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Harvard Westlake Jazz Band @ Jazzit Club Roma

Ieri sera, durante la serata di chiusura della prima stagione del Jazzit Club Roma, ideato da Luciano Vanni e ospitato dall’Auditorium Antonianum di Roma, abbiamo assistito al concerto di una giovanissima big band americana, formata da ragazzi tra i 15 ed i 18 anni e diretta dal sassofonista e didatta Shawn Costantino, la Harvard Westlake Jazz Band, una delle tante big band della Harvard Westlake School di Los Angeles.

L’impatto di una big band, ascoltata in una sala da concerto, è sempre emozionante e, per chi non l’avesse mai provato, assolutamente da provare. Ma quando quell’impatto è provocato da una big band di ragazzi come in questo caso, l’emozione è al massimo grado. Compatti, disciplinati e con una buona tecnica strumentale, i ragazzi hanno swingato su arrangiamenti di brani tra i quali Ah That’s Freedom (Thad Jones), On Green Dolphin Street (Bronisław Kaper), Night Train (Duke Ellington),  5-5-7 (Pat Metheny).

Sei sassofoni, quattro tromboni, quattro trombe e sezione ritmica la formazione, che a tratti si è esibita in veste di small combo con ranghi ridotti a quintetto o sestetto. Ottimo il sound di questo giovane ensemble, che ci ha fatto battere il piede quando per la botta degli arrangiamenti, eseguiti con piglio e decisione, quando per il solo di piano in apertura di Night Train, quando per la prova solistica della giovane sassofonista.

Nel complesso una performance piacevole, che incanta e che, purtroppo per noi (italiani), lascia l’amaro in bocca a causa del fatto che, nelle nostre scuole, si suonano ancora solo flauti e chitarre.

Il mio viaggio, le nostre memorie

Viaggio nelle memorie disponibili è titolo del disco dell’Andrea Zanzottera 4et per Orange Home Records, presentato giovedi scorso al Jazzit Club Roma di Luciano Vanni.

L’atmosfera è magica, più del solito in un Jazz Club. Perché, mi chiedo? E rimango immobile, rapito, nell’ascolto del primo brano, Altes Lied, una ballad evocativa ed onirica, introdotta brevemente dal piano per poi lasciare la parola al sassofono tenore, che per tutto il brano racconta di rimembranze, immagini, profumi, attese e fotogrammi, memorie che tutti più o meno condividiamo ma che, per ognuno di noi, significano cose diverse, come hashtag che richiamano concetti più profondi e più intimi rispetto al comune sentire. Il sax continua le sue volute ampie ed avvolgenti, ed io sono sempre immobile, incapace di prendere appunti per la mia recensione, come di solito faccio.

Andrea Zanzottera (pianoforte), Stefano Guazzo (sax tenore, sax contralto), Pietro Martinelli (contrabbasso), Folco Fedele (batteria), sembrano fratelli gemelli. Il feeling e l’interplay sono tra loro particolarmente palpabili, evidenti. Strettissimo il dialogo, fatto anche di sguardi e di intese probabilmente costruite nell’arco di tante collaborazioni tra loro, di Martinelli e Fedele. Perfetto il sax di Guazzo, naturale compendio al pianismo efficace di Zanzottera.

Le composizioni, la maggior parte a firma del leader, sono convincenti e riescono sempre ad evocare qualche reminiscenza, come da intento programmatico dettato dal titolo del disco. E questo anche grazie agli arrangiamenti, costruiti ad otto mani da tutti i membri del quartetto. Come in Viaggio a Shamballa, dove su un ritmo funkeggiante si innesta un tema all’unisono di sax soprano/piano/contrabbasso, per poi sciogliere il tutto in un assolo di Guazzo permeato di innalzamenti del settimo grado della scala minore con il tipico effetto arabeggiante della scala armonica. È poi il piano a spezzare il groove, creando un momento di apertura nel quale ha modo di insinuarsi l’archetto di Martinelli, per poi riprendere il passo iniziale con il piano ad interpretare il solo con grande feeling. Bello il piglio melodico del contrabbasso nel suo assolo, ed interessante il ritmo in sedicesimi tenuto da Fedele nel finale.

Belli i vari momenti di apertura all’interno dei brani, aperture che spezzano un ritmo strutturato in qualcosa di più moderno, come ne Le macchie di Rorschach in cui l’atmosfera diventa quella tipica della musica contemporanea, con l’uso dei mallet da parte di Fedele e con Guazzo a delineare sequenze per grado congiunto. Il tutto sfocia poi in un walkin’ che poi diventa free jazz per poi tornare in ambito contemporaneo. Una giostra resa plausibile dal grande affiatamento dei musicisti e capace di ingenerare nell’ascoltatore l’ebbrezza del volo.

Una diffusa sensazione di piacere mi pervade ancora, nutrito dal ricordo degli anni 70, degli anni 80 e poi di nuovo indietro: Le interazioni forti, Morning Mist, Il trionfo dello spreco, Next Trip, Sometimes Sorry, Last Motif, quest’ultimo a firma di Guazzo, e fino al bis dal sapore piacevolmente bebop, sempre a firma di Guazzo, che mi manda a casa del tutto rigenerato. Un quartetto da ascoltare dal vivo appena vi capita l’occasione.

Andrea Zanzottera

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Intervista ad Andrea Zanzottera per Jazz Talk

Info e acquisto cd (sito Orange Home Records)

Fabrizio Savino sbarca al Jazzit Club

Giovedi 16 gennaio il neonato Jazzit Club di Roma ha visto esibirsi sul suo palco il chitarrista barese Fabrizio Savino. Una atmosfera festosa, Luciano Vanni a far da entusiasta padrone di casa, un pubblico numeroso, una sala accogliente. Pur essendo ospitato all’interno dell’Auditorium Antonianum in viale Manzoni 1, struttura normalmente utilizzata per meeting e conferenze, l’aroma che si annusa è proprio quello del club. Complice la cura che Vanni e le sue collaboratrici (più donne che uomini, e questo ci fa piacere!) mettono nello scaravoltare tutto, la sala che fino a tre ore prima ospitava dei grigi dirigenti aziendali, con poche ed efficaci mosse viene trasformata in un bar che potrebbe trovarsi sulla cinquantaduesima strada, a New York.

Savino presenta il suo album Aram, uscito a fine 2012 per Alfa Music ed improntato al cosiddetto sottogenere del mainstream. Riferimento dichiarato John Scofield, del quale percepiamo l’aura ma che comunque non basta al chitarrista per esprimersi appieno. La sua musicalità non passa infatti solo attraverso il proprio strumento, ma anche e soprattutto attraverso il dialogo con gli altri musicisti, che in questa occasione sono Enrico Zanisi (pianoforte), Luca Alemanno (contrabbasso), Gianlivio Liberti (batteria). Si veda ad esempio la lunga introduzione della title track, Aram, che Savino lascia generosamente al pianismo cristallino ed ispirato di  Zanisi, o il solo di contrabbasso in Waiting For You, nel quale Alemanno ha lo spazio per fraseggiare tematicamente, facendo cantare il proprio strumento e ricordando a tutti la splendida lezione di Scott La Faro. E se nell’ultimo brano emerge particolarmente il drumming attento di Liberti, che scintilla in perfetto bilico tra swing e oriente, nella ballad scelta come bis, I Told You So, viene fuori l’anima più aperta e libera del chitarrista, che lascia intuire una delle possibili pieghe che potrà avere la sua musica da qui in poi.

Serata piena e liquida, a tratti alcolica, con bei tavoli e tante candele colorate. Tutti brani originali, per un artista che si annuncia interessante e che conviene tenere d’occhio.

Dario Germani @ Jazzit Club – Roma

È nato un nuovo jazz club nella capitale! La notizia ci riempie di entusiamo, perché ogni club che si aggiunge porta nuove opportunità per gli artisti, contribuisce alla diffusione del verbo jazzistico e aiuta dunque anche tutti gli altri club: più interesse per il Jazz, più richiesta di Jazz, più soci per i club. Stiamo parlando del Jazzit Club Roma, ideato e realizzato dal direttore della rivista Jazzit Luciano Vanni all’interno della struttura dell’Auditorium Antonianum in viale Manzoni. La formula magica è la seguente: il prezzo del biglietto, 10 €, viene diviso al 50% tra gli artisti e l’Antonianum, mentre Vanni si accolla i costi, come ha avuto modo di dire lui stesso durante la presentazione dell’evento, ieri sera. Immaginiamo che i ritorni di Vanni stiano in altre cose, tra le quali spicca la grande offerta di abbonamenti (in varie formule) che viene promossa durante gli eventi ma anche, aggiungerei, il ritorno di immagine nonché di diffusione di quel verbo di cui parlavamo all’inizio.

La serata inaugurale del club ha visto l’esibizione di Dario Germani (contrabbasso), con Stefano Preziosi (sax contralto) e Luigi Del Prete (batteria), e con la partecipazione di Aldo Bassi (tromba), i quali hanno presentato il primo disco da leader di Germani, For Life, uscito ad aprile per l’etichetta Tosky Records, ed ispirato dall’omonimo brano di Yusef Lateef, grande musicista da poco scomparso.

Sono sempre scherzosamente sospettoso (da pianista) nei riguardi di progetti pianoless. Devo altresì dire che quello che ho ascoltato ha completamente spazzato via ogni pur minima riserva e mi ha messo di fronte ad un lavoro di grande qualità. Anche perché, come ha dichiarato lo stesso Germani, i suoi riferimenti sono spesso pianistici: Thelonius Monk su tutti, del quale ha eseguito Crepuscule With Nellie, brano originalmente senza assoli che Monk aveva dedicato alla moglie, e che Germani ha trasformato in standard, con la tromba di Bassi che esegue la prima parte A ed il sax di Preziosi che continua nella seconda mentre Bassi esegue una seconda linea, e adattando la struttura alla esecuzione degli assoli di tutto l’ensemble; nonché la più nota Well You Needn’t, introdotta da un pedale di contrabbasso con uso di bicordi, per poi lasciarci gustare un assolo di contrabbasso con un rilassato feel ritmico, fino ad un bel finale in cui la batteria di Del Prete scompone e rallenta il tempo, ridestando interesse proprio nel momento in cui il brano sta per concludersi, non senza l’ultima sorpresa di un falso finale prima della chiusura effettiva.

Una musica piena di spazi, silenzi. Una esecuzione sempre devota alla musica più che a sé, credo sia questa la cifra di questo bravo contrabbassista. E questo rispetto per la musica è evidente anche nella scelta di eseguire molti brani standard ed original, lasciando “solo” a due brani a propria firma (Lullaby for Bianca, XY)  il compito di far emergere il Dario Germani compositore, ancorché interprete. Perfetto comprimario Stefano Preziosi, che con il suo sax alto ha ben interpretato il mood del leader, dove eseguendo i temi al servizio del brano e dove impreziosendo (nomen omen) la performance con degli ottimi assoli, quando aperti e moderni e con uso di sovracuti, quando classici.  La tromba di Aldo Bassi (mentre su disco l’ospite è Max Ionata) ha ulteriormente arricchito la serata, rendendo la stessa un ottimo biglietto da visita per questo nuovo Jazz Club che si affaccia sulla scena romana.

Il trio di Dario Germani feat. Aldo Bassi sarà stasera al 28DiVino Jazz, dove ci aspettiamo un’altra ottima performance da parte di questi splendidi musicisti. Consigliatissimo.

Dario Germani @ Jazzit Club Roma
Dario Germani @ Jazzit Club Roma

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Ascolta l’intervista radio a Dario Germani

Sito del Jazzit Club all’interno della pagina dell’Antonianum

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