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Pinky Higt Jazz 2017

THE FUTURE IS FEMALE

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l via la 5° edizione della “PINKY HIGH JAZZ”, rassegna dedicata alle “Donne leader” nel jazz, e non solo.
La rassegna è nata nel Marzo 2013 voluta da Natachà Daunizeau, con l’obbiettivo di diffondere le realtà jazzistiche “femminili”.

Non solo l’ 8 marzo per la “festa della donna”….che per l’occasione, il palco del Jazz Club sarà dato al “Lucia Ianniello Quartet”, ma durante tutto il mese di marzo, dedicato a musiciste e artiste.

Si parte Venerdi 3 Marzo con il “Ludovica Manzo Chamber of Dreams” si chiude il 31 marzo con la clarinettista Zoé Pia e il suo progetto “Shardana” (Young Talent Musica Jazz di quest’anno)

Il programma dei concerti è consultabile sul sito del jazz club: www.28divino.com

Venerdi 3 Marzo
ore 22.30
LUDOVICA MANZO
“Chamber of Dreams – DULCINEA”
Ludovica Manzo : voce, fx
Jack D’Amico : rhodes
Dario Miranda : contrabbasso
Marco Colonna : clarinetto basso, flauto alto
Sabato 4 Marzo
ore 22.30
LAURA KLAIN Trio Meets MAURIZIO URBANI
Laura Klain, batteria
Andrea Candela, piano
Enrico Mianulli, contrabbasso
Maurizio Urbani, sax tenore
Laura Klain al TG3 – 8 aprile 2016 : https://www.youtube.com/watch?v=GLsNQudthgg
28Divino Jazz – Via Mirandola, 21 – 00182 Roma – Tel 340 8249 718 – www.28divino.com
Ingresso Live: 12 euro con prima consumazione inclusa.
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Pit Stop a Roma Mercoledì 26/10 con GUARINO CALABRESE GERARDI Trio

Mercoledi 26 ottobre

ore 21.30
GUARINO CALABRESE GERARDI Trio

Roberto Guarino (chitarra)
Sasà Calabrese (basso)
Saverio Gerardi (batteria)

Un “Pit Stop” a Roma . Un trio d’eccezione.

Brani che appartengono alla tradizione jazz ma non solo. La formula è quella del trio, formazione questa gradita a tutti e tre i musicisti, che lasciano l’interplay come fulcro centrale del concerto. Improvvisazione e cura del suono completano un disegno semplice della musica che portano sul palco con grande voglia di condivisione.

Roberto Guarino (chitarra)

Produttore, chitarrista, arrangiatore, compositore tra i più richiesti in Italia.
In ambito pop ha collaborato con: 
Lucio Dalla, Stadio , Luca Carboni , Fabio
Concato , Biagio Antonacci , Mogol, Sergio
 Cammariere , Mariella Nava , Mango , Pacifico , Samuele Bersani , Renato Zero , Michele Zarrillo, Gatto Panceri, Cinzia Tedesco.
In ambito jazz ha suonato con: Alfredo Golino, Paolo Costa, Stefano Di Battista, Cesare Chiodo, Danilo Rea, Lele Melotti, Pietro Iodice, Luca Pirozzi, Stefano Sabatini, Pasquale Innarella, Javier Girotto, Mario Rosini, Daniele Scannapieco, Luca Aquino, Mark Sherman, Massimo Moriconi.

Sasà Calabrese (basso)

Essenzialmente autodidatta, ha però progressivamente integrato la crescita teorica e strumentale venendo a contatto con molteplici figure di rilievo, partecipando a vari stage, seminari e master class.
Ha suonato e collaborato con Pietro Condorelli, Marco Tamburini, Giuseppe Bassi, Antonio Onorato, Joe Amoruso, GIgi Cifarelli, Cristal White, Max Ionata, Achille Succi, Mario Raja, Dan Kinzelman, Robertinho De Paula, Sandro Satta, Eric Daniel, Felice Clemente, Mike Applebaum , Luca Aquino, Joe Barbieri, Gegè Telesforo, Beverly Lewis, Lutte Berg, Nel 2007 incide il con gli SMAF QUARTET “Poesie di carta” per la Picanto Records distribuito EGEA . Per la stessa etichetta incide con il progetto Màs en Tango e Balkanica. Collaborazioni nel Pop con Federico Zampaglione [Tiromancino], Linda Valori, Jenny B, Simona Bencini, Mario Venuti, Rossana Casale, Pierdavide Carone, Enrico Ruggeri, Fausto Mesolella, Amedeo Minghi ed altri. Suona stabilmente nella formazione della famosa cantautrice Mariella Nava. Fa parte come contrabbassista/attore dell’ultimo spettacolo“Nuda e Cruda” di e con Anna Mazzamauro, suonando ed arrangiando insieme con i Màs en Tango le musiche composte da Amedeo Minghi. Vincitore del PREMIO MARCO TAMBURINI 2016.

Saverio Gerardi (batteria)

Batterista con esperienze pop, rock, funk e jazz. Ha studiato con ETTORE MANCINI, FABRIZIO SFERRA, MAURIZIO DE LAZZARETTI e ALFREDO GOLINO.
Ha suonato con GIGI PROIETTI, RENZO ARBORE, NICOLA PIOVANI, ANTONIO ONORATO, LUCA MADONIA, FRANCO BATTIATO, CARMEN CONSOLI, GIANLUCA GUIDI, ORO, NEW TROLLS, JOE AMORUSO, DAVID GLASSER, GEGÈ TELESFORO, CINZIA TEDESCO, PATRICK SAMSON, ROCKY ROBERTS, PAGO, MASSIMO VARINI, SAVINO ZABA, AMALIA GRÈ, STEFANIA ORLANDO, ERICA MOU.
Nel 2012 partecipa alla registrazione dell’ultimo album di FREAK ANTONI, con J-AX, LUCA CARBONI e LAURA BONO.
All’attività di musicista affianca quella di autore e talent-scouting presso major ed etichette indipendenti. Ha collaborato con PIPPO CARUSO, MAURIZIO BASSI, DANILO MINOTTI, GIANCARLO BIGAZZI e MOGOL.
Insegna all’American Overseas School of Rome ed è coordinatore artistico di Music Lab Studio.guarinotrio28fly

28Divino Jazz – Roma – Via Mirandola, 21 – 340 8249718 – www.28divino.com –

A New York Story

Ne esisteranno un miliardo, di storie di New York. E come potrebbe essere diversamente? La città delle opportunità, delle tante culture, la città degli incontri. La città dove è stato inventato il Bebop e dove i più grandi jazzisti si sono formati, suonando fino al mattino nei bar e poi, in seguito, nei club. New York è anche la città dell’incontro tra Federico Ughi e Ornette Coleman.

E deve essere stato uno di quegli incontri che ti cambiano la vita, a giudicare dal concerto al quale ho assistito ieri sera, al 28DiVino Jazz. Il quartetto è composto dal leader Federico Ughi alla batteria, David Schnug al sax alto, Kirk Knuffke alla cornetta e Max Johnson al contrabbasso. Il primo impatto con loro è quasi mistico: Ughi attacca graffiando il silenzio primordiale, portandolo ad una dimensione materica per frammentarlo e deframmentarlo più volte. Il sax prima, e la tromba poi, si infilano sinuosi tra le pieghe dei battiti fungendo da legante. Il contrabbasso invece segue una sua linea, apparentemente più simile a quella di uno strumento solista che di uno strumento ritmico. Ughi usa la batteria come fosse uno strumento polimorfico: essa assume le forme sonore più svariate, come quando il piatto viene percosso e stoppato ripetutamente o quando le bacchette rimbalzano in modo apparentemente sconnesso sulle pelli.

Efficaci gli apporti del sassofonista Schnug e del cornettista Knuffke. Il primo, a tratti, nel fraseggio ricorda un certo cool alla Lee Konitz, mentre il suo modo di articolare sembra più legato al bop. Il secondo esprime una bella liricità che  mi fa pensare al nostro Fabrizio Bosso. Johnson, al contrabbasso, risulta teso alla ricerca di nuovi linguaggi che vadano oltre il concetto di walkin’ line anche se, quando si tratta di dare una pulsazione swing, non disdegna di farlo nel migliore dei modi.

I brani, composti da Federico Ughi, sono per lo più contenuti nel suo ultimo disco (Federico Ughi Quartet, che uscirà a maggio), e sono in bilico tra melodia ed improvvisazione. L’apparente scrittura libera e aperta è in realtà un sistema ben congegnato di codici: attraverso il linguaggio della sua batteria Ughi comunica con i musicisti, che hanno così modo di capire cosa devono suonare. Questo consente una esecuzione senza soluzione di continuità tra un brano e l’altro, che aggiunge misticismo al misticismo.

Si passa da atmosfere rarefatte, di ispirazione nord-europea (e mi viene in mente in particolare il cd Cartography, di Arve Henriksen) a momenti in cui la melodia prende il sopravvento. E quasi spazza via la sperimentazione.

Una storia interessante tra le infinite storie di New York, dunque, che come tutte le storie di New York non è solo di New York ma di tutto il mondo.

Federico Ughi
Federico Ughi

Marco Guidolotti 4et @ 28DiVino Jazz

Dopo aver parcheggiato mi sto avviando a piedi su per via Mirandola, in direzione del 28DiVino, e nel tragitto incrocio il bar all’angolo, con sedie e tavolini piene di ragazzi che ammazzano la notte in attesa di andare a dormire. Poco più avanti, vedo una calca gentile che preme sull’ingresso del 28, e allora mi faccio la seguente, forse ingenua, domanda: ma a questi ragazzi che si annoiano sui tavolini di questo bar non viene la curiosità o la voglia di andare a sentire il concerto jazz che si tiene a 50 metri da loro? Mentre ancora la domanda mi frulla nella mente sono già nel club, pronto a immergermi ancora una volta nel Jazz.

La formazione è di quelle senza piano né chitarra: Marco Guidolotti, sassofono baritono, Mario Corvini, trombone, Jacopo Ferrazza, contrabbasso, Valerio Vantaggio, batteria. L’atmosfera è decisamente cool, piena, con arpeggi su accordi diminuiti e swing a tutta manetta. Il richiamo è a Gerry Mulligan, a Bob Brookmeyer e al loro quartetto pianoless. Mario Corvini è il perfetto comprimario di Guidolotti: la nota bravura del trombonista è qui messa al servizio dei brani, senza fronzoli e senza manierismi. Le note del trombone sono là, nell’aria, e all’ascoltatore rimane facile raccoglierle e farne tesoro.  La struttura ritmica è metronomica: preciso e rilassato il walking di Jacopo Ferrazza, attento e mai invadente il drumming di Valerio Vantaggio.

Marco Guidolotti non aspetta e ci coinvolge da subito. Fin dalle prime note, lo swing si impossessa di noi e ci avviluppa nelle sue mobili maglie. Il sassofono baritono si muove agile fraseggiando con grazia e maestria, mentre il trombone risponde con eleganza per niente snob.

Guidolotti non suona, ascolta. Ascolta sé stesso un attimo prima di emettere ogni singola nota, ispirato forse dai tanti ascolti che immaginiamo avrà fatto (al di là del mero studio e dell’analisi dei brani, del fraseggio, della pronuncia e dell’articolazione) dei grandi sassofonisti del passato, il tutto filtrato e rielaborato con personalità e un tocco di verve. Fraseggio cool, scambi di quattro tra i solisti, stop time, sono le cifre di questa serata. Una serata bella, piena di colore e di allegria. Tredici brani, in parte di Mulligan, in parte di Guidolotti, e altri presi dalla grande tradizione, compresa una rivisitazione (abbastanza irriconoscibile ma sicuramente intrigante) di Tea For Two. E un bis finale, Four Brothers di Jimmy Giuffre, bis chiesto unanimemente dal numeroso pubblico presente.

Volano via le due ore di concerto divise in due set, e all’una siamo tutti fuori dal club a chiacchierare. Poco più in là, davanti al bar all’angolo, i ragazzi ci sono ancora, stanchi come se avessero fatto chissà ché, probabilmente svuotati di vita, senza sapere che noi, invece, ne siamo ebbri.

Info su Marco Guidolotti

Marco Guidolotti 4et @ 28DiVino Jazz
Marco Guidolotti 4et @ 28DiVino Jazz

Bernie’s tune

Enrico Ghelardi Boptet @ Alexanderplatz

Abbiamo fatto un gioco, ieri sera: Enrico era il macchinista e noi i passeggeri; siamo saliti sul suo treno ed è iniziato il viaggio… Assistere al concerto dell’Enrico Ghelardi Boptet mi ha dato questa precisa emozione, quella di essere trasportato su un mezzo potente, sicuro, che sai per certo non si fermerà per strada. Il richiamo più marcato è al cool ma anche alle grandi orchestre, visto che la presenza di strumenti nella gamma più grave dello spettro sonoro, il trombone ed il baritono, creano una sonorità piena e grassa, ad imitazione del sound di formazioni ben più ampie.

Enrico Ghelardi Boptet @ Alexanderplatz
Enrico Ghelardi Boptet @ Alexanderplatz

Ma ripercorriamolo, questo viaggio. I capitreno sono Massimo Pirone al trombone, Pierpaolo Principato al pianoforte, Steve Cantarano al contrabbasso e Max De Lucia alla batteria. Enrico ha tre locomotive diverse, che sceglie in base alla necessità: il sax tenore, il sax baritono, il clarinetto basso. Si parte con il sax tenore ed il brano Moony, tratto dal disco That’s Time!, appena uscito. Lo swing ci cattura fin dall’attacco, il treno parte con energia e senza scossoni. La sezione ritmica si muove fluida e sinuosa mentre sax e trombone fraseggiano stando nel tempo e nella tonalità. Anche il piano fraseggia in tonalità, salvo usare frammenti di scale alterate o sequenze triadiche per creare repentini momenti di tensione, risolvendo di nuovo più in là e dando così rassicurazione ai passeggeri. Massimo sceglie più volte di usare il registro alto del suo strumento, come in Dhatri, la bella bossanova inclusa nel disco. Sempre presente l’interplay, con il piano che riprende il trillo finale del tenore all’inizio del solo in A Sunny Day o con il contrabbasso che, nello stesso brano, esegue l’assolo mantenendo la stessa pulsazione della walking line tenuta fino a quel momento, interagendo in modo molto raffinato con l’accompagnamento. Non manca la ballad struggente, lo standard Too Young To Go Steady, il cui clima cupo risulta ottimamente interpretato anche in virtù dalla sequenza degli strumenti solisti (clarinetto basso/trombone/contrabbasso).

L’ultimo brano, Go On, ci fa entrare in stazione. Si scende, il viaggio è finito, ma la voglia di ripartire è tanta. E allora, niente di meglio che acquistare il CD ed ascoltarlo subito, in macchina, mentre si torna a casa.

That's Time!, Enrico Ghelardi Boptet
That’s Time!, Enrico Ghelardi Boptet

Disco: That’s Time!
Artista: Enrico Ghelardi Boptet

Tracce:

01. Moony
02. That’s Time!
03. Waiting
04. A Sunny Day
05. Too Young To Go Steady
06. Take Up
07. Love Me Or Leave Me
08. Dhatri
09. Go On

Etichetta: Barvin
Anno: 2012

il Jazz ascoltato nei club romani