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Jammin’ @ Cantù Jazz Cafe

Ero andato a vedere il quartetto di Marta Capponi, ieri sera al Cantù Jazz Cafe, il locale che fu di proprietà dell’attore Franco Franchi. Ma il freddo, gli strapazzi, il viaggio da Londra dove si è recentemente stabilita, non hanno giovato a Marta che è rimasta a casa con la febbre. I suoi compagni hanno allora animato la serata prima in trio e poi, visti anche i numerosi musicisti presenti, è partita la jam session. Va detto che non è facile vedere jam di questa portata, oggigiorno, tanto che per un attimo mi è sembrato di vivere ai tempi del Minton’s Playhouse, il locale sulla 118a Ovest di New York dove Dizzy, Bird, Monk e altri diedero vita a quel sottogenere jazzistico in seguito battezzato bebop.

Ed eccoci qui, oggi, in un caffè romano, ad ascoltare musicisti del calibro di Domenico Sanna mentre esegue The Way You Look Tonight smozzicando magistralmente il tema e facendolo suonare proprio come un tema jazzistico deve suonare, incerto ma sicuro di sé, aspro ma dolce, irriverente ma rispettoso; del calibro di Vincenzo Florio, collaudato contrabbassista da alcuni anni sulla scena musicale romana, che riesce ad essere sempre puntuale sul time ma anche lui con quel grado di incertezza che fa tanto Jazz; e del calibro di Emiliano Caroselli, che seguo già da qualche tempo e che non smette mai di sorprendermi per la capacità di essere sempre qui ed ora con la sua batteria, con classe ed eleganza, ieri in punta di spazzole visto l’ambiente fortemente riverberante e visto il rumore di fondo generato dal chiacchiericcio dei tanti avventori del Caffè.

Dopo una rielaborazione di Evidence di Monk, dopo l’esecuzione di Body And Soul e di Nobody Else But Me, sul palco hanno cominciato ad avvicendarsi i vari musicisti. Ne cito solo alcuni: Chiara Izzi, che ha cantato Blue Trane e Honeysuckle Rose, Andrea Rea (piano), Riccardo Gola (contrabbasso).

Quello che colpisce, anche ascoltando una jam session, è l’alto livello di tanti musicisti e, purtroppo, la sempre troppo poca attenzione nei loro confronti. Auspico che locali come il Cantù Cafè diano, a loro ed ai loro progetti, sempre più spazio, in modo che la cultura jazzistica possa crescere ed attecchire anche e soprattutto presso le nuove generazioni.

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Fabio Tullio Trio @ Palazzo Braschi

È difficile per un pianista ammetterlo, ma questo trio è davvero un bel trio. Parlo di Fabio Tullio (sax tenore), Riccardo Gola (contrabbasso), Emiliano Caroselli (batteria). Avete capito bene, non ci sono strumenti “armonici”, niente piano né chitarra. Un trio pianoless, come si usa dire. Eppure il mood che si respira è di quelli belli, pieni. Tanto che sabato scorso, nell’atrio di palazzo Braschi con affaccio su piazza Navona, in tanti si sono fermati sulla soglia, attratti dal fraseggio di Fabio Tullio e dalla “vervosa” sezione ritmica. Un ensemble ritmico ma anche melodico, lineare ma complesso, lirico e onirico, comunque sempre equilibrato.

Non è facile innovare. E nel jazz in tanti ci provano, da sempre, spesso senza grandi risultati. Eppure mi sembra che Fabio Tullio ci riesca benissimo. Non serve suonare su una sequenza di accordi minori per essere moderni! Basta suonare con la testa e con il cuore, come sosteneva Massimo Urbani quando diceva che “la vera innovazione sta nei sentimenti”. Ecco, il trio di Fabio Tullio ha sia testa che cuore, e sa tirare fuori l’una e l’altro al momento opportuno, sia che suoni standard, sia che suoni brani originali. W il trio pianoless, dunque. Ma non abituatevi troppo, eh!

Fabio Tullio
Fabio Tullio