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Ma dove andremo a finire

Lo diceva mia nonna, lo dice mia madre, lo dico anche io: ma dove andremo a finire con tutti questi ragazzi che invece di andare al pub a ubriacarsi, invece di stordirsi di tunz-tunz-tunz in discoteca, invece di passare le ore a chattare sui social network, si mettono a studiar la musica, addirittura una musica così complicata come il Jazz, e poi non paghi si fanno crescere una barba alla Bill Evans dei tempi migliori e vanno in tour per l’Europa a presentare i loro dischi! Sì, perché questi ragazzacci hanno anche l’ardire di fare dei dischi!

Sono queste le considerazioni che ho nella testa mentre ascolto gli Omit Five, un gruppo di giovanissimi veneti con Ornette Coleman nella testa ed il rock dei Nirvana nel DNA. Penso a tutti gli altri ragazzi, quelli che non si sognerebbero nemmeno di varcare la porta di un club come il 28DiVino Jazz, non immaginando che dietro quella porta ci sono dei loro coetanei i quali, invece di perder tempo (e la perdita di tempo non solo non porta frutti, ma ti lascia un senso di vuoto esistenziale difficile se non impossibile da colmare), danno vita ad uno, due, dieci progetti di musica di contaminazione ma non solo, una musica che è comunque capace di dare la “botta” e di portarti via.

Non è un genere facile quello che propongono, questo va detto. Ma va anche detto che, se si segue un percorso musicale, la musica degli Omit Five è uno dei naturali possibili punti di sbocco. Tutto sta a seguirlo, un percorso, ma purtroppo quello che spesso si registra è una diffusa scarsità di interesse verso l’approfondimento musicale da parte del pubblico, il quale si lascia guidare dalle tendenze imposte per lo più dai media. Ma questo è un discorso lungo, che merita un articolo a parte.

Tornando al concerto di ieri sera, il quintetto è formato da Mattia Dalla Pozza (sax alto), Filippo Vignato (trombone),  Joseph Circelli (chitarra), Rosa Brunello (contrabbasso), Simone Sferruzza (batteria). Si inizia con Homogeneus Emotions, di Ornette Coleman, a dare subito l’imprinting alla serata: quello che notiamo è una grande sicurezza, una empatia assoluta sia con il mondo free jazz ma anche con la scrittura e gli arrangiamenti, una capacità di incarnare la musica nelle sue mille sfaccettature. Si arriva ad un interludio di chitarra, che prepara l’arrivo del primo brano originale della serata, a firma di Circelli. Inizia così un percorso in equilibrio tra rock, jazz, e free. Se dovessi dare un etichetta ad ognuno dei musicisti direi che Dalla Pozza, Brunello e Sferruzza sono l’anima più jazz della formazione, Circelli quella rock, Vignato quella free. Ovviamente ogni gradiente che sfumi tra l’una e l’altra anima è possibile, anzi probabile. Tutti i membri del gruppo concorrono con la loro scrittura al repertorio. Colpiscono molto le dinamiche, curate e ben riuscite, in particolare nella ballad Three Views Of A  Dream, di Rosa Brunello. Ritmicamente interessanti brani come Pina Bausch, dedicato alla coreografa e ballerina tedesca, nel quale il battito delle mani crea un ritmo danzabile, e l’omaggio a Kurt Cobain, che inizia con un poliritmo creato dal soffio cadenzato nel trombone e da quello di Dalla Pozza in una bottiglia di birra vuota. Infine, scavezzacollo il bis lanciato a velocità folle e ben sorretto dalla tecnica consolidata dei cinque.

Mi dicono che suonano più spesso all’estero che in Italia, questi ragazzi. Spero davvero che la tendenza si inverta, e la cultura torni ad essere centrale nel nostro Paese. Nel frattempo, non possiamo non fare il tifo per gli Omit Five ed augurare loro tanta fortuna come meritano.

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Intervista a Filippo Vignato e Rosa Brunello

Sito ufficiale degli Omit Five