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Yes, Ten Minus One is Nine

Sono nove, uno meno dei Dieci Saggi, ma qui ci sono due donne. Sono gli Yes Or Nine, che ieri sera hanno riempito la grotta del 28DiVino Jazz non solo per via del folto pubblico ma anche in virtù del loro cospicuo numero. Un numero grande rispetto alle formazioni che siamo abituati a vedere nei club, piccolo rispetto ad una Big Band. Ma della Big Band non manca nulla, dal momento che troviamo, pur se in esemplari unici, tutti gli strumenti tipici di questa: sax tenore (Stefano Rotondi, che suona anche il flauto), tromba (Antonello Sorrentino), trombone (Davide Di Pasquale), sax alto (Tomoe Yamamoto), sax baritono (Gian Domenico Murdolo), Pierpaolo Semenzin (piano), Luca Costantini (chitarra), Fabio Fochesato (contrabbasso), Cecilia Sanchietti (batteria).

Il progetto degli Yes Or Nine è interessante ed al tempo stesso affascinante: interpretare il blues in tutte le sue geografiche declinazioni, partendo dall’America del Nord scendendo fino a quella del Sud, transitando per l’Europa e fino ad arrivare in Africa. Un viaggio, dunque, viaggio nel quale la musica è una sorta di tappeto volante che ci trasporta da un continente all’altro, accompagnati da un ensemble compatto che esegue con perizia le composizioni di Stefano Rotondi, da lui stesso arrangiate. La cifra principe dell’organico è sicuramente quella orchestrale: arrangiamenti molto dettagliati e vervosi, temi che poggiano su pedale, uso sapiente delle dinamiche, utilizzo dei background durante gli assoli e degli special come interludio tra un solista e l’altro.

Tra i brani troviamo Boa constrictor, con il tema che si dipana su una struttura modale nella parte A per poi sciogliersi in un fluido walkin’ nella parte B. Le jour du sortilege è un blues minore in 6/8 nel quale il tema si muove principalmente per grado congiunto per poi adagiarsi su un pedale.

Spuntano qua e là, tra i flutti delle partiture del nonetto, le interessanti individualità di solisti come Davide Di Pasquale, che ad esempio ne Il responso, brano dal sapore afro introdotto da un suggestivo riff suonato all’unisono da Murdolo e Fochesato, si esprime con un fraseggio che definirei assertivo, dalla forte personalità ma al tempo stesso nel qui e nell’ora del pezzo. O come Antonello Sorrentino, che si produce in ispirati in & out i quali, benché denotino grandi capacità tecniche e conoscenze armoniche, non risultano mai di maniera, segno della volontà del musicista di dare davvero qualcosa che non sia semplice “mestiere”.

Particolarmente interessante l’approccio solistico di Stefano Rotondi, che costruisce il suo fraseggio partendo da poche note  evolvendo poi in arpeggi triadici e poi ancora in scale bebop. Brani come Eleanor Butterfly, di Gian Domenico Murdolo, o Danzando, ancora di Rotondi, danno poi modo a tutti i musicisti di improvvisare e sfogarsi sulla struttura detta anatole, patrimonio comune di tutti i jazzisti. Particolare, infine,  il sound di Tomoe Yamamoto, una delle due donne della formazione: mi ha ricordato i primi tempi del cool ed un certo timbro tipico di Lee Konitz.

Un progetto interessante, dicevo all’inizio, che ci mostra, al di là di ogni possibile dubbio, quanto il blues influenzi ed abbia influenzato la musica di tutto il mondo e quanto lo stesso sia declinato e declinabile secondo le varie culture musicali. Concludendo, non posso che auspicare che da questa interessante esperienza possa nascere quanto prima un bellissimo disco.

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