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Jazzit Fest – ultima giornata

Siamo alla conclusione di questo Jazzit Fest, sottotitolo “Jazz Expo 2014”, e ci attende un’ultima notte di musica ed emozioni. Stamattina ho fatto colazione a due tavoli da quello di Paul Wertico, ho avuto modo di intervistare Ermanno Basso di Cam Jazz (intervista), ho conosciuto Sergio Gimigliano, l’organizzatore di Peperoncino Jazz (un festival itinerante che attraversa tutta la Calabria, altrà realtà interessante nel panorama dei festival jazz italiani), ho intervistato Nicola Mingo (intervista). A chiusura della mattinata ho intervistato poi Luciano Vanni, che il Jazzit Fest lo ha immaginato, progettato e realizzato (intervista). Vanni ci ha raccontato tutto, il perché ed il percome della sua iniziativa, ed ha espresso grande felicità e soddisfazione per quello che è un mezzo di scambio, di confronto e, prima ancora, di conoscenza tra operatori del settore. Non un festival dunque, ma un meeting, un luogo spazio-temporale nel quale guardarsi in faccia e parlare di Jazz, magari anche  discutendo animatamente. E per gli artisti una vetrina, la possibilità di esporre la propria musica attraverso degli showcase di mezz’ora, nella speranza di ottenere un contratto, degli ingaggi, o anche solo di vendere dei dischi. E di ingaggi ne sono stati fatti diversi, ci dice Vanni, per un importo di circa ventimila euro. “Per il prossimo anno punto a centomila euro”, prosegue Vanni, e l’entusiasmo di tutti, a partire dai musicisti stessi e fino agli operatori del settore, ci conferma che si è sulla strada giusta.

Poco fa ho avuto modo di visitare Milk Music, una residenza creativa dove una giovane casa di produzione discografica ha organizzato una sala di registrazione, nella quale qualunque musicista può entrare ed uscire con un disco completo di art work! (intervista)

A pochi passi, nella chiesa dell’Addolorata, Attilio Berni ha presentato il suo progetto Saxophobia, nel quale suona diversi sassofoni della sua collezione (intervista).

Stiamo per entrare nel vivo, vi racconteremo il resto del festival con interviste, post sui social network e foto. Let’s jazz on!

Mingo’s Ah Um

Parliamo di We Remember Clifford, un bel disco uscito nel 2011 per Emarcy/Universal ed inciso da Nicola Mingo, chitarrista di razza, coadiuvato da musicisti di tutto rispetto quali Antonio Faraò al piano, Marco Panascia al contrabbasso e Tommy Campbell alla batteria. E forse, il titolo di questo post potrebbe essere il sottotitolo dell’album. Come il celebre lavoro di Mingus ha rappresentato e rappresenta tutto il vocabolario mingusiano, così il disco di Mingo si configura come un abaco contenente il suo proprio linguaggio.

Sgomberiamo subito il campo da equivoci: We Remember Clifford è un disco moderno, ben suonato, che in nessun modo può essere tacciato di passatismo o di revival tout court: il territorio marcatamente hardbop, lo swing ben presente, il blues sempre in primo piano, sono ingredienti mutuati dalla storia del Jazz ma risultano assolutamente freschi ed attuali. E se in Brown’s Blues si parte da un tema eseguito a tempo medio per giungere ad una sezione assoli per lo più raddoppiati, da Mingo prima e da Faraò poi, con la successiva traccia Daahood si viene da subito catapultati sulle montagne russe: l’effetto è quello di un tappeto volante, dal quale osservare il mondo con divertimento e leggerezza.

Si ha solo l’illusione di un momento di relax con Sandu, il bel blues di Brown nella inconsueta tonalità di mi bemolle, quando un attimo dopo arriva la title track We Remember Clifford a scombinare di nuovo tutto. Qui la struttura è scandita da una serie infinita di cadenze sottodominante-dominante di notevole apertura che, unita al movimento per semitoni del basso enfatizzato a tratti dalla mano sinistra di Faraò, crea un habitat musicale nel quale far saltellare allegramente il nostro ego. In questo brano-manifesto i quattro hanno modo di dare sfogo a tutta la loro musicalità, rimanendo sempre incollati al time grazie all’ottimo supporto di Panascia e Campbell.

Un altro attimo di respiro arriva con l’attacco di Jordu, di Duke Jordan. Anche sui tempi più lenti il “trenino” basso-batteria cammina con instancabile lena, facendoci istintivamente battere il piede. E pure qui, dopo un po’, si riparte con i raddoppi dei solisti. Raddoppi sempre eufonici, che creano una piacevole tensione verso un mondo migliore.

Il disco prosegue con La Rue e The Blues Walk, sempre di Brown, e con Easy Bop, Another Once e Narona di Mingo. Per chiudersi  poi con Joy Spring la quale, dopo una introduzione a ballad, ci spazza via per l’ennesima volta con energia e verve.

Il disco termina, e la prima cosa che ci viene da fare è riascoltarlo da capo. Non solo per la bellezza dei temi o la bravura dei solisti, e nemmeno per l’allegria che sprigiona. Ma perché serviranno tantissimi ascolti per scorgerne ogni angolo e apprezzarne ogni dettaglio. In un crescendo melodico, armonico e ritmico senza fine.

We Remember Clifford - Nicola Mingo
We Remember Clifford – Nicola Mingo

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Mingo’s Mood

Mingo’s Mood

Quattro musicisti con gli occhiali. È la prima cosa che noto, a colpo d’occhio, sul palco del 28DiVino. Il più giovane di loro ha poco meno di cinquant’anni, il più grande è una colonna della musica italiana. Esperienza, dunque, rilassatezza. Quella rilassatezza che è propria di chi ha alle spalle una lunga e bella carriera. E che consente alla musica di sgorgare liquida, senza sofisticazioni o inganni.

C’è Nicola Mingo stasera, accompagnato con grande classe da Antonello Vannucchi (piano), Andrea Avena (contrabbasso), Carlo Battisti (batteria). Mingo propone un repertorio fortemente ispirato all’Hardbop, con particolare riferimento alla figura di Clifford Brown. E sono proprio di Clifford Brown molti dei brani eseguiti, da Joy Spring a Daahoud a Sandu.  Altri brani sono scritti invece da Mingo ma sempre profondamente influenzati dal grande trombettista americano, a partire dalla complessità dei temi e delle armonie, fino alla scelta di tempi pari e veloci. Molti di questi brani originali sono contenuti nel CD We Remember Clifford, uscito per Emarcy nel 2011, altri sono ancora inediti.

Il concerto di apre con Joy Spring, nel quale all’esposizione del tema segue il solo di chitarra senza soluzione di continuità. La batteria di Carlo Battisti fluttua libera, inchiodata solo dalla lucida pulsazione di Andrea Avena, il quale sembra sapere esattamente dove cadrà il prossimo beat, mostrando un playing così rilassato da rasentare la perfezione. Mingo si arrampica su arpeggi diminuiti e scale alterate, preferendo a volte l’uso polifonico dello strumento.

Antonello Vannucchi, pianista dell’orchestra RAI per trent’anni, mostra tutta la sua sensibilità già dall’attacco: aspetta perfino che scemi l’applauso a Mingo, prima di iniziare il suo assolo. Dimezza poi il tempo, usando arpeggi ascendenti sull’accordo minore e discendendo sulla scala diminuita. L’effetto è molto cool, ed introduce con efficacia l’assolo di Andrea Avena, che intavola con il suo contrabbasso un dialogo tematico, dal quale traspare una sola ed urgente voglia: raccontare la musica, porgerla ai fruitori senza mediazioni e senza sovrastrutture.

La serata fila via libera e coinvolgente. One For My Mother è una ballad dalla forte cantabilità e, in effetti, Mingo canta  anticipando con la voce le note della propria chitarra. We Remember Clifford, il brano che dà il titolo all’album omonimo, è invece un tempo up con una struttura rhythm changes di 32 misure. In Brown’s Blues, ad una introduzione di piano in trio segue l’esposizione tematica di Mingo con una parte A eseguita in due dal contrabbasso, che prosegue poi in quattro sulla parte B. Arrangiamenti essenziali, diretti, ma sempre molto efficaci.

Due set, quattro musicisti con gli occhiali, ed una domanda: ma portare gli occhiali, o avere più di cinquant’anni, aiuta a suonare bene il Jazz?

Nicola Mingo 4et
Nicola Mingo 4et

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Nicola Mingo

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Rhythm Changes

Mingo’s Ah Um