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La resilienza di Milena

 Stasera mi capita di assistere ad un concerto e di accorgermi, all’improvviso, che non è necessariamente il suono muscolare che fa un sassofonista. D’accordo, ormai l’estetica più marcatamente bebop è lontanta nel tempo (ma nemmeno poi tanto, se si guarda ai tanti emuli di quel periodo d’oro), ma l’ascoltare Milena Angelè ed il suo sax tenore mi apre prospettive nuove. A voler fare un confronto ardito, potrei paragonare il suo sassofonismo al pianismo sensibile e poetico di Lyle Mays.

Inizia la ormai tradizionale rassegna Pinky High Jazz, che il 28DiVino dedica ogni anno al Jazz declinato al femminile: Milena Angelè (sax tenore) è accompagnata dal suo trio bassless, con Edoardo Ravaglia (piano e tastiere) e Mario Lineri (batteria) ed esegue brani originali oltre ad alcuni pezzi di Wayne Shorter (Footprints, Tom Thumb, ESP), dichiarato riferimento di Milena. L’occasione è propizia anche per parlare del suo disco Resiliency, appena uscito per l’etichetta Zone di Musica, che verrà presentato ufficialmente al Cantiere, in via Gustavo Modena 92, il prossimo 15 marzo.

Il concerto inizia con Footprints il cui tema, esposto dal sax tenore, è sostenuto dal comping di Ravaglia al sintetizzatore. L’atmosfera si fa subito fumosa, e si intravedono gli arredi di un club newyorchese degli anni 60, ma anche le nebbie di un porto nordeuropeo.

Si passa ad un intermezzo, scritto dal pianista Ravaglia, un 3/4 delicato che introduce il tema altrettanto delicato di Sliding a firma di Milena. Il mood poetico si percepisce senza soluzione di continuità anche in pezzi più up come Resiliency, la title track, mentre l’equilibrio ed il gusto della sassofonista sono sostenuti con grande dedizione e rispetto da parte dei suoi sodali, i quali non mancano di sottolineare o di arretrare qua e là, a seconda del caso.

In scaletta anche The Days Of Wine And Roses, l’indimenticato brano di Henry Mancini, e standard quali Moon River  e Night And Day.

Alla fine della serata ho l’occasione di fare due chiacchiere con Milena Angelè, a coronamento di quello che è stato sicuramente un concerto interessante e piacevole.

Su disco Milena è accompagnata da Edoardo Ravaglia al piano e tastiere, da Enrico Bracco alla chitarra, da Riccardo Gola al contrabbasso e da Fabio Sasso alla batteria.

Una ragazza da tenere d’occhio.

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Intervista radio a Milena Angelè

Milena sul sito Zone di Musica

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Jammin’ @ Cantù Jazz Cafe

Ero andato a vedere il quartetto di Marta Capponi, ieri sera al Cantù Jazz Cafe, il locale che fu di proprietà dell’attore Franco Franchi. Ma il freddo, gli strapazzi, il viaggio da Londra dove si è recentemente stabilita, non hanno giovato a Marta che è rimasta a casa con la febbre. I suoi compagni hanno allora animato la serata prima in trio e poi, visti anche i numerosi musicisti presenti, è partita la jam session. Va detto che non è facile vedere jam di questa portata, oggigiorno, tanto che per un attimo mi è sembrato di vivere ai tempi del Minton’s Playhouse, il locale sulla 118a Ovest di New York dove Dizzy, Bird, Monk e altri diedero vita a quel sottogenere jazzistico in seguito battezzato bebop.

Ed eccoci qui, oggi, in un caffè romano, ad ascoltare musicisti del calibro di Domenico Sanna mentre esegue The Way You Look Tonight smozzicando magistralmente il tema e facendolo suonare proprio come un tema jazzistico deve suonare, incerto ma sicuro di sé, aspro ma dolce, irriverente ma rispettoso; del calibro di Vincenzo Florio, collaudato contrabbassista da alcuni anni sulla scena musicale romana, che riesce ad essere sempre puntuale sul time ma anche lui con quel grado di incertezza che fa tanto Jazz; e del calibro di Emiliano Caroselli, che seguo già da qualche tempo e che non smette mai di sorprendermi per la capacità di essere sempre qui ed ora con la sua batteria, con classe ed eleganza, ieri in punta di spazzole visto l’ambiente fortemente riverberante e visto il rumore di fondo generato dal chiacchiericcio dei tanti avventori del Caffè.

Dopo una rielaborazione di Evidence di Monk, dopo l’esecuzione di Body And Soul e di Nobody Else But Me, sul palco hanno cominciato ad avvicendarsi i vari musicisti. Ne cito solo alcuni: Chiara Izzi, che ha cantato Blue Trane e Honeysuckle Rose, Andrea Rea (piano), Riccardo Gola (contrabbasso).

Quello che colpisce, anche ascoltando una jam session, è l’alto livello di tanti musicisti e, purtroppo, la sempre troppo poca attenzione nei loro confronti. Auspico che locali come il Cantù Cafè diano, a loro ed ai loro progetti, sempre più spazio, in modo che la cultura jazzistica possa crescere ed attecchire anche e soprattutto presso le nuove generazioni.

Un americano a Roma, un romano a Boston

Arrivo a concerto iniziato, ieri sera al 28DiVino. Stasera c’è Henry Cook, sassofonista e flautista italo-americano accompagnato da Marco Mascaro alla chitarra, Riccardo Gola al contrabbasso, Luigi Latini alla batteria. E c’è un pezzo d’America, stasera, davanti a me. Un musicista nato in Italia da genitori americani, che ha vissuto e suonato il Jazz tra Roma e Boston, e che alla fine ha scelto Roma.

Vengo subito accolto da una bella versione di Peacocks, la ballad di Jimmy Rowles, eseguita da Cook al flauto soprano. Il suo stile è asciutto e diretto, americano, e la cosa mi piace: niente sentimentalismi, stasera. L’accompagnamento è denso con zone grumose, un flusso continuo di correnti e gorghi localizzati, come si conviene ad un Jazz per palati fini. Gola accompagna in uno, mentre Mascaro libera gli accordi facendo salire il volume con un transiente di attacco lungo. Latini è schietto, duro, ma di una durezza che accarezza l’orecchio. Mentre il brano prosegue mi scordo di essere a Via Mirandola, a Roma, e immagino di trovarmi da qualche parte sulla West 52nd Street di New York.

Henry prosegue poi con Dig, il contrafact di Miles Davis basato sullo standard Sweet Georgia Brown. Stavolta suona il flauto contralto, dando prova di grande agilità e fraseggiando con gusto classico e piacevole. Anche Mascaro fa la sua parte, con un bell’assolo a mestiere. Latini dà il meglio negli scambi di 4, quando si lancia in varie scomposizioni del tempo anticipando, ritardando, creando tensioni ritmiche e sciogliendole un attimo dopo.La serata si chiude con Naima, eseguita al sax contralto.

E così ho potuto vedere Henry in azione con ognuno dei suoi tre strumenti, stasera. Una bella sera che ricorderò con piacere.

Henry Cook 4et
Henry Cook 4et

Fabio Tullio Trio @ Palazzo Braschi

È difficile per un pianista ammetterlo, ma questo trio è davvero un bel trio. Parlo di Fabio Tullio (sax tenore), Riccardo Gola (contrabbasso), Emiliano Caroselli (batteria). Avete capito bene, non ci sono strumenti “armonici”, niente piano né chitarra. Un trio pianoless, come si usa dire. Eppure il mood che si respira è di quelli belli, pieni. Tanto che sabato scorso, nell’atrio di palazzo Braschi con affaccio su piazza Navona, in tanti si sono fermati sulla soglia, attratti dal fraseggio di Fabio Tullio e dalla “vervosa” sezione ritmica. Un ensemble ritmico ma anche melodico, lineare ma complesso, lirico e onirico, comunque sempre equilibrato.

Non è facile innovare. E nel jazz in tanti ci provano, da sempre, spesso senza grandi risultati. Eppure mi sembra che Fabio Tullio ci riesca benissimo. Non serve suonare su una sequenza di accordi minori per essere moderni! Basta suonare con la testa e con il cuore, come sosteneva Massimo Urbani quando diceva che “la vera innovazione sta nei sentimenti”. Ecco, il trio di Fabio Tullio ha sia testa che cuore, e sa tirare fuori l’una e l’altro al momento opportuno, sia che suoni standard, sia che suoni brani originali. W il trio pianoless, dunque. Ma non abituatevi troppo, eh!

Fabio Tullio
Fabio Tullio