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Un americano a Roma, un romano a Boston

Arrivo a concerto iniziato, ieri sera al 28DiVino. Stasera c’è Henry Cook, sassofonista e flautista italo-americano accompagnato da Marco Mascaro alla chitarra, Riccardo Gola al contrabbasso, Luigi Latini alla batteria. E c’è un pezzo d’America, stasera, davanti a me. Un musicista nato in Italia da genitori americani, che ha vissuto e suonato il Jazz tra Roma e Boston, e che alla fine ha scelto Roma.

Vengo subito accolto da una bella versione di Peacocks, la ballad di Jimmy Rowles, eseguita da Cook al flauto soprano. Il suo stile è asciutto e diretto, americano, e la cosa mi piace: niente sentimentalismi, stasera. L’accompagnamento è denso con zone grumose, un flusso continuo di correnti e gorghi localizzati, come si conviene ad un Jazz per palati fini. Gola accompagna in uno, mentre Mascaro libera gli accordi facendo salire il volume con un transiente di attacco lungo. Latini è schietto, duro, ma di una durezza che accarezza l’orecchio. Mentre il brano prosegue mi scordo di essere a Via Mirandola, a Roma, e immagino di trovarmi da qualche parte sulla West 52nd Street di New York.

Henry prosegue poi con Dig, il contrafact di Miles Davis basato sullo standard Sweet Georgia Brown. Stavolta suona il flauto contralto, dando prova di grande agilità e fraseggiando con gusto classico e piacevole. Anche Mascaro fa la sua parte, con un bell’assolo a mestiere. Latini dà il meglio negli scambi di 4, quando si lancia in varie scomposizioni del tempo anticipando, ritardando, creando tensioni ritmiche e sciogliendole un attimo dopo.La serata si chiude con Naima, eseguita al sax contralto.

E così ho potuto vedere Henry in azione con ognuno dei suoi tre strumenti, stasera. Una bella sera che ricorderò con piacere.

Henry Cook 4et
Henry Cook 4et
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