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Piano americano

Quando si incontrano un pianista italiano come Domenico Sanna e due “ritmici americani” come Ameen Saleem (contrabbasso) e Dana Hawkins (batteria) non si può rimanere a casa; ed è per questo che ieri sera ho voluto esserci, alla seconda delle tre serate del trio, all’Alexanderplatz. Il locale, tanto per iniziare, era pieno fino al colmo. Avventori su ogni tavolino, musicisti e amici su ogni strapuntino, tutti lì per celebrare il Jazz, oltre che per ascoltarlo. Perché il jazz club è anche questo, un luogo di incontro per appassionati, sia musicisti che fruitori, che si ritrovano ogni sera insieme per un vero e proprio rito, che ha le sue consuetudini e le sue regole non scritte.

Di sicuro si realizza una osmosi quando culture musicali diverse si uniscono in un pur minimo ensemble quale è questo Society Games Trio, ed in questo caso l’osmosi è tra un pianismo di ispirazione europea ed una concezione ritmica americana nella sua forma più moderna. “Semplicemente suono il basso. Non saprei dire il genere: improvviso, ascolto, e cerco la mia strada all’interno del groove“, dice Ameen Saleem a proposito di sé. Ed ascoltando il concerto di ieri sera mi viene da pensare che questa filosofia sia stata mutuata da tutti e tre gli elementi del Trio.

Sanna sembra felicemente dotato di una esplosività controllata, che gli consente di passare con naturalezza da momenti intimisti quali l’introduzione, suonata in piano solo, di The Way You Look Tonight, che lascia la sala col fiato sospeso sopra i bicchieri di vino ed i dessert, al bop più spinto della parte successiva, quando si lancia in un assolo a tempo raddoppiato sospinto ed a tratti incalzato da Saleem ed Hawkins. Incalzato da un contrabbassista che sembra alla continua ricerca del suono, della nota, ma nella incarnazione più materiale piuttosto che in quella più eterea di una semplice armonica. E questa sua ricerca si manifesta non solo nel suo playing ma anche nei continui aggiustamenti di accordatura, nella disputa (non sempre vinta) con il jack della cassa monitor che proprio non vuol saperne di non gracchiare ogni tanto, nel pizzicare le corde con energia tale da farne uscire una dall’incavo del ponticello, dal suo togliersi il berretto e poggiarlo sul riccio del suo strumento. Una insofferenza costruttiva che apprezzo. E apprezzo, allo stesso modo, la gioiosa scoppiettanza di Hawkins il quale, lungi dall’essere una costruzione a tavolino di ciò che un batterista deve o dovrebbe forse essere, è coerentemente se stesso ed il suo strumento, in un tutt’uno impossibile da scindere. Per fortuna, perché secondo me è così che un batterista dovrebbe essere!

Insomma, Domenico Sanna è diventato un po’ americano suonando con questo Trio. Interessante il suo arrangiamento di Evidence, di Monk, che mi ricorda vagamente l’ostinato ritmico di Invisible People degli Yellowjackets; divertente D.D.J.L. (Jaki Byard), che mi era parsa la versione storta di I Got Rhythm (George Gershwin), suonata con rilassatezza ad un tempo metronomico vertiginoso; coinvolgenti le esecuzioni di Pinocchio (Wayne Shorter) e di LM (Daniele Tittarelli). Cito infine due brani a firma di Domenico Sanna, nuovi di zecca e pertanto ancora senza titolo, che non hanno mancato di solleticare i palati dei jazzofili presenti.

Un concerto di quelli belli, pieni di mood. C’è bisogno di dire altro?

Domenico Sanna con Ameen Saleem e Dana Hawkins

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Profilo Myspace di Domenico Sanna

Ameen Saleem Bio (in inglese)

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Jammin’ @ Cantù Jazz Cafe

Ero andato a vedere il quartetto di Marta Capponi, ieri sera al Cantù Jazz Cafe, il locale che fu di proprietà dell’attore Franco Franchi. Ma il freddo, gli strapazzi, il viaggio da Londra dove si è recentemente stabilita, non hanno giovato a Marta che è rimasta a casa con la febbre. I suoi compagni hanno allora animato la serata prima in trio e poi, visti anche i numerosi musicisti presenti, è partita la jam session. Va detto che non è facile vedere jam di questa portata, oggigiorno, tanto che per un attimo mi è sembrato di vivere ai tempi del Minton’s Playhouse, il locale sulla 118a Ovest di New York dove Dizzy, Bird, Monk e altri diedero vita a quel sottogenere jazzistico in seguito battezzato bebop.

Ed eccoci qui, oggi, in un caffè romano, ad ascoltare musicisti del calibro di Domenico Sanna mentre esegue The Way You Look Tonight smozzicando magistralmente il tema e facendolo suonare proprio come un tema jazzistico deve suonare, incerto ma sicuro di sé, aspro ma dolce, irriverente ma rispettoso; del calibro di Vincenzo Florio, collaudato contrabbassista da alcuni anni sulla scena musicale romana, che riesce ad essere sempre puntuale sul time ma anche lui con quel grado di incertezza che fa tanto Jazz; e del calibro di Emiliano Caroselli, che seguo già da qualche tempo e che non smette mai di sorprendermi per la capacità di essere sempre qui ed ora con la sua batteria, con classe ed eleganza, ieri in punta di spazzole visto l’ambiente fortemente riverberante e visto il rumore di fondo generato dal chiacchiericcio dei tanti avventori del Caffè.

Dopo una rielaborazione di Evidence di Monk, dopo l’esecuzione di Body And Soul e di Nobody Else But Me, sul palco hanno cominciato ad avvicendarsi i vari musicisti. Ne cito solo alcuni: Chiara Izzi, che ha cantato Blue Trane e Honeysuckle Rose, Andrea Rea (piano), Riccardo Gola (contrabbasso).

Quello che colpisce, anche ascoltando una jam session, è l’alto livello di tanti musicisti e, purtroppo, la sempre troppo poca attenzione nei loro confronti. Auspico che locali come il Cantù Cafè diano, a loro ed ai loro progetti, sempre più spazio, in modo che la cultura jazzistica possa crescere ed attecchire anche e soprattutto presso le nuove generazioni.