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Il Jazz viaggia verso Marte

Ieri sera, nel cortile di Via Margutta 51/A (celebre per essere la location di alcune scene del film Vacanze Romane), nell’ambito del Roma Summer Jazz FestMark Turner (sax tenore), Aaron Goldberg (piano), Peter Bernstein (chitarra), Reuben Rogers (contrabbasso),  Gregory Hutchinson (batteria), dopo aver tenuto seminari per una settimana presso la scuola di musica Ottava, promotrice del festival, hanno dato vita ad una performance che ha visto la partecipazione di alcune centinaia di persone assiepate, sedute, in piedi o accovacciate lungo tutto il famoso cortile, tra le quali (e la cosa non è di poco conto) una quantità enorme di musicisti.

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Non so cosa vi aspettate quando vi recate ad ascoltare del Jazz, ma quello che mi aspetto io è presto detto: un bel concerto, ben suonato da preparati esecutori, i quali (alcuni meglio, altri meno) coniugano le loro influenze bop, hard bop, jazz-rock, pop, classica, ecc. confezionando un prodotto godibile, a volte con qualche spunto interessante.

Quello che ho ascoltato ieri sera, invece, stravolge il concetto: senza tergiversare bighellonando tra le lande già note dei vari generi e sottogeneri, i cinque prendono direttamente un razzo per Marte. Sta a noi decidere: lasciarci ogni certezza alle spalle e saltare con loro dentro la capsula, o rimanere a terra e vederli partire per un viaggio forse senza ritorno. Perché tali musicisti sono su un altro piano, non direttamente confrontabile con gli schemi che portiamo impressi nel nostro DNA musicale, nutrito dei tanti ascolti stratificati nelle ere biologiche della nostra vita; come un fuori sincrono per il quale sarebbe impossibile, anche ad un montatore esperto, riallineare immagini e sonoro, suonano semplicemente un gradino più su, sempre un passo avanti, alla continua ricerca di una nuova direzione per il Jazz. Così come negli anni 40 del secolo scorso Bud Powell, Dizzie Gillespie e Charlie Parker segnarono una strada che avrebbe sconvolto e ridefinito la musica del tempo, così questi stanno ridefinendo il Jazz traghettandolo verso una evoluzione dello stesso. Evoluzione, si badi bene, che prescinde da commistioni di materiale già utilizzato, e che è invece proiettata verso quella che potremmo definire a step further thing. Alla maniera tipica del pionierismo dei nordamericani, i quali – nel bene e nel male  – hanno segnato lo sviluppo di tutta la civiltà terrestre degli ultimi cento anni.

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Se è vero che Mark Turner ha dichiarato Warne Marsh e John Coltrane come sue influenze, se è vero che Aaron Goldberg ha avuto modo di suonare con Joshua Redman, se è vero che Peter Bernstein è nato e si è formato musicalmente nella scena newyorchese, rimane il fatto che ascoltando questo quintetto ci si confronta non più con le influenze ma con le personalità musicali dei singoli esecutori. Lo si avverte ovunque, a partire dalla esecuzione dei brani originali (scritti per lo più da Turner e Goldberg) fino alla rielaborazione di standard come It’s All Right With Me (Cole Porter), eseguito in un complesso arrangiamento di Turner fatto di cambi repentini di divisione ritmica e con l’utilizzo di odd times.

Non sono da meno degli altri gli splendidi Reuben Rogers e Gregory Hutchinson, entrambi dotati di un playing naturale ed eufonico e che, a turno, si danno anche da fare per presentare il concerto, dando prova di essere artisti a tutto tondo in grado di condurre lo show da protagonisti.

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Sei brani ed un bis, goduti pienamente nel fresco della serata romana, resa internazionale ancora una volta. Uno stile coeso, proteso in avanti, quello espresso dalla formazione, uno stile che non prescinde comunque da aspetti tipici; come nel solo di piano in Luiza (Antonio Carlos Jobim), che Goldberg interpreta con gusto bluesy. Una nuova direzione, dunque, che non rinnega anzi porta con sé la capacità di creare emozione. Parafrasando Massimo Urbani, alla fine di questa serata all’interno del Roma Summer Jazz Fest, potremmo dire che l’avanguardia non risiede nelle forme bensì nella forma in cui vengono espressi i sentimenti. Una conferma su tutte: Autumn Leaves, suonata come bis e di nuovo vestita, che incanta la platea senza se e senza ma.

Il concerto finisce, si sbarca. Saluti da Marte.

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