, alla Casa del Jazz. È lui che presenta l’evento, lui che si fa portatore dell’emozione nel ricordo di Massimo Urbani, da tutti riconosciuto come un grande sassofonista italiano e internazionale. “Era da tempo che dovevamo fare questa serata”, dice Rubei. Ma non è solo al sassofonista, di cui il prossimo anno ricorrerà il ventennale della morte, che Rubei si riferisce: si riferisce anche all’uomo, all’amico, al fratello.

Maurizio Urbani, fratello di Massimo, presenta il quintetto Animali urbani, con il quale ha in progetto di realizzare il disco Song For Max, che sarà edito da Videoradio/Raitrade. Il quintetto comprende, oltre a Maurizio Urbani (sax tenore): Federico Laterza (piano e tastiere), arrangiatore di tutti i brani e autore di alcuni, Claudio Corvini (tromba), Daniele Basirico (basso elettrico), Alessandro Marzi (batteria).

Prima del concerto c’è la proiezione del documentario Massimo Urbani nella fabbrica abbandonata di Paolo Colangeli, una bella intervista uscita postuma nel 1995. In questo filmato viene fuori l’umanità di Massimo, la sua intelligenza ma anche la sua emarginazione. Su tutto scorrono le note del suo sax, quando sentimentali e quando selvagge, dalle quali traspare quello che era il suo mondo musicale ed i suoi riferimenti, musicali e non. Da Sonny Stitt a Jimi Hendrix, da John Coltrane a Giacomo Puccini, Massimo racconta come sia stato influenzato dai suoi ascolti e come al tempo stesso li abbia rielaborati per poi diventare Massimo Urbani. È  commovente e anche interessante sentirlo parlare dei suoi problemi con la droga. Il filmato è ulteriormente condito da immagini notturne di Roma le quali, unite al suono struggente del sassofono, creano un suggestivo effetto filmico.

Nel frattempo i musicisti hanno preso posto sul palco. E si parte con Animali urbani, la traccia da cui il quintetto prende nome. Il ritmo è funky/fusion, e Laterza accompagna con il piano doppiato da un synth pad  controllato da una tastiera midi. L’atmosfera è decisamente anni 80. Il primo solo lo prende Urbani, che approccia alla David Sanborn, ma con il tenore; e d’altra parte la sequenza modale di accordi è un invito a nozze per questo tipo di sound, nel quale Urbani riesce benissimo. Poi è la volta di Corvini, che apre da par suo la partita introducendo un ulteriore livello di complessità, sempre in bilico perfetto tra in & out, dentro e fuori dalla tonalità.

Anche nel secondo brano, Joy Spring di Clifford Brown, benché sia un brano classico, l’approccio è “fusion“, con un ostinato iniziale del piano che fa da lancio al tema. Il primo assolo è di Urbani, il secondo di Corvini, il terzo di Laterza. Stavolta si aggiunge un quarto solista, il bravo Daniele Basirico, che alla fine del suo intervento riprende l’ostinato inizialmente eseguito dal piano per rilanciare il tema finale. Ma quando il brano sembra ormai concluso, ecco che Laterza riapre il match, dando il via ad una improvvisazione collettiva finale. Il terzo brano conferma l’ambientazione: Laterza doppia di nuovo gli accordi di piano con il synth pad, e Corvini aggiunge la sordina creando una sonorità alla Miles. Il tutto con grande equilibrio e gusto.

La serata prosegue limpida e solare: si succedono la ballad Soul Eyes di Mal Waldron, molto amata da Massimo Urbani, introdotta al piano con il tema di Don’t Forget The Poet di Enrico Pieranunzi, e poi Resolution di John Coltrane (aggressivo al punto giusto il solo di basso elettrico accompagnato dal sintetizzatore), Estate (Bruno Martino), Distratto Man di Federico Laterza (misurato ed elegante il solo di batteria di Marzi prima della ripresa del tema), This I Dig Of You (Hank Mobley).

Un ultimo blues, e la serata sfuma nella pioggia che ci coglie all’uscita. Una vena malinconica che non guasta, se pensiamo ad un grande musicista che non c’è più ma che continua a vivere nei cuori e nei player degli appassionati.

Animali Urbani 5et @ Casa del Jazz
Animali Urbani 5et @ Casa del Jazz

Riferimenti web:

Massimo Urbani nella fabbrica abbandonata

MIDI (Musical Instrument Digital Interface)

Sogni

Il primo sogno lo faccio entrando al 28DiVino: locale pieno, persone sedute ovunque, molti ragazzi. Un colpo all’occhio (e al cuore) per chi, come me, ritiene che i giovani si avvicinerebbero molto di più al Jazz e alla Musica se non fossero distratti e indottrinati dall’industria discografica (o quello che ne rimane) e dalla televisione. Ma stasera tutto può cambiare. Sì, sembra di essere tornati al tempo in cui un disco era una cosa importante, perché alla presentazione di Träume, del trio Corvini-Ferrazza-Vantaggio, ci sono tutti: ci sono molti musicisti, che scorgo qua e là tra il pubblico; c’è Daniele Vantaggio, musicista elettronico fratello del batterista, che ha registrato e prodotto il disco; c’è Aki Bergen, che lo ha mixato e coprodotto; c’è lo staff di Zone di Musica; c’è un mare di persone le più diverse. Una folla da grandi eventi.

Il trio è di quelli pianoless ed è composto dal senior Claudio Corvini alla tromba e al flicorno e dai giovani Jacopo Ferrazza al contrabbasso e basso elettrico e Valerio Vantaggio alla batteria. Corvini, trombettista di fama, che “impara dai ragazzi”, come ha avuto modo di raccontarmi durante la pausa tra il primo ed il secondo set. Ferrazza, che suona il contrabbasso ma è anche pianista, leader del trio e compositore di tutti i brani del disco.  Vantaggio, batterista raffinato con influenze drum ‘n’ bass.

La scaletta del concerto segue pedissequamente la tracklist del disco. Una scelta teutonica, come la lingua usata per il titolo del disco, Träume (Sogni). Scelta probabilmente dettata da una esigenza di chiarezza formale, che si esplica non solo nel linguaggio musicale ma anche nella forma.

Il sogno è la chiave di questo progetto: sogno come veicolo emozionale e fonte di ispirazione compositiva, usato in chiave artistica e non freudiana, come avverte Ferrazza. Un sogno che frammenta la musica in mille rivoli e influenze, da Herbie Hancock a John Cage passando per Giacinto Scelsi e la musica microtonale, dallo swing al drum ‘n’ bass. L’approccio è di tipo orchestrale, con parti scritte e spazi improvvisativi ben definiti e strutturati, ma anche con ballad suggestive e melodiche, e qui penso in particolare a Sliding Like A Meteor.

Atmosfere diverse, dunque: Träume, la traccia che dà il titolo al disco, che viene attaccata da Corvini, appoggiato solo a tratti da Ferrazza mentre la batteria ha un tacet; La mantide, che inizia con un bello swing poi raddoppiato nei soli, per sfociare nel finale in un rock leggero sottolineato dal contrabbasso suonato con l’archetto, mentre la tromba disegna con la sordina sonorità che si fondono col resto, facendo apparire l’ensemble quasi come fosse un unico strumento; Teal Dreamer, che utilizza la voce campionata di Ferrazza per costruire effetti elettronici senza però mai  stravolgere lo spirito acustico del brano.

Un bel concerto, denso ed elettrizzante, sorretto da brani interessanti ma anche dalla indiscussa bravura dei tre i quali, alla fine di Deep Side Of Insanity, nel secondo set,  si sentono gridare dal pubblico “Mostri!”, a sottolineare la percepita manifesta capacità di tradurre la musica scritta in qualcosa di vivo e coinvolgente.

Un progetto coraggioso, una musica complessa che necessita di un ascolto attento, ma che all’ascoltatore volenteroso offrirà continue sorprese e cambi repentini, non mancando di rassicurare il suo orecchio riportandolo, di tanto in tanto, in territori conosciuti. Perché il sogno non sostituisca la realtà e la realtà non impedisca il sogno.

Träume, Corvini-Ferrazza-Vantaggio
Träume, Corvini-Ferrazza-Vantaggio