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L’incognita ZY

La curiosità, di andare ad ascoltare un progetto come questo, è grande. Intanto, perché conosco bene il leader Angelo Olivieri, artista sempre alla ricerca della “sua” musica, che permea attraverso le falde che attingono dal jazz/rock di Miles Davis ed Herbie Hancock,  da Ornette Coleman e dagli Art Ensemble Of Chicago, ma anche dal soul e dal rock, non senza una venatura atonale che spesso contraddistingue le performance del trombettista.

“Ascolto più i Radiohead che jazz“. È con questa frase che Olivieri apre il concerto di ieri sera al 28DiVino Jazz, a voler sottolineare che anche lui come altri jazzisti (Brad Mehldau in primis), è in cerca di nuovi suoni, nuovi ritmi, tutte cose che non si trovano certo negli standard e che necessitano di nuove fonti di ispirazione. Ma se Mehldau mantiene un suono acustico scegliendo di lavorare sulla scomposizione armonica e ritmica di Paranoid Android, Olivieri si spinge a cercare una summa che tenda in qualche modo a semplificare l’ascolto. Ed ecco che entra in gioco il groove, interpretato con grande coinvolgimento fisico, fin dalla introduzione di Brown Rice (Don Cherry), dove il ritmo viene sancito, oltre che da batteria e basso, anche dal battito di mani.

La musica come territorio aperto, come liberazione, in contrapposizione alle riserve di genere entro le quali collocare le note alla stregua di tante scatole dell’Ikea. Liberazione, dunque, sembra essere la parola chiave della musica proposta stasera. E la liberazione è anche pensiero libero, a volte paradossale, come nella interessante “canzone atonale” 2 PM, unico brano cantato del concerto, scrivendo il quale Olivieri guardava la pioggia cadere su viali privati e si chiedeva perché la pioggia dovesse lavare anche quelli.

Tante altre le influenze e le storie: come Detroit’s Night, dedicata all’amico John Sinclair, leader delle White Panthers, il cui tema rievoca atmosfere più orchestrali, o come Nowhere’s Anthem, inno dedicato ai figli di nessuna Terra, una riflessione sulla opportunità di uniformare nel mondo le leggi di attribuzione della nazionalità.

La seconda curiosità, tornando all’inizio del mio scrivere, era quella di ascoltare tanti giovani musicisti quali Vincenzo Vicaro (sax tenore, clarinetto soprano), Gian Paolo Giunta (tastiere), Riccardo Di Fiandra (basso elettrico), Daniele Di Pentima (batteria). Di questi ho apprezzato particolarmente la capacità di impatto sonoro, l’energia (termine abusato che però in questo caso giudico azzeccato) e la capacità di interpretare con pari intensità tutti i brani, da quelli più “aperti” a quelli più classici, con un picco in The Eye Of The Hurricane (Herbie Hancock), che ha piacevolmente trascinato la platea verso l’epilogo.

Dopo tanto impegno, dopo tanta ricerca, l’esecuzione sul finale di Rock Around The Clock ha ricreato uno spirito festoso, come è giusto che sia in un concerto. Con tanto di intervento finale di Mister Doh (ormai un personaggio fisso al 28DiVino) e grandi applausi da parte della foltissima platea. Rimane il problema dell’incognita ZY, per la soluzione del quale occorre un percorso lungo quanto tante vite, quanto tutta la musica che ci ha preceduto e quanto quella che ci succederà. Chi potrà aiutarci? Almeno per un pezzo di questa strada, credo che potremo da ora in avanti confidare nell’aiuto di Olivieri e dei suoi ZY Project.

Snap!

È la notte del 12 gennaio 2013, Babbo Natale è ormai tornato a casa sua, il clima è mite. Davanti al 28DiVino Jazz una folla di persone preme per entrare ad ascoltare SNAP Quintet di Andrea Zanchi (piano elettrico), con Sandro Satta (sax alto), Angelo Olivieri (tromba), Stefano Cantarano (contrabbasso), Massimiliano De Lucia (batteria). C’è gente venuta da fuori Roma, gente che Roma l’ha solo attraversata (ed è già questo un viaggio). Tutti qui per uno snap, uno schiocco di dita, come se lo schiocco li avesse richiamati irresistibilmente.

Il 28DiVino Jazz, in via Mirandola 21 a Roma, si sta ormai accreditando come uno dei migliori jazz club italiani. Il lavoro di Marc Reynaud, il direttore artistico, è improntato alla ricerca delle novità, di giovani talenti e di progetti originali. Senza per questo ignorare i “diversamente giovani” come Sandro Satta, o Angelo Olivieri, che stasera daranno la prova che lo spazio per musicisti come loro, sulla scena jazzistica, è sempre troppo poco.

La grotta è piena, la ragazza che porta i drink è costretta a nuotare tra la gente, fluttuando al di sopra del pavimento senza quasi toccarlo. Gli SNAP attaccano, il ritmo fluisce. Cominciamo a battere il piede, a muovere la testa, a schioccare anche noi le dita. Ognuno a suo modo, cerchiamo di rimanere agganciati al time. Dopo aver eseguito un frammento di Snap, il brano che dà il nome alla formazione (o viceversa?) e che verrà eseguito per intero alla fine della serata, si passa a Someone by Chance, ballad lirica e struggente, nella quale il tema, esposto prima dalla tromba di Olivieri, viene successivamente ripetuto a distanza di tritono dal sax di Satta, creando un notevole effetto drammatico.

Il brano successivo, Storyville, è la cifra del progetto. Il contrabbasso prende un riff ritmico; la struttura armonica ricalca quella di Cantalope Island di Herbie Hancock. Satta ha modo di giocare con le frasi durante il suo solo, ripetendole a distanza di semitono. Zanchi, invece, contrappunta il tema finale con il suo piano elettrico, aggiungendo scintille ad un incendio che già divampa.

Ma ci sono varie sorprese in serbo per noi fortunati che siamo riusciti a guadagnarci un posto in grotta. Si prosegue con Norvegian Wood, di Lennon/McCartney, ballad in 3/4. E 3/4 è forse l’unico tempo dispari del repertorio di questa serata: si è scelto di colpire al cuore, non alla testa. Tempi semplici, groove, improvvisazioni a manetta. Si passa poi a Peri’s Scope, di Bill Evans, e qui Satta sfodera una grinta degna dei più grandi, ai quali lui appartiene di sicuro. Assolo vertiginoso, scoppiettante, condito con sapienza di effetti in&out, fraseggio pentatonale, sovracuti e chi più ne ha non ne ha abbastanza quanto lui. Il suo raddoppio è così entusiasmante che a tratti mi è sembrato un raddoppio del raddoppio, semibiscrome in luogo di semicrome! Anche Olivieri colpisce al cuore, ma usa l’arma della seduzione musicale, fatta di riff ben incastrati tra le pieghe del contrabbasso di Stefano Cantarano e della batteria di Massimiliano De Lucia.

E ancora, un’ultima sorpresa. Sempre nuotando sulle teste del numeroso pubblico, ecco comparire Mauro Verrone con il suo sax alto, in tempo per chiudere il concerto degli SNAP insieme a loro. Un concerto trascinante, vibrante, con solisti di prim’ordine e con brani accattivanti per lo più composti dal leader Andrea Zanchi.

Un ultimo schiocco di dita e le luci si spengono. Il pubblico defluisce, felice. Mi attardo a chiacchierare un po’ con i musicisti e poi, quando sto per guadagnare l’uscita, mi sorprendo con la mano ben nascosta nella tasca del giubbotto a… schioccare le dita. Snap!

SNAP Quintet
SNAP Quintet
Satta/Verrone/Olivieri
Satta/Verrone/Olivieri