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A Beautiful Story

E’ uscito per Jando Music/Via Veneto Jazz il nuovo disco di Rosario Bonaccorso, A Beautiful Story. Il contrabbassista si avvale della partecipazione di Enrico Zanisi (piano), Dino Rubino (flicorno) e Alessandro Paternesi (batteria), un cast giovane e di grande talento, il supporto ideale per far emergere il lirismo e la cantabilità che caratterizzano la vena compositiva di Bonaccorso. Il flicorno di Rubino impone, già dal primo brano nonché title track, una impronta malinconica e filmica, con scatti di swing (Come l’acqua tra le dita), ben adagiandosi sul piano di Zanisi il quale non manca di aggiungere la sua propria e inconfondibile poetica.

Con Dear Walfish, terza traccia del disco, l’atmosfera si fa meno malinconica, riecheggiando nella mia mente concerti ascoltati negli anni Ottanta in club come lo storico Music Inn di Pepito Pignatelli, mentre un deciso passo verso la tonalità maggiore  si ha con Duccidu, nel quale il flicorno si spinge sul registro più alto.

Un disco intimo, senza dubbio, cantabile come un aria lirica, che poche volte si concede virate verso un up-tempo (Freddie). Ed è proprio in questo carattere crepuscolare che sta il suo fascino. E’ un disco permeato ovunque del contributo discreto del leader, il quale solamente in Lulù e la luna suona il tema, peraltro in un continuo fade in/fade out con il pianoforte. Una scelta che merita attenzione, anche in virtù dell’esito: il disco è delicato, ammaliante, perfetto nella sua epifania.

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Sito ufficiale di Rosario Bonaccorso

 

 

Le jardins perdue di Paolo Innarella

Inizia con una intro di piano, contrabbasso e batteria, in perfetto stile ECM, il disco Le Jardins Pedue del Paolo Innarella Flute Project. Poi, il flauto entra a condurre il tema della title track, una lunga tessitura melodica nella forma del Jazz Waltz, che avviluppa l’ascoltatore conducendolo fino alle porte del solo di piano, interpretato da Enrico Zanisi con il suo stile spigoloso e cristallino. E siamo al solo di flauto, che ha ora modo di fraseggiare con cascate di eufoniche terzine a sottolineare il tempo tre quarti.

Paolo Innarella (flauto), Enrico Zanisi (piano), Luca Bulgarelli (contrabbasso) e Fabrizio Sferra (batteria) sono i protagonisti di questo disco, edito da Surabaya Music Publishing nel 2014. In stato di grazia, i quattro musicisti ci guidano attraverso i giardini perduti, forse di un gusto classico della musica, una musica che passa dai toni cameristici di The Day Of Return, allo stile jungle di Wind Houses, al latin di Fluctuating Leaves, con Innarella a ricoprire il ruolo del jazzman più classico e Zanisi a fare da irruente contraltare, attraverso un comping a tratti compiacente e a tratti contrastante, a creare quel pizzico di varietà che accresce l’interesse dell’ascoltatore.

Il disco è necessariamente intimista, vuoi per la scelta del flauto come strumento leader vuoi per i temi, tutti composti da Innarella, ispirati alla tradizione classica, più o meno recente, e ad una certa cantabilità che nulla concede alla esplorazioni di sonorità più moderne ma che proprio in questo trova la sua cifra più congeniale.

L’accoppiata Innarella/Zanisi, come già scritto, garantisce un contrasto interessante, fornendo dunque anche quella spinta al nuovo che, inevitabilmente, un pianista giovane ed interessante come Enrico Zanisi non poteva non portare.

Anno: 2014 

Artista: Paolo Innarella

Titolo: Les jardins perdue

Tracce: Les jardins perdue/The Day Of Return/Autumn Skies/Wind Houses/Fluctuating Leaves/D’incanto/Waiting For Your Smile/Paisa’/Sonatina/Hovering/E i grilli parlano

Metti una sera all’Auditorium

Metti una sera all’Auditorium con Giovanni Tommaso (classe 1941, contrabbasso) insieme ai giovani Mattia Cigalini (sax alto), Enrico Zanisi (pianoforte) e Nicola Angelucci (batteria). Metti che il quartetto si chiama Consonanti, per via della palpabile “consonanza” tra i quattro membri dello stesso. Mettici la registrazione dal vivo nel Teatro Studio dell’Auditorium, con i musicisti in una specie di acquario fatto di plexiglass e schermi fono-isolanti, opportunamente posizionati in modo da evitare i rientri tra le diverse tracce. Metti un repertorio di brani originali, tutti scritti rigorosamente in campagna, nella bella campagna romana dove Tommaso dichiara fieramente di vivere felice. Il risultato? Una serata di musica piena, solare, a tratti introspettiva, di gran classe e di altissima qualità.

La scrittura di Tommaso è limpida, un distillato sonoro che sgorga con perfetta naturalezza. L’esecuzione è lirica, ispirata, in un riuscito mix tra Jazz e musica leggera d’autore. Tutti frutti evidenti, evidentissimi, della storia musicale di Giovanni Tommaso, fatta fondamentalmente di Jazz (Quintetto di Lucca e Perigeo in primis) ma anche di prestigiose collaborazioni con mostri sacri della musica leggera come Mina, Riccardo Cocciante, Lucio Dalla. La scelta di circondarsi di giovani, infine, è la ciliegina sulla torta, nulla di meglio per valorizzare la propria storia che confrontarsi con le nuove generazioni e con gli stimoli che da queste emanano.

In questo particolare humus non poteva che nascere un Jazz come quello descritto, dove non solo la melodia e la forma canzone sono importanti ma anche, e soprattutto, le emozioni. Mi viene in mente, ascoltando il quartetto, quella meravigliosa frase di Massimo Urbani (tratta dalla video intervista di Paolo Colangeli La fabbrica abbandonata) in cui il compianto sassofonista dichiara che “L’avanguardia risiede nei sentimenti e non nelle forme”. Ecco, quello che i Consonanti incarnano è probabilmente l’impalpabile e semplice desiderio di ogni fruitore di musica, quello di trovare nelle note ascoltate la spiegazione dei propri sentimenti.

Tante, ad ogni buon conto, le forme ascoltate ieri sera: a partire da Scioglilingua, dipanata da uno schioccare di lingua nel sassofono da parte di Mattia Cigalini e proseguita con una struttura di tipo call and response; passando per la struggente Ipnotico, ballad che potrebbe tranquillamente essere considerata la consolazione perfetta per ogni affanno; per Euphoria, nella quale un ostinato del contrabbasso, doppiato dalla mano sinistra di Enrico Zanisi, dischiude un mondo onirico e schioppettante; fino ad un brano filmico come Conversation With My Soul, che sottende il contraltare introspettivo, completamento di un repertorio che non manca di sfoderare anche, nel bis, Musical, brano gioiosamente ispirato alla forma delle forme, quella che più ha dato al Jazz grazie alla pratica dei cosiddetti standard, riadattamenti delle canzoni di Broadway e di Hollywood.

Diverse le dediche: Orizzonti, scritto per la “sua” campagna, Teatro Studio, scritta per l’occasione, Camarillo Hospital, il famoso ospedale psichiatrico in cui venne ricoverato Charlie Parker e che Giovanni Tommaso ebbe a incrociare per caso mentre, in macchina con sua moglie, vagava per strade deserte della California.

Non direi che esista un solista vero e proprio nel quartetto Consonanti. Piuttosto si tratta di un ensemble nel quale vengono fuori, volta per volta, le  singole individualità: quella di Mattia Cigalini, il cui sassofono è sempre perfetto, mai strabordante o sopra le righe ma sempre al servizio della musica, sia durante l’esposizione dei temi sia durante gli assolo; quella di Enrico Zanisi, che spesso si produce in assolo con l’utilizzo iniziale della sola mano destra, soltanto successivamente aggiungendo la sinistra per contrappuntare con delle vere e proprie linee di basso la melodia o per inserire dei voicing; quella di Nicola Angelucci, che è sempre in sintonia con il resto della sezione ritmica della quale è un perfetto complemento piuttosto che un semplice traino; e quella di Giovanni Tommaso, le cui linee fuoriescono improvvisamente, perfette nel qui e nell’ora, riempiendo di risposte tutta la platea.

La serata, dicevamo, è stata ripresa dagli ingegneri del suono dell’Auditorium e ne verrà fatto un disco, che uscirà per l’etichetta Parco della Musica. Un’ottima notizia vista la qualità e la bellezza di questa esibizione.

Enrico Zanisi presenta… Keywords

Giovedi sera, alla Casa del Jazz, Enrico Zanisi ha presentato il disco Keywords, suonato in trio con Joe Rehmer (contrabbasso) e Alessandro Paternesi (batteria) e da poco uscito per la Cam Jazz. Il disco è la terza prova da leader  del pianista, già molto noto e apprezzato a dispetto della sua giovane età.

Come lui stesso ha avuto modo di confermare durante l’intervista che mi ha rilasciato alla fine del concerto, uno dei cardini intorno al quale ruota la sua musica è il mondo classico. A partire dal brano di apertura della serata, Träumerei di  Schumann, veniamo infatti teletrasportati in un altro spazio-tempo: siamo qui per ascoltare Jazz, ma improvvisamente ci accorgiamo di quanto poco significhi costruire altitudini di muri tra generi, e Robert Schumann confluisce nell’estetica di Bill Evans così come questo a sua volta ci conduce a Brad Mehldau, in un continuum che non ha altre regole se non la bellezza. Anche la scelta di Enrico di iniziare con il brano classico, brano che nel disco è invece ultimo in scaletta, sembra voler rimarcare questo concetto.

Il secondo brano, Equilibre, inizia con un arpeggio alla carillon eseguito con la mano destra al quale si sovrappone poi un arpeggio con la sinistra, bella prova di tecnica e indipendenza delle mani che ci fa intuire un altro degli ascolti di Enrico, il rock progressive. Qui Enrico si produce in un assolo, costruito su un ostinato suonato nella parte grave della tastiera del pianoforte mentre l’altra mano si inerpica disegnando melodicamente armonie, a tratti in e a tratti out, a tratti classiche e a tratti blues, in un riuscito equilibrio che non può che suscitare sentimenti estatici anche nell’ascoltatore più smaliziato.

In Beautiful Lies, ad un tema esposto secondo gli stilemi della ballad e dopo un elegante e deciso assolo di contrabbasso, segue un solo di piano durante il quale apprezziamo tutta la verve zanisiana, che quando è il momento viene fuori con tutta la sua  contenuta e perfetta irruenza.

Segue Au Revoir, ballad filmica e introspettiva, e poi Claro, con momenti nei quali si evidenzia il lucido interplay con la batteria ed il contrabbasso. Sia Joe Rehmer che Alessandro Paternesi sono perfettamente in sintonia con il leader, dimostrando una unitarietà e maturità di trio notevoli, a partire dagli attacchi non dati: il classico “one, two… one-two-three-four” non vengono mai dati, semplicemente il trio… inizia a suonare! L’intenzione poliritmica è spesso presente, così come i tempi dispari, ma ogni analisi teorica si rivela incapace di descrivere l’estetica di brani come Recitativo (brano nel quale l’ispirazione classica ci sembra mediata da ascolti metheniani) o Magic Numbers (altro brano nel quale gli ascolti progressive di Enrico emergono in tutta la loro enfasi).

Più che un concerto, un percorso emozionale, che nonostante la complessità dei tempi e la ricerca di forme elaborate non manca di ammaliare l’ascoltatore che voglia spogliarsi delle pochezze della quotidianità per immergersi in una piscina termale rigenerante come un ventre materno, nel quale tutto basta alla vita ed alla salute di corpo e anima.

Mi piacerebbe vedere Enrico in un tour negli Stati Uniti, sono sicuro che da lì acquisterebbe quella ulteriore visibilità che merita. Nel frattempo mi godo la possibilità di vederlo a due metri dal bel palco della Casa del Jazz, e perfino di intervistarlo a fine serata.

Daje Enrico…

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Intervista a Enrico Zanisi dopo il concerto

Sito Cam Jazz da dove è possibile ascoltare e acquistare il disco

Fabrizio Savino sbarca al Jazzit Club

Giovedi 16 gennaio il neonato Jazzit Club di Roma ha visto esibirsi sul suo palco il chitarrista barese Fabrizio Savino. Una atmosfera festosa, Luciano Vanni a far da entusiasta padrone di casa, un pubblico numeroso, una sala accogliente. Pur essendo ospitato all’interno dell’Auditorium Antonianum in viale Manzoni 1, struttura normalmente utilizzata per meeting e conferenze, l’aroma che si annusa è proprio quello del club. Complice la cura che Vanni e le sue collaboratrici (più donne che uomini, e questo ci fa piacere!) mettono nello scaravoltare tutto, la sala che fino a tre ore prima ospitava dei grigi dirigenti aziendali, con poche ed efficaci mosse viene trasformata in un bar che potrebbe trovarsi sulla cinquantaduesima strada, a New York.

Savino presenta il suo album Aram, uscito a fine 2012 per Alfa Music ed improntato al cosiddetto sottogenere del mainstream. Riferimento dichiarato John Scofield, del quale percepiamo l’aura ma che comunque non basta al chitarrista per esprimersi appieno. La sua musicalità non passa infatti solo attraverso il proprio strumento, ma anche e soprattutto attraverso il dialogo con gli altri musicisti, che in questa occasione sono Enrico Zanisi (pianoforte), Luca Alemanno (contrabbasso), Gianlivio Liberti (batteria). Si veda ad esempio la lunga introduzione della title track, Aram, che Savino lascia generosamente al pianismo cristallino ed ispirato di  Zanisi, o il solo di contrabbasso in Waiting For You, nel quale Alemanno ha lo spazio per fraseggiare tematicamente, facendo cantare il proprio strumento e ricordando a tutti la splendida lezione di Scott La Faro. E se nell’ultimo brano emerge particolarmente il drumming attento di Liberti, che scintilla in perfetto bilico tra swing e oriente, nella ballad scelta come bis, I Told You So, viene fuori l’anima più aperta e libera del chitarrista, che lascia intuire una delle possibili pieghe che potrà avere la sua musica da qui in poi.

Serata piena e liquida, a tratti alcolica, con bei tavoli e tante candele colorate. Tutti brani originali, per un artista che si annuncia interessante e che conviene tenere d’occhio.

Patto generazionale

In tempi di crisi economica e sociale il tema del patto generazionale è un tema caldo. È giusto togliere garanzie e diritti ai giovani per cercare di mantenere lo status dei lavoratori più anziani? Ebbene sono qui alla Casa del Jazz anche stasera, ed ho davanti a me la soluzione a questo dilemma: sul palco Giovanni Tommaso, contrabbassista storico della musica italiana, coadiuvato da Roberto Gatto (batteria), altro musicista dalla lunga e prestigiosa storia, insieme a due giovani di grande talento come Enrico Zanisi (pianoforte) e Mattia Cigalini (sax alto), tutti riuniti sotto il nome di Giovanni Tommaso Quartetto Consonanti.

La sera, come sempre accade qui alla Casa del Jazz durante l’estate, è dolce e rilassante. In questo magnifico giardino, in mezzo ad alberi secolari, ci si sente veramente al sicuro, in pace col mondo, con la possibilità di bere qualcosa e ascoltare Jazz di ottima qualità. Ma stasera è una sera particolare. Da subito, il quartetto di Giovanni Tommaso ha modo di stupirmi, iniziando con un free non free: l’atmosfera è sì free, infatti, ma i musicisti sono qui particolarmente attenti al suono di ciascuno degli altri, e creano dei puntillismi di grande effetto che lasciano intuire delle parti scritte. Ma non è così, si tratta di puro e splendido interplay, dove ogni strumento ha un proprio spazio ed ogni suono una sua intrinseca necessità.

Ma ecco, il momento free non free svanisce, e fluidamente viene sostituito da un pedale ritmico, eseguito da piano-contrabbasso-batteria, sul quale si va ad innestare il tema, eseguito da Cigalini. Il brano, dal titolo Scioglilingua, prosegue con un mood ben diverso da quello diradato che la lunga intro aveva lasciato presagire: Cigalini si produce in un assolo alla Michael Brecker, dimostrando le sue ottime doti e la perfetta conoscenza del linguaggio. La temperatura sale, i raddoppi sono molto frequenti ed è impossibile non battere il piede.

Arriva poi Zanisi a cambiare le carte in tavola, spostando l’inquadratura sul suo punto di vista. Ed ecco che la musica, magicamente, si ricava uno spazio tra mente e cuore. Razionalità ed emozionalità convivono magnificamente all’interno del pianismo di Enrico Zanisi, il quale dà l’impressione di essere sempre alla ricerca di una nota nuova, quella che nessuno ha ancora mai suonato.

È la volta del leader, con un solo di contrabbasso fluido, cantabile, che dà ancora una volta una sterzata al brano. Fino al solo di Gatto, diretto ed essenziale, che riporta al pedale ritmico iniziale per poi passare all’ultima esecuzione del tema.

Cristallina, in perfetto equilibrio tra flutti melodici, insenature armoniche e scogliere ritmiche, la ballad che segue, Orizzonte. La quale, dopo l’esposizione del tema da parte del sax e l’assolo dello stesso Cigalini, lascia il posto ad un meraviglioso assolo di contrabbasso, quasi un altro tema, che ci guida naturalmente alla chiusura del brano senza ulteriori interventi solistici. Raramente mi è capitato di ascoltare un pezzo di tale bellezza, peraltro così splendidamente eseguito.

Ma non c’è solo melodia: ci sono i tempi dispari, ci sono gli up tempo, e c’è soprattutto un grande, riuscito connubio tra l’esperienza e bravura del leader (e del suo batterista di prestigio) e la freschezza, nonché altrettanta bravura, di Zanisi e Cigalini, i quali sono dei perfetti comprimari e danno un validissimo contributo all’ensemble. Questo a dimostrazione che il patto tra generazioni è possibile, e che bisogna dare opportunità a tutti coloro che lo meritano, giovani o meno giovani che siano, affinché il mondo del Jazz (e tutto il nostro mondo, in generale) vada avanti e si migliori.

Altri brani eseguiti sono: una incantevole versione di Profumo di donna, scritto da Armando Trovajoli e colonna sonora del film omonimo; Euphoria, Camarillo Hospital, Via Beato Angelico, a firma di Tommaso; nel bis, un classico come Long Ago And Far Away, pieno di vervoso swing.

Rimane un’ultima cosa da dire: a quando il disco di questa formazione? Prenoto da subito la copia numero uno.

Il Jazz ai tempi del Medio Evo

Chissà come sarebbe sembrato strano, a Papa Clemente VII (che per sette mesi, nel 1527, da qui resistette all’attacco dei Lanzichenecchi), aggirandosi tra i cortili di Castel S.Angelo, di trovare il set del Thematico 4et, il quartetto capitanato da Luca Pirozzi (contrabbasso e basso elettrico) con Michael Rosen (sax soprano), Enrico Zanisi (pianoforte), Nicola Angelucci (batteria). E chissà, magari il Jazz suonato da questi bravi musicisti avrebbe alleviato un po’ la tensione di quei mesi.

Ed eccoci qui, accanto a cumuli di levigate palle di pietra pronte per essere lanciate contro il nemico, ad ascoltare incantati i brani, tutti a firma di Pirozzi, che compongono il programma di questa serata. Sono particolari questi brani, pieni di spazi aperti, di momenti di pausa tra una parte del tema e l’altra, o tra un tema ed un assolo. Sarà perché l’autore è un contrabbassista, abituato a stare sullo sfondo e, al tempo stesso, a dare valore alle sfumature? Fatto sta che, cosa rara, stasera mi capita di scovare la musica ovunque, anche negli angoli di un arrangiamento o nelle pieghe di un accompagnamento.

La melodia, la cantabilità sono la mission di questi brani, che fanno tutti parte di un cd in uscita. A partire da Atlantide, la ballad che apre la serata, nella quale già si intravede in che territorio ci muoveremo: il primo solo è per il contrabbasso, ma l’impressione che si tratti di una scelta di campo intimista non dura a lungo, giusto il tempo per Rosen di prendere la parola e di inanellare coltranianamente una serie di frasi out, con tanto di sovracuti. Angelucci si mette al servizio del brano, e contrappunta con intelligenza gli scarti repentini di Rosen. Ecco, il quadro è quasi completo. Zanisi, che per ora si muove sullo sfondo, rappresenta un elemento di particolare freschezza in questa formazione. Il suo pianismo è aperto, libero, ma anche ben piantato nel terreno del Jazz tout court. A metà strada tra Petrucciani ed i Bad Plus, mi viene da pensare mentre ascolto il suo solo su Samu, secondo brano della serata, da Pirozzi dedicato a suo figlio.

Neon’s Ballad, che inizia con una intro in piano solo nella quale vengono fuori le influenze bachiane e classiche in generale di Zanisi, successivamente sembra ricalcare certe atmosfere da film noir, e mi viene in mente la struggente The Long Goodbye dall’omonimo film di Altman.

Inusuale uno degli ultimi brani eseguiti, quando Pirozzi lascia il contrabbasso per il basso elettrico ed utilizza una loop station per eseguire un riff sul quale suona poi un assolo molto ispirato, al principio del brano. Sullo stesso riff, stavolta suonato in diretta (senza loop station), Angelucci si scatena alla fine in un impetuoso assolo, che chiude il brano.

Siamo all’epilogo, e sulle allegre note del Paguro vacanziero (che forse, a metterci le parole, potrebbe essere la hit dell’estate) ci lasciamo sorprendere dalle truppe di Carlo V, che sono ormai entrate. Roma è messa al sacco, e noi veniamo fatti prigionieri e trasferiti nelle segrete di  Castel S.Angelo. Ma ne è valsa la pena.

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Luca Pirozzi Official

Castel S.Angelo

Il lungo addio (The Long Goodbye)