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Figliola’s Jazz Show

Devo dirlo subito: ieri ho assistito ad uno di quei concerti che io definisco top, e voglio dimostrarlo. Sul palchetto del 28DiVino Jazz sono saliti i Fighting 4 Jazz, nuovissima formazione capitanata da Gianluca Figliola alla chitarra, con Leonardo Corradi (Hammond), Daniele Tittarelli (sax alto), Paolo Mignosi (batteria), e ci hanno regalato un’ora e mezza di feeling, divertimento e swing allo stato puro. Quattro brani a firma di Figliola ed altri estratti dal repertorio di Monk, Shorter, Gordon, Coltrane.

Figliola è uno di quei tipi umani che ispirano da subito simpatia: presenta spesso i suoi musicisti, annuncia il titolo di ogni brano che sta per eseguire, ringrazia più volte il pubblico venuto ad ascoltare. Quasi imbarazzato dal dover parlare di sé e della sua musica, si rivela poi dirompente nel fraseggio e nella pronuncia jazzistica. Ha un grande senso ritmico, che declina senza didascalismi e con una libertà espressiva che solo un jazzista maturo si può permettere, prendendosi anche quattro misure di pausa durante un solo. Si muove con agilità tra frammenti bebop blues con squarci improvvisi sul mondo pentatonale, creando nell’ascoltatore grande interesse e coinvolgimento. Lo swing per lui sembra non avere segreti, e questo scalda tantissimo la serata.

È coadiuvato da musicisti di grande capacità, Gianluca Figliola: Leonardo Corradi, hammondista spezzino ventunenne, si rivela ben dotato dal punto di vista del fraseggio, mentre la sua mano sinistra si muove instancabilmente sui quarti dando impulso a tutto il suono emesso dai suoi sodali. Anche Daniele Tittarelli fa la sua parte, spesso portando il mood sulle strade del cool. Perfetto, infine, Paolo Mignosi, che riesce sempre ad essere giusto, impacchettando a dovere il time e portandolo verso la meta.

La meta è una platea allegra e rigenerata, che esce sorridente ed emozionata dal Club, consapevole di aver assistito ad uno di quei concerti che si possono dire top. Visto? Cosa vi avevo detto?

Un americano a Roma, un romano a Boston

Arrivo a concerto iniziato, ieri sera al 28DiVino. Stasera c’è Henry Cook, sassofonista e flautista italo-americano accompagnato da Marco Mascaro alla chitarra, Riccardo Gola al contrabbasso, Luigi Latini alla batteria. E c’è un pezzo d’America, stasera, davanti a me. Un musicista nato in Italia da genitori americani, che ha vissuto e suonato il Jazz tra Roma e Boston, e che alla fine ha scelto Roma.

Vengo subito accolto da una bella versione di Peacocks, la ballad di Jimmy Rowles, eseguita da Cook al flauto soprano. Il suo stile è asciutto e diretto, americano, e la cosa mi piace: niente sentimentalismi, stasera. L’accompagnamento è denso con zone grumose, un flusso continuo di correnti e gorghi localizzati, come si conviene ad un Jazz per palati fini. Gola accompagna in uno, mentre Mascaro libera gli accordi facendo salire il volume con un transiente di attacco lungo. Latini è schietto, duro, ma di una durezza che accarezza l’orecchio. Mentre il brano prosegue mi scordo di essere a Via Mirandola, a Roma, e immagino di trovarmi da qualche parte sulla West 52nd Street di New York.

Henry prosegue poi con Dig, il contrafact di Miles Davis basato sullo standard Sweet Georgia Brown. Stavolta suona il flauto contralto, dando prova di grande agilità e fraseggiando con gusto classico e piacevole. Anche Mascaro fa la sua parte, con un bell’assolo a mestiere. Latini dà il meglio negli scambi di 4, quando si lancia in varie scomposizioni del tempo anticipando, ritardando, creando tensioni ritmiche e sciogliendole un attimo dopo.La serata si chiude con Naima, eseguita al sax contralto.

E così ho potuto vedere Henry in azione con ognuno dei suoi tre strumenti, stasera. Una bella sera che ricorderò con piacere.

Henry Cook 4et
Henry Cook 4et