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Enrico Bracco 4et

Niente di meglio, per allentare la tensione di una settimana lavorativa, che capitare all’Alexanderplatz mentre sta suonando Enrico Bracco con il suo quartetto. Il concerto è appena iniziato con le note di Isfahan (Ellington/Strayhorn), suonata ad un tempo un po’ più veloce rispetto a quello dello storico video del nel quale Duke regge lo spartito a Johnny Hodges. Atmosfera rilassata, swing pulsante, creano un benefico effetto coadiuvando l’ipotalamo nell’abbassare i livelli di stress accumulato.

Enrico è un chitarrista sensibile, con un fraseggio agile e sempre in tema, sia che suoni moderno, con arpeggi triadici e scale aumentate, sia che suoni classico, tra scale bebop e diminuite. E non è da meno questa sera, ben coadiuvato da Luca Fattorini al contrabbasso, il quale è essenziale e perfetto al tempo stesso mentre accompagna brani originali come Sman o Alis 3.

Al sax tenore Matt Renzi fornisce il naturale compendio del leader, suonando i temi all’unisono e regalando soli belli e ispirati come in But Beautiful (Van Heusen). Non mancano momenti più up come l’esecuzione di Isotope (Henderson), e momenti più rilassati come Flower, una bossa funkeggiante scritta da Bracco nella quale Marco Valeri ha modo di dimostrare tutta la sua dote ritmica.

A sorpresa, ma non troppo, la chiusura del concerto vede il quartetto trasformarsi in quintetto, con Luca Mannutza che si materializza al pianoforte e che con All Too Soon (Ellington) ci saluta, mandandoci a casa molto più buoni.

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Un folle giro di giostra

Chi mi conosce lo sa, ho un debole per gli organ trio. Per organ trio si intende un trio formato, la maggior parte delle volte, da hammond, batteria e da uno strumento solista, che sia il sax o la chitarra. Ma mai, prima di ieri, mi era capitato di ascoltare un organ duo, hammond e batteria. Come nel tipico trio, anche nel duo manca il contrabbasso. Una assenza importante, ma anche uno stimolo in più per i musicisti, che se lo devono immaginare. E dovendolo immaginare (salvo sostituirlo con il registro basso dell’organo, detto manuale inferiore), la musica guadagna in ariosità e rimane quasi sospesa, fluttuando sul tempo in maniera ancora più indeterminata rispetto a quanto non succeda già normalmente nello swing.

A dire la verità, ieri, nella consueta Guida all’ascolto curata da Gerlando Gatto, c’era anche il pianoforte. Lorenzo Tucci (batteria) e Luca Mannutza (piano e hammond), ci hanno regalato un miniconcerto gradevole, frizzante ed assolutamente rigenerante, fruito dalle comode poltrone della Casa del Jazz. Hanno attraversato, interpretandoli con personalità e classe, standard come Tea For Two, (Caesar, Youmans) e Just One Of  Those Things (Cole Porter), nonché brani come Bemsha Swing (Thelonious Monk) ed Inception (McCoy Tyner).

Gerlando Gatto, dopo aver ricordato Butch Morris, da poco scomparso, ha dato fuoco alle polveri deliziando la platea con alcune golosità d’annata, come la versione di Tea For Two eseguita da Art Tatum prima e nell’arrangiamento di Shostakovich poi, o come Bemsha Swing nelle versioni di Monk stesso e in quella dei Caribean Jazz Project. Il complemento live, come dicevo, è stato di prim’ordine; l’impatto del suono di hammond, sempre caldo e seducente, il drumming raffinato di Tucci, ci hanno trascinato in un folle giro di giostra e fatto provare, come scrive meravigliosamente Daniela Floris nelle note di copertina del loro disco Lunar, “l’esaltante sensazione di essere noi, i folli”.

Tucci/Mannutza Duo
Tucci/Mannutza Duo

Link:

CD “Lunar” Tucci/Mannutza

Organo Hammond